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Visto che siamo in un blog di benessere e yoga, qualcuno potrà pensare che sono le parole di un mantra che possiamo recitare per ottenere qualche beneficio.  Queste cinque parole invece sono le cinque manifestazioni dell’infiammazione. Quando abbiamo un trauma o abbiamo una infiammazione in atto il corpo ci parla e lo fa attraverso questi cinque fenomeni.

Per infiammazione, o flogosi, si intende l’insieme delle modificazioni che si verificano in un distretto dell’organismo colpito da un danno di intensità tale da non incidere sulla vitalità di tutte le cellule di quel distretto. Il danno è provocato da: agenti fisici (traumi, calore), agenti chimici (acidi ecc.), agenti tossici e da agenti di natura biologica (batteri, virus ecc.). La risposta al danno è data dalle cellule che sono sopravvissute all’azione di esso. L’infiammazione è una reazione prevalentemente locale.

Il primo segno è CALOR, ovvero il calore. Quando le cellule della parte in questione si attivano, aumentano il loro metabolismo creando una ipertermia locale per intervenire nei confronti dell’agente esterno o interno che ha provocato il danno. Questa attivazione, in genere, provoca un aumento dell’afflusso di sangue nella zona, dando manifestazione al secondo fenomeno che è il RUBOR, cioè il rossore. Nella zona colpita dal danno abbiamo quindi un aumento dell’attività cellulare locale, un aumento del flusso di sangue che veicola l’arrivo di una serie di cellule di difesa per fermare l’agente che ha attaccato l’organismo. Possiamo immaginarci una sorta di sovraffollamento della zona infiammata  che esternamente si manifesta con TUMOR ovvero il gonfiore che indica la presenza di un edema nella zona colpita. Per edema si intende appunto la presenza di liquido intercellulare e intracellulare ricco di cellule immunitarie, vive o morte. A questo punto il corpo, se non l’ha già fatto in maniera non troppo violenta, ci manda un messaggio che in genere non ignoriamo che è DOLOR, appunto il dolore. Il dolore è veicolato dai recettori presenti in ogni parte del nostro corpo ed è un campanello d’allarme per il nostro stato di salute. Abbiamo già visto che il dolore non va ignorato o represso senza capire cosa lo aveva generato, ma va ascoltato e preso in considerazione o addirittura utilizzato come guida per ritrovare il benessere. L’ultima manifestazione del dolore, che è anche la più preoccupante è quella che si chiama LAESA FUNCTIO, ossia la perdita temporanea o permanete, della funzionalità della zona colpita. Quante volte abbiamo avuto il torcicollo, la schiena bloccata, un ginocchio o una caviglia così gonfi da non poterli più muovere o un dolore al piede che ci impedisce di camminare?

In alcuni casi questi fenomeni si presentano in modo progressivo uno dopo l’altro mentre in alcuni casi abbiamo la comparsa simultanea di tutti i fenomeni.

Prendiamo per esempio una tendinite, ovvero una infiammazione nella zona tendinea del muscolo; in genere insorge in maniera progressiva, dandoci prima qualche segnale di calore o rossore dopo uno sforzo e poi manifestandosi con gonfiore e dolore dopo sforzi prolungati e ripetuti fino alla impossibilità di eseguire un movimento specifico a causa proprio dell’infiammazione. In questo caso abbiamo sicuramente un perdita temporanea della funzione che, risolta l’infiammazione, torna ad essere integra.

Nel caso di un trauma invece, come ad esempio una distorsione di caviglia o ginocchio, avremo la comparsa di tutti i fenomeni contemporaneamente. Infatti ci troveremo ad avere una caviglia o un ginocchio caldo, rosso, gonfio dolorante e che non possiamo assolutamente utilizzare. Anche in questo caso siamo in presenza di una alterazione temporanea della funzione che potrebbe anche non recuperare completamente in base al tipo di trauma.

Infine quando il trauma colpisce alcune zone fondamentali del nostro corpo, come un organo interno o il sistema nervoso potremmo arrivare ad un danno che crea una perdita, anche solo parziale, della funzionalità di quell’organo ma che resta permanente. E’ il caso di una ulcera gastrica oppure intestinale, di una ernia discale espulsa con lesione della radice nervosa corrispondente che potrebbe provocarmi la perdita parziale di forza dei muscoli innervati da quella radice nervosa.

Come vi raccontavo la volta scorsa il corpo ci parla, prima ci sussurra con piccoli segnali di calore e rossore, poi comincia ad alzare la voce parlandoci con il dolore e il gonfiore, infine grida aiuto portandoci alla perdita della funzione interessata.

E noi cosa facciamo? Naturalmente ci prediamo cura, ascoltando quello che il corpo ci dice e quando ce lo dice. Continuando a fare prevenzione con uno stile di vita socialmente, fisicamente ed emotivamente sano dovremmo ridurre al minimo gli episodi di dolore acuto legato ad una infiammazione.

Cosa fare in caso di infiammazione?

Quando si presentasse un’infiammazione, il mondo della medicina tradizionale e il  mondo della medicina olistica hanno diversi rimedi da proporci. Ricordo a tutti che diagnosticare un problema e prescrivere il farmaco più adeguato è compito esclusivo del medico generico o del medico specialista al quale ci siamo rivolti.

In caso di una infiammazione provocata da un agente chimico o da un agente batteriologico la prima cura sarà proprio di ordine farmacologico ad azione generale o locale (naturale, omeopatico o chimico).

Nel caso di un trauma o di una lesione legata soprattutto all’apparato locomotorio possiamo intervenire anche con alcuni rimedi locali che possono alleviare i nostri sintomi.

In assenza di lesioni cutanee anche superficiali il primo rimedio è il ghiaccio; ha un grande potere nel rallentare l’afflusso di sangue, contrastare l’aumento della temperatura locale, bloccando quindi il fenomeno infiammatorio e indirettamente riducendo dolore e gonfiore.

Anche i bagni di contrasto possono essere un ottimo rimedio all’infiammazione soprattutto quella articolare e muscolare. I bagni di contrasto consistono nell’immergere la parte interessata dall’infiammazione alternativamente in acqua calda e fredda con un rapporto di uno a tre: un minuto di acqua fredda e tre minuti di acqua calda almeno tre volte. La temperatura dell’acqua fredda dovrebbe essere attorno ai 12°/ 15° mentre quella dell’acqua calda non dovrebbe superare i 36°. Nelle nostre case è difficile avere un’acqua corrente così fredda e quindi sarà necessario aggiungere qualche cubetto di ghiaccio per ottenere la temperatura desiderata. Sarebbe anche ottimale aggiungere un cucchiaio di sale nella soluzione calda in modo da facilitare l’effetto drenante. In caso dovessimo fare bagni di contrasto su una superficie che non possiamo immergere (ad esempio la schiena), potremo utilizzare il doccino, accontentandoci della temperatura più fredda che possiamo ottenere.

