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L’attenzione rivolta oggi al respiro è presente in tantissime pratiche corporee, da quelle più orientali come lo yoga e la meditazione a quelle occidentali come la mindfullness, il training autogeno…

Quello che però noto tra le persone che si rivolgono a me, che anche praticano queste discipline, è la mancata integrazione del respiro durante la quotidianità. Magari ci rendiamo conto che non respiriamo, ma è come se ci dimenticassimo l’importanza che questa mancanza determina nella nostra vita. È come se ignorassimo che tutto parte dal lì. Dal primo soffio che emettiamo quando usciamo dal grande utero materno, il respiro è il nutrimento principale del nostro corpo. Attraverso di lui tutto si muove e tutto vive. Il respiro meccanico che conosciamo, e possiamo osservare dal nostro addome, è quello con cui più facilmente riusciamo ad entrare in contatto, ma tutte le nostre strutture respirano in modo più sottile, a partire dalle cellule.

Il respiro è ciò che ci permette di capire in che stato ci troviamo e ci permette, anche, di modificare questo stato. È il veicolo tramite il quale possiamo entrare in connessione con il sistema nervoso autonomo o vegetativo, che è involontario ed agisce durante la giornata svolgendo le nostre funzioni di base. È anche quel sistema che gestisce la nostra reattività a ciò che succede nell’ambiente esterno, modificando così il nostro ambiente interno. E’ quella bilancia che ci permette di meglio adattarci alle onde della vita, facendoci fluttuare tra stati in cui dobbiamo essere vigili e reattivi e stati in cui, invece, ci è concesso rilassarci.

Lo stile di vita lavorativo o gli eventi pregressi che hanno determinato la nostra crescita potrebbero bloccare questo sistema in uno stato di continua allerta, di continua reazione, portandoci a vivere in una condizione di perenne attivazione con tutta una serie di conseguenze a livello interno, tra cui l’iper-stimolazione del sistema dello stress, anche se l’evento stressogeno effettivo non è più presente. Quindi è come se vivessimo in uno stato di continua attesa che un qualcosa di terribile possa avvenire. Il nostro corpo non può che riorganizzarsi a questo stato inconscio profondo ed una delle prime risposte è proprio il cambiamento nella respirazione.

Pensate a quando accade un qualcosa che vi spaventa tantissimo o quando siete arrabbiati, com’è il vostro respiro? Dove state respirando nel corpo?

Di solito, in questi stati si utilizza una respirazione di tipo toracico, dove le strutture coinvolte sono quelle che dovrebbero essere di ausilio o essere attivate secondariamente rispetto alla struttura principale che dirige la respirazione. Il maestro dell’orchestra respiratoria è il diaframma, un muscolo affascinante sia per la sua anatomia di relazione che le sue molteplici funzioni.

L’etimologia del termine diaframma deriva dal greco: il suffisso dia significa attraverso, mentre fragma significa chiusura.

Questo enorme muscolo permette da una parte ad alcune strutture di passare attraverso di lui, come ad esempio l’esofago, la vena cava, l’aorta grazie a degli iati, dei buchi nei quali queste strutture decorrono, dall’altra però permette anche la separazione tra la parte superiore e la parte inferiore del nostro corpo. Divide, così, la parte toracica, da quella addominale. Da un punto di vista più sottile, può essere considerato come quell’elemento che separa ed unisce il sopra dal sotto, lo yin dalla yang, i centri energetici inferiori da quelli superiori.

AT Still, fondatore dell’osteopatia, disse: “Tutte le parti del corpo sono in relazione diretta o indiretta con il diaframma”. In effetti se osserviamo con attenzione l’anatomia di questo muscolo possiamo notare le sue infinite connessioni. In alto, la porzione della sua fascia di rivestimento più esterna entra in contatto con la fascia dei polmoni, le pleure, ed il rivestimento del cuore, il pericardio. Inferiormente e posteriormente contatta le prime tre vertebre lombari, le coste fluttuanti e due muscoli: l’ileo-psoas e il quadrato dei lombi. Al centro si attacca allo sterno e alle ultime sei coste. Tramite queste prime relazioni dirette entra poi in contatto con altre strutture più periferiche, per citarne alcune:

  • grazie al legame con la fascia dello psoas entra in relazione con la fascia renale,
  • alcune fibre del diaframma partecipano alla formazione della valvola che regola la chiusura tra esofago e stomaco, il cardias, contribuendo così ad una sua ipo o iper-tonicità.

Quando osservate l’anatomia pensate sempre a come un deficit di una zona può ripercuotersi sull’altra, così diventa più semplice riuscire a capire la causa più profonda del dolore che sale in superficie. In questo caso un’ipo-mobilità diaframmatica o un suo “blocco” può portare ad un ipo-mobilità delle strutture con cui si relaziona. Il diaframma risulta centrale nel contribuire alla nostra stabilità posturale. Se non respiriamo bene ed abbiamo i pilastri posteriori del diaframma “di marmo”, sarà normale avere delle vertebre lombari che non riescono a muoversi e magari iniziare ad avvertire mal di schiena. Però potrà essere anche vero il contrario, per mantenere una buona libertà respiratoria, le arcate di psoas e quadrato dei lombi non dovranno essere in tensione, pena il freno della respirazione stessa.

Un altro aspetto importante del diaframma è che con la sua azione di discesa durante l’inspirazione e risalita durante l’espirazione, come uno stantuffo va ad aumentare le pressioni nell’addome, spremendo così gli organi nella cavità addominale e permettendo un ricambio linfatico-circolatorio ed un miglior ritorno di sangue al cuore. Anche qui, si può intuire come una congestione a livello addominale con problematiche di gonfiore, stitichezza o dolore possa essere determinata da un’incoordinazione di questo movimento a pompa.

