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‘’Con la mano di ferro della volontà sbarrai il cancello della memoria chiudendo fuori il passato con tutte le sue vecchie idee. La mia anima assunse un’attitudine ricettiva, il mio orecchio si mise in sintonia con la ritmica armonia della Natura… […] Il mio spirito era travolto dall’incommensurabile grandezza del piano divino su cui è costruito l’universo.’’

Andrew Taylor Still
Dalle aride ossa all’uomo vivente – John Lewis

 

Incontrare l’osteopatia è stata la mia porta d’accesso alla comprensione che il nostro corpo, ossia la materia di cui siamo fatti, è animata da un qualcosa d’immenso, la Vita,  che la malattia è solo una manifestazione dello scompenso di questo sistema materia e spirito, e che il corpo stesso possiede tutti gli elementi necessari per la propria guarigione.

Fu da questi presupposti che nacque la filosofia osteopatica. Alle dieci del mattino del 22 giugno 1874, AT Still, medico allopatico americano, ebbe un’illuminazione, che avrebbe rivoluzionato il suo modo di aiutare le persone.

Di famiglia metodista, nato durante la guerra di secessione americana, Still rifiuta subito l’idea di adottare i trattamenti medici allopatici dell’epoca, che prevedevano usi di alcolici o chirurgia d’amputazione. Osservando la Natura degli elementi, studiando con ossesso il binomio anatomia e fisiologia umana, vivendo per un periodo a stretto contatto con gli Indiani d’America del territorio del Nebraska che gli trasmettono una visione unitaria della Vita e la concezione di macrocosmo nel microcosmo, capisce che per aiutare le persone a guarire ed avere una qualità di vita in salute e soddisfacente, non ci si può soffermare al sintomo di dolore che la persona riporta e valutare solo l’area in cui questo si manifesta.

Per l’epoca in cui vive, dove i paradigmi filosofici orientano la filosofia della scienza verso visioni sempre più meccaniciste e riduzioniste, in cui il corpo, cioè la materia, viene denigrato a favore dell’intelletto e della mente, i concetti di unione che Still propone lo fanno apparire come uno stregone ed un ciarlatano, tanto che l’ambito scientifico dell’epoca scredita il suo lavoro.

Nonostante questo, Still continua le sue ricerche. Intuisce come il sistema nervoso e il sistema immunitario riescano a comunicare e come tutto il corpo fisico si basi su sistemi di comunicazione a feedback, anticipando ad esempio la moderna psico-neuro-immuno-endocrinologia.

‘’Noi parliamo di malattia quando dovremmo parlare di effetto; perché la malattia è l’effetto di un cambiamento nelle parti di un corpo fisico. La malattia in un corpo anormale è tanto naturale quanto la salute se tutte le parti sono al loro posto.’’ 

Osteopatia, ricerca e pratica – AT Still

Questi i fondamenti da cui parte per giungere poi alla scoperta che caratterizzerà i principi filosofici della sua pratica osteopatica. Quello che nota è che quando il corpo sviluppa una patologia, questa presenta non solo segni interni (come quando abbiamo la polmonite che ad un esame radiografico si evidenziano i segni di sofferenza polmonare), ma comporta delle modificazioni strutturali di ossa, muscoli, legamenti, tessuti fasciali, visceri, ossia di tutte quelle strutture che entrano in relazione con la zona malata e che, quindi, trattando queste alterazioni si può risolvere la patologia presentata. Nota anche che il processo può svilupparsi al contrario, ossia dopo un traumatismo (come una caduta sul sedere o un incidente in auto) le modificazioni della struttura causate dall’energia accumulata dal corpo in seguito all’impatto possono facilitare o predisporre l’esordio di una patologia in cui quella zona del corpo non sta funzionando più in modo fisiologico.

Questo l’altro grande pilastro osteopatico, la funzione collegata alla struttura. Che cosa significa? Significa che qualsiasi alterazione della struttura del corpo ne altera anche la funzione e alternandone la funzione, se ne modifica conseguentemente la struttura, esitando in patologia.