Un altro rimedio abbastanza diffuso per le sue proprietà cicatrizzanti e antinfiammatorie sono i cataplasmi di argilla. Il cataplasma è un impacco costituito da farmaci e da una sostanza inerte da applicare sulla pelle. Un tempo si usavano le farine, come quella di riso o di lino, inumidite con un decotto di erbe medicinali. Nel caso dell’infiammazione l’argilla stessa diventa medicamentosa perché ricca di sostanze che rallentano il processo infiammatorio e alleviano i sintomi.  Ci sono diversi tipi di argilla con qualità organiche leggermente diverse, la più indicata nel nostro caso è l’argilla verde ventilata che ha un alto potere antinfiammatorio per l’elevata presenza di silicio e di alluminio e in misura ridotta di altri minerali come ferro, argento e rame. Lo scambio tra i componenti presenti nell’argilla e i nostri sali minerali favorisce l’eliminazione dell’acqua in eccesso e attiva il sistema drenante dell’organismo riducendo così il gonfiore e i sintomi dolorosi legati al trauma. Inoltre abbassa la temperatura locale.

Ma come applicare un perfetto impacco? Quanto lo tengo? Avvolgo la parte nella pellicola o la lascio esposta all’aria? Come sempre il buon senso deve essere la nostra guida.

L’argilla deve essere preparata con poca acqua e dell’olio (due parti di argilla, una di acqua e una di olio potrebbero essere un buon rapporto per cominciare) e può essere conservata in frigorifero per qualche giorno avendo l’accortezza di non esporla alla luce e di non farla entrare in contatto con nessun metallo, sia in preparazione che in conservazione. Potremmo sostituire l’olio di oliva con olio essenziale di cipresso, timo rosso, menta o eucalipto per un maggior potere drenate e rinfrescante, ma fate sempre un prova su una piccola parte per assicurarvi che non vi creino reazioni allergiche o eccessive.
Il fango così ottenuto si applica sulla parte interessata, anche in caso di leggera lesione della cute (in caso di lesione più profonda o sporca consultate un medico esperto di medicina naturale) e si lascia agire. Il mio consiglio è quella di tenerla almeno 30 minuti avvolta in un panno di cotone o di attendere la completa essiccazione se il vostro tempo ve lo permette e se la parte da trattare non è troppo ampia. Rimuovete poi lo strato di argilla (potrebbe esserci un lieve arrossamento) con un panno umido ma abbiate l’accortezza di non farla negli scarichi, potrebbe intasarli nel tempo. Naturalmente non dobbiamo accontentarci di un impacco ma proseguire per alcuni giorni.

Altro rimedio conosciuto per i dolori muscolari e articolari è l’artiglio del diavolo o Harpagophytum procumbens. E’ una pianta perenne, originaria dell’Africa, conosciuta già nei tempi passati dagli uomini di medicina africani. Ha un grande potere antinfiammatorio soprattutto per quanto riguarda l’apparato osteo tendineo e muscolare. Si trova spesso in pomate o unguenti abbinata anche all’Arnica montana. Questa è un’erba appartenete alla famiglia delle Asteracee ha diverse proprietà tra cui spicca quella antidolorifica e antinfiammatoria. Favorisce la cicatrizzazione delle piccole ferite e può alleviare fastidi legati alle punture di insetto o delle piccole scottature.

Un altro rimedio antico ma efficace che è stato riscoperto di recente sono gli impacchi di foglie di cavolo. Il  Cavolo verza della specie Brassìca oleracea, molto caro al dott. Mozzi  (provate a verificare sul suo sito, ne parla abbondantemente) era in passato considerato la cura per molti o per tutti i mali. Naturalmente oggi sarebbe stupito pensare che esista qualcosa che cura tutto ma la composizione di questo ortaggio lo rende adatto nelle diete depurative e sembra prevenire molte malattie degenerative. Non esiste alcuno studio che provi l’efficacia dell’uso locale delle sue foglie ma provate e fatemi sapere.

Possiamo preparare gli impacchi in due modi. Il primo utilizzando le foglie sbollentate e fatte raffreddare e applicate per trenta minuti sulla zona interessata dal dolore. Alla fine dell’impacco la verza potrebbe essere scura e maleodorante perché avrà attirato in superficie le tossine della zona sottostante.

Il secondo metodo consiste nel tagliare le foglie a strisce e appiattendole. Meglio utilizzare una bottiglia di vetro e non con il mattarello in modo da far fuoriuscire il succo ma da non farlo assorbire dal legno. Applicate poi più strati di cavolo ben imbevuto del suo succo, avvolgete in una garza di cotone e lasciate in posa per almeno un’oretta. Anche quando toglierete l’impacco non lavate immediatamente la parte in modo da lasciar agire i principi un pò più a lungo. L’odore non è gradevole ma l’effetto è assicurato. 

 

Non ho la pretesa di conoscere tutti i rimedi anti-infiammatori e antidolorifici ma qui ce ne sono alcuni che io ho sperimentato essere efficaci nella mia carriera. Per cui ora tocca a voi, sperimentate e fatemi sapere!

 

Mara Delaini – Fisioterapista e insegnante di yoga per bambini e adulti. Vive la vita alla ricerca della morbidezza e della leggerezza intesa come capacità di essere lievi anche nelle difficoltà.

maradelaini@gmail.com

Mara Delaini

Buon 2020 a tutti. Se avete seguito la nostra rubrica sulla salute vi sarete accorti che stiamo affrontando una serie di tematiche che hanno come soggetto principale il nostro corpo. Vi sarete anche accorti che tendiamo ad avere una visione olistica della persona e quindi a considerarla nei sui tre aspetti fondamentali: il corpo, la mente, lo spirito. E avrete anche notato che a me piace prendere spunto da espressioni comuni e modi di dire per spiegare processi fisiologici più o meno complessi.

Oggi, dopo il periodo natalizio e quindi il consueto carosello di pranzi cene e riunione tra parenti vorrei accogliervi con un detto più che mai famoso: “Quando c’è la salute c’è tutto!”. Vi vedo, avete annuito e sorriso perché non è la prima volta che lo sentite, soprattutto tra quelli che si stanno lasciando alle spalle il periodo scanzonato e spensierato della giovinezza. Ma sarà vero che quando c’è la salute c’è tutto?

Possiamo fare qualcosa per questa salute o siamo in balia del caso, della fortuna, della genetica, di comportamenti adeguati e chi più ne ha più ne metta?

Personalmente sono convinta che sia necessario un buon mix di tutti i componenti che ho citato sopra per avere una vita lunga e in salute ma che anche quando questi ingredienti non siano stati proprio a nostro favore sono convinta si possa scegliere di stare bene. Non ci credete? Proviamo a ragionare insieme.

Nella terminologia medica il corpo fisico viene definito Soma. La parola  σόμα (Soma) deriva dal greco e significa “corpo, aspetto”. Non a caso la parola cromosoma indica una struttura che rappresenta una caratteristica identificativa di una persona e la mappa cromosomica indica tutte le caratteristiche che fanno di quella persona un individuo unico ed irripetibile. Il corpo è la parte più solida del nostro individuo, è ciò che ci mette fisicamente in relazione con gli altri e con il mondo esterno. Ciò che caratterizza il corpo è la presenza di una serie di strutture e meccanismi, di cui siamo più o meno consapevoli, che ci permettono di svolgere tutte le nostre funzioni fondamentali.