La psico-neuro-immuno-endocrinologia descrive questo muscolo “come la struttura anatomica PNEI per eccellenza” (La Pnei e il sistema miofasciale: una struttura che connette – Chiera , Bottaccioli et al.). Gli studi sulla sua importanza sono davvero tantissimi poiché anche le sue funzioni sembrano andare oltre a quelle descritte in precedenza. Per esempio, alcuni esperimenti stanno dimostrando come un suo stato di iper-contrazione (come nel caso di una patologia manifesta quale l’asma) possa portare ad un aumento sia locale nel diaframma che sistemico, in tutto il corpo, di cellule infiammatorie, quali le citochine, coloro che danno un messaggio di attivazione ai globuli bianchi. Altri studi evidenziano come l’attività diaframmatica sia connessa a tutti quei centri cerebrali che regolano la gestione dello stress sia fisico che psichico.

Il diaframma è così il nostro centro di vita. Permette un buon mantenimento posturale, un buon funzionamento dei nostri organi ed una migliore regolazione del nostro sistema nervoso centrale. Tradotto: il diaframma ci permette di riequilibrarci attraverso la sua libertà di espressione funzionale, cioè il suo movimento. Respirare ci permette di allentare le tensioni corporee, di migliorare la nostra mobilità e contemporaneamente ci permette di attivare il sistema interno di regolazione della nostra attività psico-emozionale. È la struttura del corpo alla quale tornare in qualsiasi momento per poterci riconnettere a quello stato di calma che ci appartiene. Può essere visto un po’ come la nostra casa, la nostra isola e la nostra sicurezza che sta lì e ci accoglie o consola quando abbiamo bisogno di ritrovare, appunto, il nostro centro.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Dalla fine degli undici giorni della fase pre-mestruale, in cui l’energia fisica e mentale ha iniziato a dirigersi verso l’interno suggerendoci di rallentare il ritmo quotidiano, il ventottesimo giorno il nostro utero inizia a lasciare andare delle parti di lui con l’arrivo delle mestruazioni.

L’endometrio, lo strato più interno della parete uterina si sfalda, ossia pezzettini di questo tessuto si staccano e noi iniziamo a sanguinare. Il primo giorno di mestruazione segna sia la fine che l’inizio di un nuovo ciclo ovarico.

Le mestruazioni, insieme alla gravidanza e al parto, rappresentano i tre eventi più magici e più misteriosi della natura della donna. Perché?

Parlando delle mestruazioni, la cosa più formidabile è che noi siamo in grado di sanguinare senza morire e soprattutto il nostro corpo è in grado di auto-guarirsi dopo questa ‘’emorragia’’. Sì, perché le mestruazioni hanno tantissimi fenomeni cellulari in comune con lo stato infiammatorio acuto che caratterizza le patologie, ma a differenza di questo il finire della nostra ‘’infiammazione’’ non comporta il deposito di tessuto cicatriziale, evento tipico che si verifica con il protrarsi dell’infiammazione patologica (le classiche aderenze). Se questo dovesse avvenire, infatti, il nostro utero non avrebbe più la capacità di movimento, che gli consente di svolgere la sue funzioni di base ad esempio come quella di contrarsi quando inizia il parto.

Avete capito bene Donne? Noi tutti i mesi per circa 35 anni della nostra vita sperimentiamo una sorta di infiammazione che siamo in grado di sostenere da sole. Il nostro corpo femminile ha questo immenso ed infinito potere.

Essendo, la mestruazione, un momento in cui viene interpellato anche il nostro sistema immunitario, perché lo mucosa uterina ha bisogno di essere riparata in modo fisiologico dopo la sua disgregazione, la fase mestruale è per noi la fase più delicata di tutto il mese.

Se osserviamo la natura, dopo il periodo estivo di massimo splendore ed espansione, segue l’autunno, la nostra fase premestruale, in cui inizia il ritiro e l’inverno, dove la terra, apparentemente morta e spenta, in realtà si riposa per prepararsi ad un successivo ciclo di vita. Così accade per noi durante la mestruazione. È il momento in cui lasciamo andare il vecchio, l’endometrio che si stacca con il sangue, per fare spazio al nuovo. Questo sia a livello emotivo-corporeo che energetico. Rappresenta la fine, la morte, ma al tempo stesso la nostra rinascita, ed è per questo che appena inizia a concludersi il sanguinamento ci sentiamo come rigenerate.

Questo avviene, però, solo se siamo in grado di rispettare questo ritmo biologico sacro ed inarrestabile. Durante i giorni del sangue, il mantra che deve risuonare nella testa è riposo assoluto, soprattutto nei primi due giorni. C’è bisogno di stare, mestruare e godersi questo momento di recupero. Se nei giorni precedenti non vi siete fermate un attimo, qui l’imposizione è assoluta.

Se già prestate attenzione ai segnali del vostro ciclo mestruale, questo messaggio di ‘’rest’’ riuscite già a percepirlo. Nonostante il nostro corpo ci parli in modo chiaro, a volte resistiamo alla chiamata di bisogno che lui ci invia. Mi capita spesso, infatti, di parlare con donne che si rendono conto della loro necessità di fermarsi durante i loro giorni rossi, ma non sono in grado di farlo per delle resistenze mentali.

Accade, così, che le imposizioni e i condizionamenti mentali (quali ad esempio, che fermarsi sia sbagliato ed inutile) siano più forti dei bisogni corporei. È così che iniziano ad insorgere sintomi quali: mal di testa, mal di schiena, mal di pancia fino ad arrivare a vertigini o vomito nei giorni precedenti o proprio nei giorni mestruali, segnali di aiuto che il nostro corpo ci invia per farci capire che stiamo abusando delle nostre risorse interne. Quando queste donne iniziano ad assecondare le esigenze del corpo, i sintomi iniziano a regredire.

Se riusciamo a ritagliarci questo spazio di ritiro fisico, possiamo connetterci con il nostro spazio di ritiro interiore, che ci parlerà di cosa del mese o degli anni precedenti con questa mestruazione stiamo lasciando andare e che cosa ci prepariamo ad accogliere. È la fase in cui tutte le idee, le valutazioni, i pensieri, i sogni che abbiamo maturato nelle fasi precedenti arrivano al punto finale perché siamo in grado di sapere cosa abbandonare e cosa, invece, iniziare o continuare a coltivare con il nuovo ciclo. Ecco perché questa fase viene definita fase della Strega: la connessione con la nostra sorgente interiore è così forte e profonda, siamo così dentro noi stesse, che siamo capaci di sapere qual è la nostra strada attraverso la nostra visione.