‘’Aggiustamento osteopatico significa sistemazione del corpo in modo che la normale attività sia sufficiente a dare forza nervosa uguale alla domanda per la costruzione e a mantenere il corpo o l’organo in buone condizioni di salute eliminando tutte le impurità prima che diventino oppressive o per quantità o per cambiamenti chimici distruttivi e mortali derivanti dal ristagno di liquidi del corpo.’’

Osteopatia, ricerca e pratica – AT Still

Ad oggi l’osteopatia sta subendo una ‘’denaturazione’’ della sua struttura originaria riducendola ad una terapia manuale che si ferma alla generica manipolazione dei tessuti, trascendendo l’individuo come uno e il suo benessere come mantenimento della comunicazione, del movimento e della fisiologia di tutte le parti che lo compongono.

L’evidenza che una malattia, un dolore o un sintomo del nostro corpo fisico non siano altro che la risposta sommatoria a tanti fattori differenti, non dipendenti solamente dal corpo stesso, è una visione ancora molto lontana. Siamo abituati a pensare che se un mattino mi sveglio e ho dolore al ginocchio, allora il mio problema sarà nel ginocchio. Il vecchio paradigma filosofico-scientifico affonda ancora le sue radici nella nostra cultura occidentale, che definiamo avanzata. Non siamo ancora istruiti sul fatto che il dolore al ginocchio possa dipendere da una problematica dell’anca, oppure da una patologia pregressa al rene che ha lasciato un’ipomobilità nella zona o dalla resistenza che sto offrendo emotivamente a muovermi in una certa direzione o al mese pregresso in cui ho vissuto di birra e hamburger.

Tutto questo è ciò che un osteopata prende in considerazione durante il primo colloquio con la persona che lo contatta: partendo dal messaggio che il corpo mostra, ossia il sintomo, cerca di risalire alla causa originaria indagando il funzionamento del sistema mio-fasciale, cranico, viscerale e fluidico nel suo insieme in relazione al sistema di vita della persona.

E come lo fa? L’anamnesi, ossia la ‘’chiacchierata’’ che si fa ad inizio della sessione, può essere utile per indirizzare l’idea di trattamento, ma sono le mani, gli strumenti che l’osteopata usa per capire cosa il corpo sta comunicando. Il primo contatto, quindi, è l’ascolto del paziente, non con le orecchie, ma con il tocco. Solo attraverso il tocco, l’osteopata è in grado di capire di cosa il corpo necessita. Ed è per questo che se andate dall’osteopata ed avete mal di schiena, ad esempio, è probabile che vi tratti il cranio o viceversa. Il nostro corpo è ricco di connessioni, la postura della persona parla del suo vissuto, di come è stata fino a quel momento, di come si è curata ed amata. Il nostro corpo all’esterno manifesta come sta il nostro interno.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

366 3402454
val.vavassori@gmail.com
www.valentinavavassoriosteopata.com
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Quando ci si può considerare “avanzati” nello yoga, quindi non più dei principianti?

Ovviamente quando si conoscono i nomi in sanscrito delle asana, le sequenze dei saluti al sole a memoria e si è capaci di portarsi il piede dietro la testa (meglio se entrambi) e di fluttuare da una posizione all’altra passando sempre da un handstand.

E’ vero?!

This is not, of course 🙂

Se così fosse, i ballerini o i ginnasti sarebbero i migliori yogis al mondo!

Se saper stare in equilibrio sulle mani non fa di me uno studente avanzato, allora cosa fa la differenza?

Uno dei messaggi più difficili da far comprendere a chi inizia a frequentare le lezioni di yoga è l’importanza dell’ascolto e del rispetto di se stessi e del proprio corpo durante la pratica.

L’idea che lo scopo dello yoga sia di dover raggiungere la posizione finale spesso si insinua nella mente del praticante diventando un ostacolo lungo il percorso.
Ma come tutti gli ostacoli, anche quest’idea può diventare nostra maestra e insegnante.