Quando tutte le strutture del corpo sono integre (non hanno danni) e tutti i processi fisiologici del corpo funzionano correttamente abbiamo uno stato di salute ottima, stiamo bene e lo deduciamo dal fatto che il nostro soma, il nostro aspetto, è bello in tutti i suoi aspetti, dalla testa ai piedi ed inoltre il nostro umore è sereno e ci sentiamo pieni di energia e di voglia di vivere. Si dice infatti (per fare il verso ad una nota pubblicità) belli fuori puliti dentro.

Può capitare che, a causa di molteplici fattori, sul nostro corpo comincino a comparire alcuni segni che indicano che il nostro stato di salute si sta modificando. Come ad esempio alcuni segni attorno agli occhi, un aspetto diverso della cute in alcuni punti, la presenza di piccole alterazioni all’interno dell’occhio, piccole callosità ai piedi.

In questi casi forse non avvertiamo altri cambiamento importanti, per esempio nell’umore e nella nostra energia vitale, e definiamo il nostro stato di salute buono e andiamo avanti. Potrebbe poi capitare che cominciamo ad avere qualche piccolo dolore articolare o qualche disturbo a carico di un organo ma solo sporadicamente e dando colpa al tempo, alle cattive posizioni o a volte anche all’età, andiamo oltre senza fermarci a capire cosa sta succedendo.

Succede poi che un giorno uno dei nostri dolori cominci a farsi più insistente, che una delle nostre articolazioni si gonfi, che un disturbo organico si manifesti quotidianamente e magari accompagnato da febbre o dolore, spaventandoci e costringendoci a modificare il nostro modo di muoverci o comportarci. Quello è il momento in cui cominciamo ad andare dal medico iniziando un balletto di visite e controlli per verificare il nostro stato di salute. Non in tutti i casi si approda ad una diagnosi, ovvero ad individuare una patologia che causa i nostri sintomi, quello che però accade è che chiediamo che il medico ci prescriva qualcosa per far cessare quel disturbo. E questo, magia delle magie, nella maggior parte delle volte avviene. Torniamo a svolgere tutte le nostre attività in maniera spensierata e (sempre per fare il verso ad un’altra famosa pubblicità) senza perdere nessuna lezione di tennis o l’aperitivo con le amiche.

Accade poi ancora che una mattina, o un pomeriggio o una sera, il nostro dolorino o disturbo ricompare, i soliti rimedi non funzionano più e siamo costretti a fermarci per indagini più approfondite. Scopriamo che ora siamo obbligati a cambiare alcune nostre abitudini perché le ginocchia si gonfiano sempre più spesso, perché la schiena ha i dischi rovinati, perché lo stomaco non può più digerire il nostro cibo preferito e via dicendo. E allora cominciamo ad identificarci con i nostri disturbi, la nostra salute e il nostro umore dipenderanno sempre più strettamente dal comportamento dei nostri malanni (vi inviterei a riflettere sulla parola malanni che a me suggerisce così tanto mali anni, mali negli anni, anni nei mali… insomma vedete voi).

Un processo che potrebbe andare via via sempre aggravandosi e, in alcuni casi, anche a manifestare malattie molto importanti e invalidanti. Sto per caso dicendo che se trascuriamo le occhiaie possiamo arrivare ad avere un tumore? Naturalmente no, ma vi invito ad approfondire il mio ragionamento. Quando la nostra salute peggiora tiriamo in ballo tutto, fisiologia, età, familiarità, stress e via dicendo, accusando il nostro peggioramento della salute a fattori esterni, interni a noi ma che non dipendono dalla nostra volontà. Non decidiamo se invecchiare o se siamo figli di diabetici, cardiopatici, se siamo nati con alcune alterazioni fisiologiche etc. Ma possiamo verificare che non tutti i figli dei diabetici diventano diabetici, non tutte le persone della stessa età hanno gli stessi acciacchi e via dicendo.

In realtà quello che accade è che il nostro corpo (ma anche la mente e lo spirito) ci parlano, ci mandano dei segnali. A me piace pensare che il nostro corpo prima sussurri, poi cominci ad alzare la voce e poi gridi.  Quello che fatichiamo a capire è che il dolore, il gonfiore o la febbre sono dei messaggi e non la malattia stessa. Quante volte diciamo sono malato perché ho la febbre e assumiamo antipiretici come cura? Questo è un atteggiamento errato. Quante volte davanti ad un dolore prendiamo un antinfiammatorio e passato il dolore non ci curiamo più di cosa ci stava accadendo? Non imbrogliate, vi vedo che dite io no io no. Diciamocelo chiaro, a nessuno piace avere la febbre, avere male, non potersi muovere o dover rinunciare ad una fetta di pizza perché abbiamo mal di stomaco e quindi cerchiamo al più presto un modo per spegnere il sintomo. Ma spento il sintomo il corpo ce ne manda uno ancora più importante perché tutti noi abbiamo un meccanismo inconscio di autodifesa molto attivo.

Cosa sto dicendo? Che tutti noi siamo fatti per stare bene e quando il corpo si sente in pericolo, sente che qualcosa potrebbe rovinare il suo equilibrio (fisico ma anche mentale) manda un s.o.s., via via sempre più importante in modo da allontanare il pericolo.

Provo a farvi un esempio: avete prenotato una vacanza invernale in un luogo tropicale e gli amici (invidiosi) vi intimano di non tornare bianco latte come quando siete partiti. Promettete di godervi il sole il più possibile visto che sono un paio di anni che non riuscite ad andare al mare per svariati motivi. Arrivate e vi piazzate al sole, nonostante siate passati dai 5 gradi della pianura padana ai 27 della spiaggia tropicale. Vi idratate, fate il bagno e vi proteggete con una buona crema. La sera tornate in stanza vi sentite accaldati e arrossati ma niente vi impedirà di godervi la serata.

Il giorno dopo stesso copione solo che nel primo pomeriggio cominciate ad avere un pochino di prurito e qualche puntino rosso sulla pelle. Fate qualche commento sul sole che non è più quello di una volta e sul mare che forse contiene qualche sostanza che vi ha creato allergia e magari quei gamberetti che avete mangiato all’aperitivo la sera prima vi hanno creato una piccola reazione allergica, magari siete intolleranti. Per fortuna avete la vostra pomata anti allergica e via. Ve la spalmate e vi rimettete al sole.

Il terzo giorno cominciate ad essere molto arrossati e avete anche un pochino di mal di pancia con qualche scarica poco simpatica e pensate di aver preso un virus intestinale e correte subito a bloccare questo disturbo con un farmaco adatto. Ma siete ai tropici e non potete rinunciare al sole, al bagno e a quell’aperitivo dolce a bordo piscina con la musica e il ballo. Conclusione il quinto giorno avete la febbre e dovete passare il resto della vacanza in camera. Tornate e raccontate che nei paesi tropicali non ci si può fidare a bere l’acqua del rubinetto e che forse la cucina internazionale non fa per voi.