Il ciclo mestruale ci insegna a credere nel nostro potere ciclico creativo. Ci insegna a vivere nel presente facendoci vedere come tutto è in costante cambiamento, come tutto attraversa un ciclo di inizio, fine e di nuovo inizio, come la morte sia solo un’apparente fine e che per questo motivo possiamo abbandonare i nostri attaccamenti ed onorarla tanto quanto la vita.

Tutto questo è già dentro di noi, pronto per essere appreso in ogni momento. Non dobbiamo leggere, non dobbiamo studiare, dobbiamo solo ascoltare, conoscere e dialogare con il nostro corpo e da lui apprendere queste lezioni.

Quindi, se durante le mestruazioni sentite il bisogno di stare da sole, di diminuire gli impegni presi, di stare in casa e rilassarvi con una tisana e una coperta o avete bisogno di dormire di più, ma la vostra testa vi dice che dovete fare questo, quello e quell’altro, che avete preso un impegno per una cena con gli amici e non potete rimandare, che dovete sistemare casa perché è un disastro, FERMATELA e ditele: Grazie per i tuoi consigli, però in questo momento ciò che sento nel corpo è più importante” ed assecondate ciò che davvero sentite, senza sensi di colpa o rimproveri. Solo così possiamo imparare ad avere rispetto per noi stesse e cambiare il paradigma che anche durante le mestruazioni dobbiamo fare tutto come se nulla fosse o che le mestruazioni non servano a nulla. Imparerete piano piano a sfruttare questo potente momento meditativo a vostro favore quando per esempio dovrete prendere una decisione su cosa fare o no o per capire cosa volete cambiare nella vostra vita.

Ascoltate il vostro potere!

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Nella mia pratica osteopatica lavoro per la maggior parte con le donne. Quando una donna si presenta da me, una delle prime cose che chiedo dopo aver indagato età, professione e attività fisica, è il comportamento del ciclo mestruale. Non perché io sia fissata con l’argomento, anche se ammetto che è una delle cose che più mi appassiona, ma perché è ciò che noi donne viviamo ogni giorno.

Quello che mi capita spesso quando si presenta una donna che mi contatta per risolvere un mal di testa, un male al collo o anche dolori generalizzati è che indagando i momenti in cui il disagio si presenta si nota una correlazione con i momenti dell’ovulazione o della fase pre-mestruale o della mestruazione.

Quando poi “ci vado a mettere le mani”, indago attraverso la palpazione, la zona del bacino e gli organi del piccolo bacino notando spesso una mancanza di armonia che porta ad asimmetria e tensioni.

Ci tengo a specificare che non è fisiologico avere dolore né durante l’ovulazione né tanto meno durante le mestruazioni. Un dolore mestruale fisiologico dovrebbe durare per un massimo circa di 4 ore, dovrebbe essere sopportabile e percepito più come una sensazione di piacevole rilascio rispetto ad una sensazione di disagio acuto.

Cefalea, male insopportabile ad utero ed ovaie, mal di schiena, male al collo, nausea, vomito, vertigini… sono tutti sintomi che segnalano una situazione di disarmonia del nostro ciclo mestruale. Tralasciando per oggi l’aspetto psico-emotivo che risiede in un’ovulazione o mestruazione dolorosa, vedremo perché un’asimmetria della zona del bacino può portare ad un mal funzionamento dell’utero e, quindi, all’insorgenza di dolore durante la mestruazione o al di fuori di questo momento nell’arco del mese, ma anche come l’utero e le sue strutture di connessione, i legamenti, possano portare ad un’alterazione della meccanica del bacino stesso.

Il nostro bacino è composto da tre ossa che si articolano tra di loro per mezzo dei legamenti (per approfondire meglio l’anatomia di base, puoi leggere i due articoli scritti dalla nostra fisioterapista: “Ho la cervicale” e “Ho i nervi accavallati“). Queste tre ossa sono: il sacro e le ossa dell’anca, che nascono dalla fusione di pube davanti, ischio sotto e iliaco lateralmente e dietro. Il bacino, oltre a svolgere la funzione di dissipazione delle forze ascendenti che arrivano dagli arti inferiori e discendenti che arrivano da testa, colonna e arti superiori, ha anche la funzione di contenimento e protezione degli organi che risiedono al suo interno. Essendo aperto inferiormente, però, non può garantire un sostegno a questi organi. Questa funzione, infatti, viene svolta dal nostro famosissimo e gettonatissimo pavimento pelvico, che come un’amaca accoglie (parlando di anatomia femminile) da dietro a davanti: il retto, la parte terminale dell’intestino crasso, l’utero al centro ed anteriormente la vescica.

Abbiamo visto nell’articolo “Siamo fatti così“, come ogni struttura sia collegata, creando un continuum, grazie al tessuto connettivo che differenziandosi crea delle connessioni tra i vari apparati del nostro corpo. Nella zona del bacino queste connessioni sono così forti da permettere una connessione tra le ossa del bacino, i muscoli del pavimento pelvico e gli organi sopracitati. In che modo? Visualizzate ogni organo in un sacchettino appiccicoso, questo è il suo sacchettino di rivestimento, detta anche la fascia viscerale, che aderisce proprio all’organo. Vi è poi un altro foglietto più esterno, la fascia parietale, che oltre a rivestire l’organo sfiocca e forma delle strutture di sostegno che sono appunto i legamenti viscerali, i quali connettono l’organo stesso ad altri organi o ai muscoli contigui e lo ancorano alle strutture ossee.