Oggi che siamo nell’era dei social, dell’apparenza e dell’immagine, è ancora più facile che il tappetino yoga diventi il luogo dove tornano a galla le nostre insicurezze, spesso con radici nella nostra infanzia, che ci spingono inconsciamente a dover dimostrare di essere bravi abbastanza o anche migliori degli altri. Per far questo siamo disposti ad esasperare la posizione pur di dimostrare che non siamo da meno o semplicemente per poter dire: “ecco, ce l’ho fatta anch’io!”

Ci confrontiamo con le altre persone nella stanza – o sui social – ma in realtà la vera battaglia è con noi stessi e divenirne consapevoli è il primo passo, perché la pratica dello yoga è anche e soprattutto un cambiamento interiore ed uno studente “avanzato” è colui che inizia a sperimentare questo cambiamento, da fuori a dentro.’

L’obiettivo dello yoga infatti non è mai la meta, ma il viaggio in sé.

Perciò, da cosa si riconosce uno yogi “avanzato”?

  1. Rispetta il suo corpo nel momento presente

Uno yogi ha imparato ad ascoltare e riconoscere i bisogni del proprio corpo, consapevole che ogni giorno è diverso essendo soggetto a più fattori, sia emotivi che fisici. Può essere che ieri arrivava a toccarsi la punta dei piedi e oggi arriva con le mani alle ginocchia.. lo yogi è in pace con questo e si gode il semplice fatto di allungarsi, a prescindere da dove arrivano le sue mani 🙂

  1. La sua attenzione durante le asana va al respiro

Lo yoga è una pratica di consapevolezza e la prima attenzione va al nostro respiro. Per questo durante la pratica, il primo intento dello yogi è quello di tenere l’attenzione quanto più a lungo nella respirazione, lasciando che sia lei a guidare il movimento. Ogni volta che si accorge che non sta respirando, semplicemente ne prende atto e ritorna con la consapevolezza nel respiro e nel corpo.

  1. Si confronta solo con se stesso

Il viaggio attraverso cui lo yoga ci accompagna rimane sempre soggettivo, dipende dal punto di partenza, dalle proprie esperienze passate, dalle ragioni che ci hanno spinto in primo luogo a salire sul tappetino. Per questo lo yogi non si confronta con gli altri, perché è consapevole che ognuno ha un’esperienza interiore diversa. Semmai, lascia che gli altri siano un’ispirazione!

  1. Si gode il viaggio

Lo yoga è un viaggio che dura tutta la vita, ogni pratica ci porta sempre più profondamente a scoprire noi stessi, rivelandoci chi siamo nel corpo e nella mente. Non esiste punto d’arrivo, è una costante evoluzione e cambiamento. Per questo lo yogi ha imparato a godersi il viaggio, scoprendo in esso la vera essenza della pratica.

  1. Ama se stesso

L’amore per se stessi non è argomento facile, al mondo d’oggi viene spesso scambiato per egoismo. Bisognerebbe prima amare gli altri, giusto?
Lo yoga porta poco a poco a riscoprire un genuino amore per se stessi, per chi si è, a prescindere dalle cose che si fanno, da come si appare, dagli obiettivi raggiunti o dalle proprie capacità. Lo yoga ci fa fare pace con noi stessi, ci mostra buio e luce dentro di noi e con la pratica costante, ci dona la capacità del perdono e dell’accettazione.

Uno yogi avanzato si riconosce perché ha imparato a rispettare i propri limiti, a celebrare i propri successi e a godersi il viaggio della vita in compagnia innanzitutto di se stesso.

E tu sei d’accordo? Hai iniziato a sperimentare qualcuno di questi cambiamenti? O magari degli altri? Fammi sapere!

Enjoy your journey.

Namastè

 

Michela Aldeghi – ideatrice di vivoYOGA e E.Motion Artist, artista delle emozioni e dell’energia in movimento.
Studentessa e insegnante di yoga e meditazione, curiosa esploratrice e instancabile viaggiatrice.

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