Quello che in realtà è accaduto è che non eravate pronti per una esposizione prolungata al sole, eravate stanchi e magari anche con le difese immunitarie basse. Il sole ha fatto da vivaio a batteri e virus che già avevate e la scarsa cautela nella esposizione ha innescato un meccanismo a catena che voi avete ignorato in nome della meritata vacanza e del divertimento. Ma il corpo ha vinto perché davanti alla febbre vi siete fermati. Avevate demandato la salute a rimedi farmacologici (naturalmente corretti e benvenuti) ma avete evitato di cambiare le vostre azioni e le vostre abitudini. Non avete agito in maniera attiva ed efficace a preservare la vostra salute.

Naturalmente ho esagerato ma il nostro corpo si comporta così se noi siamo irresponsabili, cioè se non vogliamo assumerci le nostre responsabilità. Se siamo

stanchi dobbiamo riposare, se abbiamo fame dobbiamo mangiare, se un alimento ci fa male dobbiamo evitarlo e se una persona è nociva per noi dobbiamo allontanarci.

Ma allora cosa significa quando c’è la salute c’è tutto? Come possiamo far avverare questa affermazione? Naturalmente ascoltandoci, essendo consapevoli di come funziona il nostro corpo e di quali sono le attenzioni che dobbiamo avere nel momento in cui ci manda qualche segnale. Facendo molta attenzione ad accogliere gli s.o.s. che ci manda in modo da non trovarci in difficoltà peggiori solo perché abbiamo ignorato i primi sintomi. Ascoltarsi significa decidere di affrontare il problema alla radice senza spegnere il sintomo. Significa divenire consapevoli della presenza di una disarmonia e agire attivamente per riequilibrare il sistema  senza demandare ad altri o altro la nostra salute. Prenderci cura di noi stessi significa capire cosa non sta funzionando e agire di conseguenza per riportare l’organismo alla salute.

Nel mese di febbraio affronteremo proprio il tema dell’infiammazione, di come evitare che un dolore muscolare o articolare organico si trasformi in una lesione cronica o addirittura irreversibile.

 

Mara Delaini – Fisioterapista e insegnante di yoga per bambini e adulti. Vive la vita alla ricerca della morbidezza e della leggerezza intesa come capacità di essere lievi anche nelle difficoltà.

maradelaini@gmail.com

Mara Delaini

Nella mia pratica osteopatica lavoro per la maggior parte con le donne. Quando una donna si presenta da me, una delle prime cose che chiedo dopo aver indagato età, professione e attività fisica, è il comportamento del ciclo mestruale. Non perché io sia fissata con l’argomento, anche se ammetto che è una delle cose che più mi appassiona, ma perché è ciò che noi donne viviamo ogni giorno.

Quello che mi capita spesso quando si presenta una donna che mi contatta per risolvere un mal di testa, un male al collo o anche dolori generalizzati è che indagando i momenti in cui il disagio si presenta si nota una correlazione con i momenti dell’ovulazione o della fase pre-mestruale o della mestruazione.

Quando poi “ci vado a mettere le mani”, indago attraverso la palpazione, la zona del bacino e gli organi del piccolo bacino notando spesso una mancanza di armonia che porta ad asimmetria e tensioni.

Ci tengo a specificare che non è fisiologico avere dolore né durante l’ovulazione né tanto meno durante le mestruazioni. Un dolore mestruale fisiologico dovrebbe durare per un massimo circa di 4 ore, dovrebbe essere sopportabile e percepito più come una sensazione di piacevole rilascio rispetto ad una sensazione di disagio acuto.

Cefalea, male insopportabile ad utero ed ovaie, mal di schiena, male al collo, nausea, vomito, vertigini… sono tutti sintomi che segnalano una situazione di disarmonia del nostro ciclo mestruale. Tralasciando per oggi l’aspetto psico-emotivo che risiede in un’ovulazione o mestruazione dolorosa, vedremo perché un’asimmetria della zona del bacino può portare ad un mal funzionamento dell’utero e, quindi, all’insorgenza di dolore durante la mestruazione o al di fuori di questo momento nell’arco del mese, ma anche come l’utero e le sue strutture di connessione, i legamenti, possano portare ad un’alterazione della meccanica del bacino stesso.

Il nostro bacino è composto da tre ossa che si articolano tra di loro per mezzo dei legamenti (per approfondire meglio l’anatomia di base, puoi leggere i due articoli scritti dalla nostra fisioterapista: “Ho la cervicale” e “Ho i nervi accavallati“). Queste tre ossa sono: il sacro e le ossa dell’anca, che nascono dalla fusione di pube davanti, ischio sotto e iliaco lateralmente e dietro. Il bacino, oltre a svolgere la funzione di dissipazione delle forze ascendenti che arrivano dagli arti inferiori e discendenti che arrivano da testa, colonna e arti superiori, ha anche la funzione di contenimento e protezione degli organi che risiedono al suo interno. Essendo aperto inferiormente, però, non può garantire un sostegno a questi organi. Questa funzione, infatti, viene svolta dal nostro famosissimo e gettonatissimo pavimento pelvico, che come un’amaca accoglie (parlando di anatomia femminile) da dietro a davanti: il retto, la parte terminale dell’intestino crasso, l’utero al centro ed anteriormente la vescica.

Abbiamo visto nell’articolo “Siamo fatti così“, come ogni struttura sia collegata, creando un continuum, grazie al tessuto connettivo che differenziandosi crea delle connessioni tra i vari apparati del nostro corpo. Nella zona del bacino queste connessioni sono così forti da permettere una connessione tra le ossa del bacino, i muscoli del pavimento pelvico e gli organi sopracitati. In che modo? Visualizzate ogni organo in un sacchettino appiccicoso, questo è il suo sacchettino di rivestimento, detta anche la fascia viscerale, che aderisce proprio all’organo. Vi è poi un altro foglietto più esterno, la fascia parietale, che oltre a rivestire l’organo sfiocca e forma delle strutture di sostegno che sono appunto i legamenti viscerali, i quali connettono l’organo stesso ad altri organi o ai muscoli contigui e lo ancorano alle strutture ossee.

Nella regione del bacino abbiamo una struttura fasciale molto forte che si chiama fascia endo-pelvica, la quale dal pube si porta indietro rivestendo prima la vescica, continua dietro avvolgendo l’utero, poi abbraccia il retto fino ad aggrapparsi al sacro e lateralmente alle ossa iliache. La cosa fantastica del poter osservare il nostro corpo attraverso l’anatomia è che rende molto intuitivo come sia impossibile ragionare a settori.

Torniamo al nostro utero, alle mestruazioni dolorose o ai sintomi che si possono manifestare nell’arco del mese. L’utero ha tre legamenti fasciali, anch’essi facenti parte della fascia endo-pelvica, che oltre ad ancorarlo, fungono da binari di movimento durante la deambulazione e gli permettono di adattarsi ai movimenti delle strutture muscolo-scheletriche. Questi tre legamenti sono:

  • i legamenti rotondi, che dal corpo dell’utero vanno davanti al pube,
  • i legamenti largi, due ali che gli permettono i movimenti di lateralità durante la camminata,
  • i legamenti sacro-uterini, che collegano la cervice uterina al sacro.