Nella regione del bacino abbiamo una struttura fasciale molto forte che si chiama fascia endo-pelvica, la quale dal pube si porta indietro rivestendo prima la vescica, continua dietro avvolgendo l’utero, poi abbraccia il retto fino ad aggrapparsi al sacro e lateralmente alle ossa iliache. La cosa fantastica del poter osservare il nostro corpo attraverso l’anatomia è che rende molto intuitivo come sia impossibile ragionare a settori.

Torniamo al nostro utero, alle mestruazioni dolorose o ai sintomi che si possono manifestare nell’arco del mese. L’utero ha tre legamenti fasciali, anch’essi facenti parte della fascia endo-pelvica, che oltre ad ancorarlo, fungono da binari di movimento durante la deambulazione e gli permettono di adattarsi ai movimenti delle strutture muscolo-scheletriche. Questi tre legamenti sono:

  • i legamenti rotondi, che dal corpo dell’utero vanno davanti al pube,
  • i legamenti largi, due ali che gli permettono i movimenti di lateralità durante la camminata,
  • i legamenti sacro-uterini, che collegano la cervice uterina al sacro.

Se una o più di queste strutture risulta compromessa, anche la funzionalità uterina, cioè la sua capacità di movimento e di contrazione sia durante la mestruazione che durante ad esempio il travaglio e il parto saranno deficitarie. Una piccola parentesi: un legamento sacro-uterino teso, che non ha una buona elasticità, inficerà una dilatazione fisiologica della cervice uterina durante il travaglio e potrà essere così necessaria un’assunzione farmacologica di ossitocina sintetica per incrementare la forza contrattile non sufficientemente necessaria. Quindi, una simmetria di queste zone è fondamentale perché il lavoro fisiologico dell’organo uterino venga svolto.

Quello che può accadere è che eventi traumatici quali, ad esempio, con una banale caduta sul sedere, un frattura delle ossa degli arti inferiori o superiori, una distorsione alla caviglia, possano andare ad influenzare lo stato di tensione di queste strutture fasciali legamentose, determinando un cambiamento nella posizione della struttura (che sia l’organo o l’osso) e, quindi, nella funzione. Mi capita spessissimo ad esempio di sentire tensioni più su un lato dell’utero e dell’ovaio rispetto che dall’altro e trovare delle correlazioni con i traumi pregressi da quel lato. Come mai avviene questo? Il nostro corpo in base ai traumi fisici che subisce si riorganizza e crea delle zone di tensione che è come se trazionassero altre zone, le tirano nel vero senso della parola e, quindi, le strutture trazionate si riadattano di posizione in base alla forza che sentono. Il riadattamento di posizione è impercettibile e viene fatto senza che noi ce ne accorgiamo, ma determina poi un disequilibrio della zona, che non può più svolgere il suo lavoro in modo corretto e in senso più ampio un riadattamento posturale di tutto il nostro corpo.

L’utero e le ovaie, che sono organi posti anatomicamente al centro, sono molto suscettibili a tutto questo soprattutto per le relazioni dirette che abbiamo visto avere con le ossa del bacino. Pensate al sacro che deve stare inclinato in un determinato modo per funzionare bene, ora se io cado sopra alla sua parte finale quella caduta mi porta a farlo diventare ad esempio più verticale. I legamenti sacro-uterini, che si ancora proprio a metà del sacro, verranno trazionati dalla nuova posizione sacrale e di conseguenza trazioneranno anche la parte della zona cervicale dell’utero. Tutto questo porterà poi ad un riadattamento delle strutture sia superiori che inferiori del corpo con la possibilità di insorgenza di sintomi a distanza, come ad esempio un banalissimo male al collo, che però dipende da quella disfunzione sacro-uterina dovuta alla caduta.

Ma può avvenire anche il contrario, di solito a causa di situazioni infiammatorie croniche che portano ad un cambiamento dei tessuti. Più o meno il principio è lo stesso. Una continua infiammazione fa sì che il tessuto fasciale cambi nella sua composizione perché il sistema immunitario è in continua sollecitazione e si trova continuamente a dover riparare quella zona. E’ come se avessimo sempre una ferita aperta e le nostre cellule immunitarie si dovessero occupare di continuare a chiuderla. Allora il tessuto diventa più rigido e perde di elasticità. È così ad esempio nel caso dell’endometriosi, dove troviamo delle vere e proprie zone fibrotiche che porteranno ad un mancato movimento dell’utero. Saranno queste zone allora ad influenzare le strutture muscolo-scheletriche e, quindi, potremo avere mal di schiena o male all’anca, ma il problema originario risiederà nella zona uterina.

Quindi, donne, il mio consiglio è sempre quello di iniziare a capire quando si presenta il vostro dolore per evidenziare o meno la correlazione con il ciclo mestruale e la seconda cosa è di dedicare sempre un po’ di attenzione quotidiana al nostro ventre con dei massaggi semplici a livello dell’utero che si trova appena sopra il nostro pube (a vescica vuota). Così potete iniziare a prendere un po’ di confidenza con quell’area ed affinare la vostra percezione sentendo se ci sono zone di maggior o minor tensione.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Questa mattina mi ha chiamato un’amica e mi ha chiesto di vedere il figlio nel pomeriggio perché da un paio di giorni ha il collo bloccato e si sente i “ nervi accavallati”. Ho sorriso, per fortuna anche quando si parla di dolori c’è spazio per trovare divertenti alcune espressioni. Se avete già letto il mio precedente scritto Ho la cervicale” (se non l’avete fatto lo trovate QUI) sapete anche che non sono una fisioterapista sadica ma che alcune espressioni, comuni tra la gente, fanno sorridere gli addetti ai lavori.

Allora facciamo un po’ di chiarezza.

Definiamo  sistema  – convenzionalmente – un insieme di organi con lo stesso tipo di tessuto che svolgono la stessa funzione. Ad esempio il sistema circolatorio, il sistema nervoso, il sistema muscolare.

Definiamo invece  apparato quell’insieme di organi che, pur svolgendo compiti simili, sono formati da tessuti diversi. Ad esempio l’apparato cardio-circolatorio, l’apparato digerente o appunto l’apparato locomotorio o muscolo scheletrico.

L’apparato locomotorio

L’appartato locomotorio o locomotore (il sistema attraverso il quale ci muoviamo) è composto da alcuni elementi essenziali: le ossa, i muscoli, i nervi.

Le ossa sono la struttura di sostegno e collegamento tra una parte anatomica e l’altra, i muscoli sono gli elastici attraverso il quale si esprime il movimento, i nervi sono il sistema di collegamento tra il motore centrale (il cervello) e gli elastici. Queste strutture sono solo “nominalmente” separate tra loro perché, come avete già potuto approfondire nell’articolo sulla fascia della nostra esperta osteopata, sono poi funzionalmente e anatomicamente strettamente collegate da un tessuto che le protegge, le nutre e le sostiene: la fascia appunto.

Per facilità di spiegazione oggi le considereremo separatamente.

Ogni struttura del corpo è, di base, definita tessuto perché composta da cellule specifiche che nascono e si sviluppano per svolgere una determinata funzione e non un’altra. Per capire meglio pensiamo proprio ai nostri abiti, a seconda della funzione che hanno viene utilizzato un determinato tessuto: c’è la lana, il cotone, la seta, i tessuti tecnici e via dicendo.

Ogni tessuto viene utilizzato per scopi ben precisi, pensate ad un costume da mare di lana o ad un tappeto del bagno di seta, bello ma certamente poco pratico e funzionale. Esatto vorrei proprio che vi concentrasse sulla funzionalità e sull’utilizzo perché è così che funziona il corpo.

Quello che sto per spiegarvi è una grande semplificazione dell’anatomia e della fisiologia umana e non me ne vogliano gli esperti se per amor di semplificazione ci sarà qualche imprecisione.

Nel nostro corpo abbiamo 206 ossa circa collegate tra loro dalle articolazioni a formare lo scheletro.  Il tessuto osseo è formato da cellule specifiche chiamate osteoni  (o osteociti) che hanno come caratteristica principale quella di attirare il calcio e gli altri elementi minerali per costituire un tessuto compatto e resistente che funga da sostegno e protezione. Esistono sostanzialmente due tipi di osso. Quello compatto, un tessuto omogeneo e uniforme che rende le nostre ossa resistenti, e poi il tessuto osseo spugnoso che invece ha le cellule disposte in una struttura ordinata ma più disomogenea che lo fa appunto assomigliate ad una spugna.

Possiamo in maniera ragionevole ipotizzare che se il nostro scheletro fosse composto da solo osso compatto avremmo sì una ossatura molto resistente ma anche molto pesante e poco facile da muovere, d’altro canto se fossimo composti da solo osso spugnoso saremmo molto leggeri e flessibili ma forse fragili e delicati. Quindi  poiché  in medio stat virtus (come dicevano i latini “la virtù migliore è l’equilibrio”) ogni nostro singolo osso non è composto esclusivamente da uno o dall’altro tipo di tessuto ma da una diversa percentuale dell’uno o dell’altro a seconda del suo ruolo. Principalmente troveremo osso compatto sulla superficie più esterna e osso spugnoso all’interno.

Non tralasciamo il fatto che l’osso spugnoso ha anche funzione ematopoietica. Questo parolone indica che una delle funzioni dell’osso è quella di ospitare cellule che hanno la funzione di generare la parte corpus colata del sangue, in particolare i globuli rossi e le piastrine. Vi sarà capitato di sentire che alcune persone necessitano di fare un prelievo o una donazione di midollo, perché hanno problemi come leucemie o simili, ecco in quel caso si sceglie un osso a maggioranza spugnoso come l’osso iliaco o lo sterno, per fare un piccolo prelievo di tessuto di osso spugnoso e analizzare questa capacità ematopoietica.

Per muoverci abbiamo poi bisogno di tiranti che, collegandosi tra un osso e l’altro possano poi permettere al corpo di muoversi. Questi tiranti sono i muscoli. Il tessuto muscolare ha come capacità fondamentale quella di essere contrattile. Cosa significa? Significa che ogni muscolo è formato da un insieme di piccoli filamenti che hanno la capacità di accorciarsi e allungarsi che, se analizzati al microscopio, assomigliano a piccoli ingranaggi che si incastrano alla perfezione quando il muscolo lavora e tornano alla loro posizione iniziale quando sono rilassati. Analizzando più profondamente la struttura del muscolo vedremo che solo la parte centrale è composta da fibre contrattili, le sue estremità infatti sono costituite da un tessuto fibroso parzialmente elastico, che non ha capacità di contrarsi, costituita dal tendine. I tendini infatti sono la parte attraverso cui i muscoli si “attaccano alle ossa” per permettere al muscolo di muovere quel segmento osseo.

A volte, per svariate ragioni, può capitare che alcune di queste fibre muscolari non tornino in posizione di rilassamento ma restino continuamente attive o contratte. Ecco il nostro nervo accavallato! In quei casi avvertiamo un dolore pungente e costante in corrispondenza delle le fibre del muscolo che non sono tornate a posto, avvertiamo la sensazione che ci sia qualcosa fuori dalla sua sede. La zona dolorante sembra gonfia o con appunto un tessuto intrecciato come, appunto se fosse accavallato. Anche toccandola sembra che ci sia una corda.

Ebbene si tratta proprio di una contrattura muscolare o comunque di un comportamento anomalo del muscolo, più spesso di una sua piccola porzione, che si è contratto durante un movimento e poi non si è più rilassato. A volte capita dopo uno sforzo intenso improvviso oppure dopo un’attività, anche non troppo intensa, ma prolungata nel tempo.  Questo è un fenomeno temporaneo e facilmente risolvibile attraverso un trattamento da un buon esperto del settore come un fisioterapista, un massaggiatore professionista e via dicendo. Attraverso un breve massaggio e alcuni esercizi di allungamento e distensione muscolare si possono ottenere buoni risultati.

In tutto questo i nervi che ruolo hanno?