Se una o più di queste strutture risulta compromessa, anche la funzionalità uterina, cioè la sua capacità di movimento e di contrazione sia durante la mestruazione che durante ad esempio il travaglio e il parto saranno deficitarie. Una piccola parentesi: un legamento sacro-uterino teso, che non ha una buona elasticità, inficerà una dilatazione fisiologica della cervice uterina durante il travaglio e potrà essere così necessaria un’assunzione farmacologica di ossitocina sintetica per incrementare la forza contrattile non sufficientemente necessaria. Quindi, una simmetria di queste zone è fondamentale perché il lavoro fisiologico dell’organo uterino venga svolto.

Quello che può accadere è che eventi traumatici quali, ad esempio, con una banale caduta sul sedere, un frattura delle ossa degli arti inferiori o superiori, una distorsione alla caviglia, possano andare ad influenzare lo stato di tensione di queste strutture fasciali legamentose, determinando un cambiamento nella posizione della struttura (che sia l’organo o l’osso) e, quindi, nella funzione. Mi capita spessissimo ad esempio di sentire tensioni più su un lato dell’utero e dell’ovaio rispetto che dall’altro e trovare delle correlazioni con i traumi pregressi da quel lato. Come mai avviene questo? Il nostro corpo in base ai traumi fisici che subisce si riorganizza e crea delle zone di tensione che è come se trazionassero altre zone, le tirano nel vero senso della parola e, quindi, le strutture trazionate si riadattano di posizione in base alla forza che sentono. Il riadattamento di posizione è impercettibile e viene fatto senza che noi ce ne accorgiamo, ma determina poi un disequilibrio della zona, che non può più svolgere il suo lavoro in modo corretto e in senso più ampio un riadattamento posturale di tutto il nostro corpo.

L’utero e le ovaie, che sono organi posti anatomicamente al centro, sono molto suscettibili a tutto questo soprattutto per le relazioni dirette che abbiamo visto avere con le ossa del bacino. Pensate al sacro che deve stare inclinato in un determinato modo per funzionare bene, ora se io cado sopra alla sua parte finale quella caduta mi porta a farlo diventare ad esempio più verticale. I legamenti sacro-uterini, che si ancora proprio a metà del sacro, verranno trazionati dalla nuova posizione sacrale e di conseguenza trazioneranno anche la parte della zona cervicale dell’utero. Tutto questo porterà poi ad un riadattamento delle strutture sia superiori che inferiori del corpo con la possibilità di insorgenza di sintomi a distanza, come ad esempio un banalissimo male al collo, che però dipende da quella disfunzione sacro-uterina dovuta alla caduta.

Ma può avvenire anche il contrario, di solito a causa di situazioni infiammatorie croniche che portano ad un cambiamento dei tessuti. Più o meno il principio è lo stesso. Una continua infiammazione fa sì che il tessuto fasciale cambi nella sua composizione perché il sistema immunitario è in continua sollecitazione e si trova continuamente a dover riparare quella zona. E’ come se avessimo sempre una ferita aperta e le nostre cellule immunitarie si dovessero occupare di continuare a chiuderla. Allora il tessuto diventa più rigido e perde di elasticità. È così ad esempio nel caso dell’endometriosi, dove troviamo delle vere e proprie zone fibrotiche che porteranno ad un mancato movimento dell’utero. Saranno queste zone allora ad influenzare le strutture muscolo-scheletriche e, quindi, potremo avere mal di schiena o male all’anca, ma il problema originario risiederà nella zona uterina.

Quindi, donne, il mio consiglio è sempre quello di iniziare a capire quando si presenta il vostro dolore per evidenziare o meno la correlazione con il ciclo mestruale e la seconda cosa è di dedicare sempre un po’ di attenzione quotidiana al nostro ventre con dei massaggi semplici a livello dell’utero che si trova appena sopra il nostro pube (a vescica vuota). Così potete iniziare a prendere un po’ di confidenza con quell’area ed affinare la vostra percezione sentendo se ci sono zone di maggior o minor tensione.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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www.valentinavavassoriosteopata.com
osteopatia-Valentina Vavassori

Questa mattina mi ha chiamato un’amica e mi ha chiesto di vedere il figlio nel pomeriggio perché da un paio di giorni ha il collo bloccato e si sente i “ nervi accavallati”. Ho sorriso, per fortuna anche quando si parla di dolori c’è spazio per trovare divertenti alcune espressioni. Se avete già letto il mio precedente scritto Ho la cervicale” (se non l’avete fatto lo trovate QUI) sapete anche che non sono una fisioterapista sadica ma che alcune espressioni, comuni tra la gente, fanno sorridere gli addetti ai lavori.

Allora facciamo un po’ di chiarezza.

Definiamo  sistema  – convenzionalmente – un insieme di organi con lo stesso tipo di tessuto che svolgono la stessa funzione. Ad esempio il sistema circolatorio, il sistema nervoso, il sistema muscolare.

Definiamo invece  apparato quell’insieme di organi che, pur svolgendo compiti simili, sono formati da tessuti diversi. Ad esempio l’apparato cardio-circolatorio, l’apparato digerente o appunto l’apparato locomotorio o muscolo scheletrico.

L’apparato locomotorio

L’appartato locomotorio o locomotore (il sistema attraverso il quale ci muoviamo) è composto da alcuni elementi essenziali: le ossa, i muscoli, i nervi.

Le ossa sono la struttura di sostegno e collegamento tra una parte anatomica e l’altra, i muscoli sono gli elastici attraverso il quale si esprime il movimento, i nervi sono il sistema di collegamento tra il motore centrale (il cervello) e gli elastici. Queste strutture sono solo “nominalmente” separate tra loro perché, come avete già potuto approfondire nell’articolo sulla fascia della nostra esperta osteopata, sono poi funzionalmente e anatomicamente strettamente collegate da un tessuto che le protegge, le nutre e le sostiene: la fascia appunto.

Per facilità di spiegazione oggi le considereremo separatamente.

Ogni struttura del corpo è, di base, definita tessuto perché composta da cellule specifiche che nascono e si sviluppano per svolgere una determinata funzione e non un’altra. Per capire meglio pensiamo proprio ai nostri abiti, a seconda della funzione che hanno viene utilizzato un determinato tessuto: c’è la lana, il cotone, la seta, i tessuti tecnici e via dicendo.

Ogni tessuto viene utilizzato per scopi ben precisi, pensate ad un costume da mare di lana o ad un tappeto del bagno di seta, bello ma certamente poco pratico e funzionale. Esatto vorrei proprio che vi concentrasse sulla funzionalità e sull’utilizzo perché è così che funziona il corpo.

Quello che sto per spiegarvi è una grande semplificazione dell’anatomia e della fisiologia umana e non me ne vogliano gli esperti se per amor di semplificazione ci sarà qualche imprecisione.

Nel nostro corpo abbiamo 206 ossa circa collegate tra loro dalle articolazioni a formare lo scheletro.  Il tessuto osseo è formato da cellule specifiche chiamate osteoni  (o osteociti) che hanno come caratteristica principale quella di attirare il calcio e gli altri elementi minerali per costituire un tessuto compatto e resistente che funga da sostegno e protezione. Esistono sostanzialmente due tipi di osso. Quello compatto, un tessuto omogeneo e uniforme che rende le nostre ossa resistenti, e poi il tessuto osseo spugnoso che invece ha le cellule disposte in una struttura ordinata ma più disomogenea che lo fa appunto assomigliate ad una spugna.

Possiamo in maniera ragionevole ipotizzare che se il nostro scheletro fosse composto da solo osso compatto avremmo sì una ossatura molto resistente ma anche molto pesante e poco facile da muovere, d’altro canto se fossimo composti da solo osso spugnoso saremmo molto leggeri e flessibili ma forse fragili e delicati. Quindi  poiché  in medio stat virtus (come dicevano i latini “la virtù migliore è l’equilibrio”) ogni nostro singolo osso non è composto esclusivamente da uno o dall’altro tipo di tessuto ma da una diversa percentuale dell’uno o dell’altro a seconda del suo ruolo. Principalmente troveremo osso compatto sulla superficie più esterna e osso spugnoso all’interno.

Non tralasciamo il fatto che l’osso spugnoso ha anche funzione ematopoietica. Questo parolone indica che una delle funzioni dell’osso è quella di ospitare cellule che hanno la funzione di generare la parte corpus colata del sangue, in particolare i globuli rossi e le piastrine. Vi sarà capitato di sentire che alcune persone necessitano di fare un prelievo o una donazione di midollo, perché hanno problemi come leucemie o simili, ecco in quel caso si sceglie un osso a maggioranza spugnoso come l’osso iliaco o lo sterno, per fare un piccolo prelievo di tessuto di osso spugnoso e analizzare questa capacità ematopoietica.

Per muoverci abbiamo poi bisogno di tiranti che, collegandosi tra un osso e l’altro possano poi permettere al corpo di muoversi. Questi tiranti sono i muscoli. Il tessuto muscolare ha come capacità fondamentale quella di essere contrattile. Cosa significa? Significa che ogni muscolo è formato da un insieme di piccoli filamenti che hanno la capacità di accorciarsi e allungarsi che, se analizzati al microscopio, assomigliano a piccoli ingranaggi che si incastrano alla perfezione quando il muscolo lavora e tornano alla loro posizione iniziale quando sono rilassati. Analizzando più profondamente la struttura del muscolo vedremo che solo la parte centrale è composta da fibre contrattili, le sue estremità infatti sono costituite da un tessuto fibroso parzialmente elastico, che non ha capacità di contrarsi, costituita dal tendine. I tendini infatti sono la parte attraverso cui i muscoli si “attaccano alle ossa” per permettere al muscolo di muovere quel segmento osseo.

A volte, per svariate ragioni, può capitare che alcune di queste fibre muscolari non tornino in posizione di rilassamento ma restino continuamente attive o contratte. Ecco il nostro nervo accavallato! In quei casi avvertiamo un dolore pungente e costante in corrispondenza delle le fibre del muscolo che non sono tornate a posto, avvertiamo la sensazione che ci sia qualcosa fuori dalla sua sede. La zona dolorante sembra gonfia o con appunto un tessuto intrecciato come, appunto se fosse accavallato. Anche toccandola sembra che ci sia una corda.

Ebbene si tratta proprio di una contrattura muscolare o comunque di un comportamento anomalo del muscolo, più spesso di una sua piccola porzione, che si è contratto durante un movimento e poi non si è più rilassato. A volte capita dopo uno sforzo intenso improvviso oppure dopo un’attività, anche non troppo intensa, ma prolungata nel tempo.  Questo è un fenomeno temporaneo e facilmente risolvibile attraverso un trattamento da un buon esperto del settore come un fisioterapista, un massaggiatore professionista e via dicendo. Attraverso un breve massaggio e alcuni esercizi di allungamento e distensione muscolare si possono ottenere buoni risultati.

In tutto questo i nervi che ruolo hanno?

I nervi sono la parte periferica del nostro sistema nervoso. Sono dei canali costituiti dalle code dei neuroni (le cellule del sistema nervoso)  che hanno la funzione importantissima di trasportare le sensazioni dalla parte esterna del corpo al cervello che li elabora e li trasforma in impulsi motori che, sempre attraverso i nervi, partono dal cervello e arrivano ai muscoli.

Facciamo un esempio per capirci. Avete davanti a voi un foglio e una penna e volete scrivere qualcosa. Gli occhi mandano al cervello l’immagine del foglio e della penna, il cervello (come un computer) elabora l’informazione e manda alla mano il comando di prendere la penna e scrivere. Tutte le informazioni passano attraverso i nervi. Immaginate il sistema di illuminazione della vostra casa: esso è costituito dalla lampadina, dall’interruttore e dai fili elettrici che collegano la lampadina all’interruttore. Quando voglio accendere la luce metto l’interruttore su on e, passando la corrente attraverso i fili,  la lampadina si accende, viceversa quando voglio spegnerla.  Avete mai guardato un filo elettrico da vicino? Esso è costituito da una parte esterna isolante che contiene dei filamenti di rame, molto sottili e delicati attraverso i quali passa la corrente. Il sistema elettrico delle nostre case è generalmente ben protetto in modo che dall’esterno non si possa danneggiare. Questo avviene anche nel corpo. I nervi sono avvolti in una guaina fasciale che li tiene ben protetti e, generalmente si trovano a contatto con le strutture più profonde del nostro corpo in modo che non possano essere facilmente danneggiabili, figuriamoci se possono accavallarsi.

Quindi la prossima volta che “avete i nervi accavallati” o sentite qualcuno che usa questa espressione provate a pensare al vostro impianto elettrico che improvvisamente si ingarbuglia dentro ai muri della vostra casa e vedrete che sorriderete anche voi.

Un abbraccio.

Mara Delaini – Fisioterapista e insegnante di yoga per bambini e adulti. Vive la vita alla ricerca della morbidezza e della leggerezza intesa come capacità di essere lievi anche nelle difficoltà.

maradelaini@gmail.com

Mara Delaini

Quando si dice che il corpo è tutto collegato, che cosa si intende?
In che modo risulta inter-connesso?

La visione della medicina occidentale ci propone un modello di valutazione della persona ultra-specialistico, dove viene indagato il sintomo e la regione corporea in cui si presenta valutando, in questo modo, la persona come un qualcosa di scomponibile. Il nostro corpo, invece, è un organismo di relazione, tutte le nostre parti quali organi, muscoli, cervello e così via sono in costante comunicazione grazie ad un tessuto che avvolge ogni struttura.

Ciò che crea questa rete di collegamento è la fascia, un tessuto connettivo fibroso che, come suggerisce il nome, tiene insieme tutto a partire dalle nostre cellule. A seconda della zona in cui si trova, della funzione che deve svolgere o della struttura che va a rivestire, la fascia prende nomi differenti per l’orientamento delle fibre (da qui fibroso) da cui è costituita.

Utilizziamo la nostra immaginazione per capire meglio… pensate ad una ragnatela e visualizzate la sua struttura come l’interno del nostro corpo togliendo il rivestimento esterno, la cute.
Se vi avvicinate e prestate attenzione, noterete che ogni singolo filetto è collegato al suo vicino di sopra, di sotto, di destra e di sinistra, che tutta la ragnatela ha dei punti di ancoraggio garanti dello stato tensivo e che se viene leso uno dei filetti anche gli altri ne risentono, cambiando la forma dell’intero sistema portante.