I nervi sono la parte periferica del nostro sistema nervoso. Sono dei canali costituiti dalle code dei neuroni (le cellule del sistema nervoso)  che hanno la funzione importantissima di trasportare le sensazioni dalla parte esterna del corpo al cervello che li elabora e li trasforma in impulsi motori che, sempre attraverso i nervi, partono dal cervello e arrivano ai muscoli.

Facciamo un esempio per capirci. Avete davanti a voi un foglio e una penna e volete scrivere qualcosa. Gli occhi mandano al cervello l’immagine del foglio e della penna, il cervello (come un computer) elabora l’informazione e manda alla mano il comando di prendere la penna e scrivere. Tutte le informazioni passano attraverso i nervi. Immaginate il sistema di illuminazione della vostra casa: esso è costituito dalla lampadina, dall’interruttore e dai fili elettrici che collegano la lampadina all’interruttore. Quando voglio accendere la luce metto l’interruttore su on e, passando la corrente attraverso i fili,  la lampadina si accende, viceversa quando voglio spegnerla.  Avete mai guardato un filo elettrico da vicino? Esso è costituito da una parte esterna isolante che contiene dei filamenti di rame, molto sottili e delicati attraverso i quali passa la corrente. Il sistema elettrico delle nostre case è generalmente ben protetto in modo che dall’esterno non si possa danneggiare. Questo avviene anche nel corpo. I nervi sono avvolti in una guaina fasciale che li tiene ben protetti e, generalmente si trovano a contatto con le strutture più profonde del nostro corpo in modo che non possano essere facilmente danneggiabili, figuriamoci se possono accavallarsi.

Quindi la prossima volta che “avete i nervi accavallati” o sentite qualcuno che usa questa espressione provate a pensare al vostro impianto elettrico che improvvisamente si ingarbuglia dentro ai muri della vostra casa e vedrete che sorriderete anche voi.

Un abbraccio.

Mara Delaini – Fisioterapista e insegnante di yoga per bambini e adulti. Vive la vita alla ricerca della morbidezza e della leggerezza intesa come capacità di essere lievi anche nelle difficoltà.

maradelaini@gmail.com

Mara Delaini

Quando si dice che il corpo è tutto collegato, che cosa si intende?
In che modo risulta inter-connesso?

La visione della medicina occidentale ci propone un modello di valutazione della persona ultra-specialistico, dove viene indagato il sintomo e la regione corporea in cui si presenta valutando, in questo modo, la persona come un qualcosa di scomponibile. Il nostro corpo, invece, è un organismo di relazione, tutte le nostre parti quali organi, muscoli, cervello e così via sono in costante comunicazione grazie ad un tessuto che avvolge ogni struttura.

Ciò che crea questa rete di collegamento è la fascia, un tessuto connettivo fibroso che, come suggerisce il nome, tiene insieme tutto a partire dalle nostre cellule. A seconda della zona in cui si trova, della funzione che deve svolgere o della struttura che va a rivestire, la fascia prende nomi differenti per l’orientamento delle fibre (da qui fibroso) da cui è costituita.

Utilizziamo la nostra immaginazione per capire meglio… pensate ad una ragnatela e visualizzate la sua struttura come l’interno del nostro corpo togliendo il rivestimento esterno, la cute.
Se vi avvicinate e prestate attenzione, noterete che ogni singolo filetto è collegato al suo vicino di sopra, di sotto, di destra e di sinistra, che tutta la ragnatela ha dei punti di ancoraggio garanti dello stato tensivo e che se viene leso uno dei filetti anche gli altri ne risentono, cambiando la forma dell’intero sistema portante.

Il nostro corpo all’interno è esattamente così, ogni parte è collegata dalla superficie alla profondità e dalla periferia al centro grazie a questo sistema di continuità.

Per capire meglio osserviamo l’immagine anatomica sottostante, la quale mostra il rivestimento fasciale di una zona muscolo-scheletrica.

Notate come a partire dall’osso il tessuto fasciale, passando per il tendine e fondendosi poi nella mio-fascia, il rivestimento più esterno del muscolo, evidenzi una linea di continuità che non si interrompe mai. E guardate poi come andando in profondità, lo stesso tessuto entra nel muscolo e crea dei setti di separazione avvolgendo prima gruppi di fibre muscolari e poi le singole fibre muscolari. La fascia corre e si insinua in ogni parte e zona del nostro corpo. Si fonde con un tessuto, lo divide da quello vicino e contemporaneamente lo connette a questo.

Separa, ma unisce, collega, ma divide. Potremmo dire che è un po’ l’espressione della nostra esistenza, la connessione con il tutto, ma allo stesso tempo la divisione che la materia comporta. La necessità di fusione che ricerchiamo per tutta la vita e il bisogno opposto di individualità. La fascia, in una visione più ampia, è l’espressione corporea di tutto questo.

Riconosciamo tre tipi di rivestimenti fasciali:

  • la fascia superficiale e profonda, che riveste la cute, le ossa, i muscoli, i legamenti, i tendini, le articolazioni
  • la fascia viscerale, che riveste tutto l’organo e con i suoi sdoppiamenti collega un organo all’altro o un organo ad una struttura muscolo-scheletrica
  • la fascia meningea, che è quella che riveste il nostro cervello, dalla corteccia cerebrale, alla scatola cranica fino al midollo spinale e che anch’essa contrae delle relazioni con la fascia sia viscerale che muscolare

Grazie alla studio dell’anatomia di questo tessuto ci è facile intuire il perché un’area silente può essere la causa del dolore di un’altra zona. Pensate ad esempio che il pericardio, il sacchetto esterno di rivestimento del cuore, è in diretta comunicazione con le fasce profonde della zona del collo. Questo può giustificare il motivo per cui se subisco un intervento al cuore, la cicatrice interna formatasi può portare ad un’insorgenza successiva di un dolore nella zona cervicale.

Perché succede che se una zona soffre per un’infiammazione, una cicatrice pregressa o un trauma ricevuto, il mio dolore si può manifestare a distanza?