Il nostro corpo all’interno è esattamente così, ogni parte è collegata dalla superficie alla profondità e dalla periferia al centro grazie a questo sistema di continuità.

Per capire meglio osserviamo l’immagine anatomica sottostante, la quale mostra il rivestimento fasciale di una zona muscolo-scheletrica.

Notate come a partire dall’osso il tessuto fasciale, passando per il tendine e fondendosi poi nella mio-fascia, il rivestimento più esterno del muscolo, evidenzi una linea di continuità che non si interrompe mai. E guardate poi come andando in profondità, lo stesso tessuto entra nel muscolo e crea dei setti di separazione avvolgendo prima gruppi di fibre muscolari e poi le singole fibre muscolari. La fascia corre e si insinua in ogni parte e zona del nostro corpo. Si fonde con un tessuto, lo divide da quello vicino e contemporaneamente lo connette a questo.

Separa, ma unisce, collega, ma divide. Potremmo dire che è un po’ l’espressione della nostra esistenza, la connessione con il tutto, ma allo stesso tempo la divisione che la materia comporta. La necessità di fusione che ricerchiamo per tutta la vita e il bisogno opposto di individualità. La fascia, in una visione più ampia, è l’espressione corporea di tutto questo.

Riconosciamo tre tipi di rivestimenti fasciali:

  • la fascia superficiale e profonda, che riveste la cute, le ossa, i muscoli, i legamenti, i tendini, le articolazioni
  • la fascia viscerale, che riveste tutto l’organo e con i suoi sdoppiamenti collega un organo all’altro o un organo ad una struttura muscolo-scheletrica
  • la fascia meningea, che è quella che riveste il nostro cervello, dalla corteccia cerebrale, alla scatola cranica fino al midollo spinale e che anch’essa contrae delle relazioni con la fascia sia viscerale che muscolare

Grazie alla studio dell’anatomia di questo tessuto ci è facile intuire il perché un’area silente può essere la causa del dolore di un’altra zona. Pensate ad esempio che il pericardio, il sacchetto esterno di rivestimento del cuore, è in diretta comunicazione con le fasce profonde della zona del collo. Questo può giustificare il motivo per cui se subisco un intervento al cuore, la cicatrice interna formatasi può portare ad un’insorgenza successiva di un dolore nella zona cervicale.

Perché succede che se una zona soffre per un’infiammazione, una cicatrice pregressa o un trauma ricevuto, il mio dolore si può manifestare a distanza?

La fascia ha la necessità di mantenere un suo stato di normo tensione, non deve essere né troppo rigida né troppo lassa. Quello che succede quando ad esempio si crea un’infiammazione cronica è che nell’area dove questa infiammazione continua per mesi o anni si ha una ri-organizzazione della struttura fasciale, che cambiando orientamento delle fibre diventerà più rigida impendendo alla struttura di avere una libertà di movimento come prima, riducendo, così, l’afflusso di sangue e gli scambi cellulari. Quindi la zona infiammata soffre per mancanza di nutrimento e di movimento. Quello che può accadere è che il dolore, per meccanismi di trasmissione neuro-meccanica, vada ad esplodere in un’altra zona.

Facciamo un esempio pratico. Se sono abituata a nutrirmi con cibi che infiammano il mio intestino, l’infiammazione continua porterà ad una rigidità delle fasce dell’intestino e magari diventerò stitica (un cambiamento della struttura porta ad un cambiamento della funzione). Se la situazione si protrarrà nel tempo, la zona in cui si è creata una rigidità fasciale impedirà il movimento di una o più vertebre o di alcuni muscoli dando vita ad un mal di schiena cronico, il quale però non dipende dalla mia schiena, ma dal mio intestino.

Siamo fatti così! Niente di più semplice mi viene da dire. 

Se ragioniamo in questo modo capiamo come siamo noi stessi i responsabili e gli artefici della nostra salute o della nostra malattia. Infatti, tutto influenza lo stato del tessuto fasciale: il cibo, i nostri pensieri, le nostre emozioni, lo stile quotidiano, lo sport che facciamo, lo stress, l’ambiente in cui viviamo… La fascia determina la nostra forma sia interna che esterna ed è proprio l’espressione del nostro vivere, tanto che dalle ultime ricerche scientifiche le è stato attribuito anche il nome di organo di senso, proprio la sua capacità percettiva.

Quando una persona si presenta da me per una problematica, oltre al trattamento osteopatico, che agisce nel ri-bilanciare e riequilibrare le tensioni fasciali, quello che consiglio è di abbinare sempre un approccio attivo, che coinvolga la percezione della persona, quale ad esempio la pratica dello yoga. In questo modo è la persona che impara a rendersi consapevole del suo stato fasciale, delle restrizioni che esso presenta imparando così ad assecondare le necessità che il corpo gli richiede.

Dopo questa introduzione sul sistema fasciale,  nei mesi successivi vedremo le relazioni specifiche tra organi e sistema muscolo-scheletrico. Nel prossimo articolo parlerò di utero-pavimento pelvico-bacino per capire come una restrizione in una di queste tre zone possa influenzare la normale funzione uterina nel ciclo mestruale.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Buon giorno a tutti: mi chiamo Mara e sono una fisioterapista, insegnante di yoga per adulti e bambini. Grazie a Michela di Vivoyoga avremo la possibilità di utilizzare questo spazio per informarci e confrontarci su alcuni temi riguardanti la nostra salute psicofisica.

Frequento palestre e istituti di riabilitazione ormai da parecchi anni (mi sono diplomata del lontano 1995) e una delle espressioni che mi sono sentita ripetere più spesso è: “guardi che io ho la cervicale!” oppure “guardi che ho la lombare” oppure “mio figlio soffre di cifosi, mia madre ha la lordosi”… Poche cose come queste espressioni mi fanno sorridere perché la mia risposta è sempre: “meno male che ce l’ha!”.

Ora voi starete pensando che sono una squilibrata; voi mi dite che avete un problema e io vi rispondo che è una benedizione?

Vi svelo un segreto: avere la cervicale, la lombare, la lordosi o la cifosi è FISIOLOGICO cioè normale, quello che invece non è buono sono i dolori, fastidi o alterazioni della colonna cervicale.

Facciamo un passo in dietro cercando di capire cosa si intende quando parliamo di “cervicale” (e quindi anche degli altri termini citati sopra).

Le maggior parte delle persone che non ha fatto studi specifici del settore medico sportivo, quando parla di cervicale si riferisce ad essa come se parlasse di una malattia, ad esempio ho il raffreddore, ho mal di pancia, ho la cervicale. Le persone che hanno fatto studi specifici come il medico, il fisioterapista, l’osteopata, l’estetista, l’istruttore di ginnastica o di yoga, quando parlano di cervicale (o quando ne sentono parlare) pensano ad una parte della nostra colonna, ossia il tratto cervicale della colonna vertebrale oppure, nel caso di lordosi e cifosi, di curve fisiologiche della colonna stessa.