La fascia ha la necessità di mantenere un suo stato di normo tensione, non deve essere né troppo rigida né troppo lassa. Quello che succede quando ad esempio si crea un’infiammazione cronica è che nell’area dove questa infiammazione continua per mesi o anni si ha una ri-organizzazione della struttura fasciale, che cambiando orientamento delle fibre diventerà più rigida impendendo alla struttura di avere una libertà di movimento come prima, riducendo, così, l’afflusso di sangue e gli scambi cellulari. Quindi la zona infiammata soffre per mancanza di nutrimento e di movimento. Quello che può accadere è che il dolore, per meccanismi di trasmissione neuro-meccanica, vada ad esplodere in un’altra zona.

Facciamo un esempio pratico. Se sono abituata a nutrirmi con cibi che infiammano il mio intestino, l’infiammazione continua porterà ad una rigidità delle fasce dell’intestino e magari diventerò stitica (un cambiamento della struttura porta ad un cambiamento della funzione). Se la situazione si protrarrà nel tempo, la zona in cui si è creata una rigidità fasciale impedirà il movimento di una o più vertebre o di alcuni muscoli dando vita ad un mal di schiena cronico, il quale però non dipende dalla mia schiena, ma dal mio intestino.

Siamo fatti così! Niente di più semplice mi viene da dire. 

Se ragioniamo in questo modo capiamo come siamo noi stessi i responsabili e gli artefici della nostra salute o della nostra malattia. Infatti, tutto influenza lo stato del tessuto fasciale: il cibo, i nostri pensieri, le nostre emozioni, lo stile quotidiano, lo sport che facciamo, lo stress, l’ambiente in cui viviamo… La fascia determina la nostra forma sia interna che esterna ed è proprio l’espressione del nostro vivere, tanto che dalle ultime ricerche scientifiche le è stato attribuito anche il nome di organo di senso, proprio la sua capacità percettiva.

Quando una persona si presenta da me per una problematica, oltre al trattamento osteopatico, che agisce nel ri-bilanciare e riequilibrare le tensioni fasciali, quello che consiglio è di abbinare sempre un approccio attivo, che coinvolga la percezione della persona, quale ad esempio la pratica dello yoga. In questo modo è la persona che impara a rendersi consapevole del suo stato fasciale, delle restrizioni che esso presenta imparando così ad assecondare le necessità che il corpo gli richiede.

Dopo questa introduzione sul sistema fasciale,  nei mesi successivi vedremo le relazioni specifiche tra organi e sistema muscolo-scheletrico. Nel prossimo articolo parlerò di utero-pavimento pelvico-bacino per capire come una restrizione in una di queste tre zone possa influenzare la normale funzione uterina nel ciclo mestruale.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Buon giorno a tutti: mi chiamo Mara e sono una fisioterapista, insegnante di yoga per adulti e bambini. Grazie a Michela di Vivoyoga avremo la possibilità di utilizzare questo spazio per informarci e confrontarci su alcuni temi riguardanti la nostra salute psicofisica.

Frequento palestre e istituti di riabilitazione ormai da parecchi anni (mi sono diplomata del lontano 1995) e una delle espressioni che mi sono sentita ripetere più spesso è: “guardi che io ho la cervicale!” oppure “guardi che ho la lombare” oppure “mio figlio soffre di cifosi, mia madre ha la lordosi”… Poche cose come queste espressioni mi fanno sorridere perché la mia risposta è sempre: “meno male che ce l’ha!”.

Ora voi starete pensando che sono una squilibrata; voi mi dite che avete un problema e io vi rispondo che è una benedizione?

Vi svelo un segreto: avere la cervicale, la lombare, la lordosi o la cifosi è FISIOLOGICO cioè normale, quello che invece non è buono sono i dolori, fastidi o alterazioni della colonna cervicale.

Facciamo un passo in dietro cercando di capire cosa si intende quando parliamo di “cervicale” (e quindi anche degli altri termini citati sopra).

Le maggior parte delle persone che non ha fatto studi specifici del settore medico sportivo, quando parla di cervicale si riferisce ad essa come se parlasse di una malattia, ad esempio ho il raffreddore, ho mal di pancia, ho la cervicale. Le persone che hanno fatto studi specifici come il medico, il fisioterapista, l’osteopata, l’estetista, l’istruttore di ginnastica o di yoga, quando parlano di cervicale (o quando ne sentono parlare) pensano ad una parte della nostra colonna, ossia il tratto cervicale della colonna vertebrale oppure, nel caso di lordosi e cifosi, di curve fisiologiche della colonna stessa.

Mi spiego meglio: possiamo immaginare, semplificando al massimo, che il nostro corpo sia formato da strutture fisiche di diverse consistenze. Abbiamo strutture dense come le ossa, strutture più morbide come i muscoli e gli organi e strutture più liquide come il sangue e la linfa. Il tutto organizzato in sistemi e apparati. A tutto questo dobbiamo aggiungere che, in medicina, tutto ciò che appartiene alla normale costituzione e al normale funzionamento del corpo si definisce fisiologico. Ad esempio tutte le persone che nascono sane hanno caratteristiche comuni (uguali ma con delle piccole varianti che fanno di noi esseri esclusivi). Tutti abbiamo una testa, un busto, due braccia , due mani, due gambe e via dicendo. Lo stesso vale per le ossa, gli organi e tutti gli altri apparati.

Per tornare a noi, tutti abbiamo una colonna vertebrale.

Ma cos’è la colonna vertebrale? A cosa serve?

La colonna vertebrale è il principale sostegno del corpo degli esseri vertebrati.

Si perché il mondo si divide in animali vertebrati e invertebrati. Vertebrati cioè provvisti di vertebre, di colonna vertebrale e che sono in grado, generalmente, di spostarsi autonomamente nello spazio (tutti gli animali e l’uomo). Invertebrati  cioè sprovvisti di tale colonna come gli organismi unicellulari  (ad esempio i batteri, alcuni parassiti) che, nella maggior parte dei casi, hanno bisogno di un ospite o di un veicolo per spostarsi e sopravvivere. Non è insolito sentir dire ad una persona  “ sei un invertebrato, sei uno smidollato” quando lo si vuole definire senza sostegno, senza volontà di muoversi e di affrontare la vita.

La colonna vertebrale ha una funzione di sostegno, protezione, movimento ed è situata nella parte posteriore del nostro corpo, la schiena. Sostegno perché è lei responsabile della nostra capacità di mantenere il busto (la schiena diritta) e di farci stare seduti, grazie alla sua forma. Le vertebre sono infatti impilate una sopra l’altra a formare una colonna. Inoltre le vertebre del tratto dorsale hanno una articolazione con coste a sostegno della gabbia toracica.

Protezione prima di tutto perché nella zona toracica , sostenendo le coste, aiuta a proteggere organi vitali quali il cuore e i polmoni, secondariamente perché le vertebre, nella parte posteriore,  si chiudono a formare un canale chiamato canale midollare, nel quale scorre il midollo spinale fondamentale per la comunicazione tra il cervello e la periferia del nostro corpo.

Infine la colonna ha una funzione di movimento perché attraverso di essa possiamo mettere in comunicazione gli arti superiori e gli arti inferiori tra loro e muoverci nello spazio.

La colonna vertebrale prende questo nome dalle ossa che la compongono: le vertebre. La colonna vertebrale umana è costituita da 33/34 vertebre (7 cervicali, 12 toraciche, 5 lombari, 5 sacrali e 4-5 coccigee) intervallate da una parte più elastica e cartilaginea detta disco intervetebrale.

Le vertebre sacrali e coccigee formano l’osso sacro, che è posizionato, come una chiave di volta, tra le ossa del bacino. In questo articolo tralasceremo volutamente questo tratto della colonna per occuparcene in maniera specifica e ci occuperemo quindi essenzialmente delle vertebre cervicali, dorsali e lombari.

Non andremo in dettagli troppo tecnici sulla descrizione della forma delle vertebre, ma è necessario sapere alcune cose. Le vertebre non sono tutte uguali e si differenziano, lungo la colonna, in base alla loro funzione, cioè in base al ruolo che devono svolgere. Le vertebre cervicali hanno una funzione di protezione e di movimento e quindi sono più piccole ma con una parte posteriore molto sviluppata per proteggere meglio il midollo spinale. Le vertebre lombari hanno funzione di sostegno  e quindi sono più grandi con una capacità ridotta di movimento (attenzione ridotta rispetto a quelle cervicali ma non piccola o assente)

Le vertebre dorsali svolgono tutte e tre le funzioni ma in misura diversa dall’alto verso il basso per cui: le vertebre dorsali superiori, che hanno maggiormente funzione di protezione e movimento, assomigliano a quelle cervicali mentre quelle inferiori, che hanno maggior funzione di sostegno e movimento,  assomigliano alle vertebre lombari.

Affrontiamo ora un altro elemento fondamentale della colonna: il disco intervertebrale. Se la funzione di protezione, viene garantita dalla forma della parte ossea le funzioni di sostegno e movimento sono garantite dalla presenza di questo cuscinetto cartilagineo che permette alla colonna di muoversi e assorbire gli urti generati dal movimento o dal carico.

Cosa significa? Significa che questa struttura, costituita da una parte esterna cartilaginea (come la punta del naso e la parte superiore delle orecchie per intenderci) chiamata anulus fibroso e da una parte interna gelatinosa ( proprio come il gel per i capelli ) chiamata  nucleo polposo è responsabile della capacità della nostra colonna di compiere piegamenti in avanti, indietro, in laterale e di torsione a destra e a sinistra.  Trasforma la nostra colonna da un bastone rigido e statico, quale sarebbe se fosse composta solo dalle vertebre, in un sistema elastico e flessibile  e dinamico quasi come una molla.

Questo avviene grazie alle capacità elastiche del disco ma anche grazie alla forma della colonna vertebrale.

Infatti osservando la colonna su un piano frontale (da davanti o da dietro) la colonna è  fisiologicamente diritta, troviamo infatti una alternanza di vertebre e dischi, più piccoli verso l’alto e più larghi verso il basso posizionati l’uno sull’altro come in una torre fatta di mattoncini.  Se , invece, osserviamo la colonna su un piano sagittale (di fianco) vediamo che la colonna presenta delle curve.

Queste curve sono chiamate lordosi cervicale, cifosi dorsale, lordosi lombare e cifosi sacrale.

La lordosi cervicale e la lordosi lombare sono curve con concavità posteriore mentre la cifosi dorsale e la cifosi sacrale sono due curve con concavità anteriore. Queste curve che devono essere presenti in ogni colonna lombare sana le donano quella caratteristica forma a molla che permette di muoversi e sostenere il peso del corpo senza troppo sforzo.

Rileggendo quanto fin qui descritto mi rendo conto che non per tutti può essere facile capire la complessità di un sistema che collega il nostro corpo dalla testa ai piedi e che garantisce contemporaneamente stabilità, protezione e movimento, però tutto ciò ci rende chiaro che la colonna vertebrale gioca un ruolo fondamentale nella nostra salute e che è necessario prendercene cura tenendo conto proprio dei suoi aspetti costitutivi e funzionali. Semplificando dovrò, nella mia quotidianità e nella mia attività fisica, fare attenzione a quegli aspetti che possano mantenere la mia colonna flessibile, stabile e con una forma il più possibile vicino a quella fisiologica. In quel caso allora potrò dire di avere una cervicale sana e flessibile e di avere cifosi e lordosi nei punti giusti e di avere una colonna lombare forte e mobile e sana con dischi vertebrali robusta ma elastici.

A questo punto anche voi , come me , sorriderete nel sentire la famosa espressione: “ ho la cervicale”.

 

Mara Delaini – Fisioterapista e insegnante di yoga per bambini e adulti. Vive la vita alla ricerca della morbidezza e della leggerezza intesa come capacità di essere lievi anche nelle difficoltà.

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Mara Delaini

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