Mi spiego meglio: possiamo immaginare, semplificando al massimo, che il nostro corpo sia formato da strutture fisiche di diverse consistenze. Abbiamo strutture dense come le ossa, strutture più morbide come i muscoli e gli organi e strutture più liquide come il sangue e la linfa. Il tutto organizzato in sistemi e apparati. A tutto questo dobbiamo aggiungere che, in medicina, tutto ciò che appartiene alla normale costituzione e al normale funzionamento del corpo si definisce fisiologico. Ad esempio tutte le persone che nascono sane hanno caratteristiche comuni (uguali ma con delle piccole varianti che fanno di noi esseri esclusivi). Tutti abbiamo una testa, un busto, due braccia , due mani, due gambe e via dicendo. Lo stesso vale per le ossa, gli organi e tutti gli altri apparati.

Per tornare a noi, tutti abbiamo una colonna vertebrale.

Ma cos’è la colonna vertebrale? A cosa serve?

La colonna vertebrale è il principale sostegno del corpo degli esseri vertebrati.

Si perché il mondo si divide in animali vertebrati e invertebrati. Vertebrati cioè provvisti di vertebre, di colonna vertebrale e che sono in grado, generalmente, di spostarsi autonomamente nello spazio (tutti gli animali e l’uomo). Invertebrati  cioè sprovvisti di tale colonna come gli organismi unicellulari  (ad esempio i batteri, alcuni parassiti) che, nella maggior parte dei casi, hanno bisogno di un ospite o di un veicolo per spostarsi e sopravvivere. Non è insolito sentir dire ad una persona  “ sei un invertebrato, sei uno smidollato” quando lo si vuole definire senza sostegno, senza volontà di muoversi e di affrontare la vita.

La colonna vertebrale ha una funzione di sostegno, protezione, movimento ed è situata nella parte posteriore del nostro corpo, la schiena. Sostegno perché è lei responsabile della nostra capacità di mantenere il busto (la schiena diritta) e di farci stare seduti, grazie alla sua forma. Le vertebre sono infatti impilate una sopra l’altra a formare una colonna. Inoltre le vertebre del tratto dorsale hanno una articolazione con coste a sostegno della gabbia toracica.

Protezione prima di tutto perché nella zona toracica , sostenendo le coste, aiuta a proteggere organi vitali quali il cuore e i polmoni, secondariamente perché le vertebre, nella parte posteriore,  si chiudono a formare un canale chiamato canale midollare, nel quale scorre il midollo spinale fondamentale per la comunicazione tra il cervello e la periferia del nostro corpo.

Infine la colonna ha una funzione di movimento perché attraverso di essa possiamo mettere in comunicazione gli arti superiori e gli arti inferiori tra loro e muoverci nello spazio.

La colonna vertebrale prende questo nome dalle ossa che la compongono: le vertebre. La colonna vertebrale umana è costituita da 33/34 vertebre (7 cervicali, 12 toraciche, 5 lombari, 5 sacrali e 4-5 coccigee) intervallate da una parte più elastica e cartilaginea detta disco intervetebrale.

Le vertebre sacrali e coccigee formano l’osso sacro, che è posizionato, come una chiave di volta, tra le ossa del bacino. In questo articolo tralasceremo volutamente questo tratto della colonna per occuparcene in maniera specifica e ci occuperemo quindi essenzialmente delle vertebre cervicali, dorsali e lombari.

Non andremo in dettagli troppo tecnici sulla descrizione della forma delle vertebre, ma è necessario sapere alcune cose. Le vertebre non sono tutte uguali e si differenziano, lungo la colonna, in base alla loro funzione, cioè in base al ruolo che devono svolgere. Le vertebre cervicali hanno una funzione di protezione e di movimento e quindi sono più piccole ma con una parte posteriore molto sviluppata per proteggere meglio il midollo spinale. Le vertebre lombari hanno funzione di sostegno  e quindi sono più grandi con una capacità ridotta di movimento (attenzione ridotta rispetto a quelle cervicali ma non piccola o assente)

Le vertebre dorsali svolgono tutte e tre le funzioni ma in misura diversa dall’alto verso il basso per cui: le vertebre dorsali superiori, che hanno maggiormente funzione di protezione e movimento, assomigliano a quelle cervicali mentre quelle inferiori, che hanno maggior funzione di sostegno e movimento,  assomigliano alle vertebre lombari.

Affrontiamo ora un altro elemento fondamentale della colonna: il disco intervertebrale. Se la funzione di protezione, viene garantita dalla forma della parte ossea le funzioni di sostegno e movimento sono garantite dalla presenza di questo cuscinetto cartilagineo che permette alla colonna di muoversi e assorbire gli urti generati dal movimento o dal carico.

Cosa significa? Significa che questa struttura, costituita da una parte esterna cartilaginea (come la punta del naso e la parte superiore delle orecchie per intenderci) chiamata anulus fibroso e da una parte interna gelatinosa ( proprio come il gel per i capelli ) chiamata  nucleo polposo è responsabile della capacità della nostra colonna di compiere piegamenti in avanti, indietro, in laterale e di torsione a destra e a sinistra.  Trasforma la nostra colonna da un bastone rigido e statico, quale sarebbe se fosse composta solo dalle vertebre, in un sistema elastico e flessibile  e dinamico quasi come una molla.

Questo avviene grazie alle capacità elastiche del disco ma anche grazie alla forma della colonna vertebrale.

Infatti osservando la colonna su un piano frontale (da davanti o da dietro) la colonna è  fisiologicamente diritta, troviamo infatti una alternanza di vertebre e dischi, più piccoli verso l’alto e più larghi verso il basso posizionati l’uno sull’altro come in una torre fatta di mattoncini.  Se , invece, osserviamo la colonna su un piano sagittale (di fianco) vediamo che la colonna presenta delle curve.

Queste curve sono chiamate lordosi cervicale, cifosi dorsale, lordosi lombare e cifosi sacrale.

La lordosi cervicale e la lordosi lombare sono curve con concavità posteriore mentre la cifosi dorsale e la cifosi sacrale sono due curve con concavità anteriore. Queste curve che devono essere presenti in ogni colonna lombare sana le donano quella caratteristica forma a molla che permette di muoversi e sostenere il peso del corpo senza troppo sforzo.

Rileggendo quanto fin qui descritto mi rendo conto che non per tutti può essere facile capire la complessità di un sistema che collega il nostro corpo dalla testa ai piedi e che garantisce contemporaneamente stabilità, protezione e movimento, però tutto ciò ci rende chiaro che la colonna vertebrale gioca un ruolo fondamentale nella nostra salute e che è necessario prendercene cura tenendo conto proprio dei suoi aspetti costitutivi e funzionali. Semplificando dovrò, nella mia quotidianità e nella mia attività fisica, fare attenzione a quegli aspetti che possano mantenere la mia colonna flessibile, stabile e con una forma il più possibile vicino a quella fisiologica. In quel caso allora potrò dire di avere una cervicale sana e flessibile e di avere cifosi e lordosi nei punti giusti e di avere una colonna lombare forte e mobile e sana con dischi vertebrali robusta ma elastici.

A questo punto anche voi , come me , sorriderete nel sentire la famosa espressione: “ ho la cervicale”.

 

Mara Delaini – Fisioterapista e insegnante di yoga per bambini e adulti. Vive la vita alla ricerca della morbidezza e della leggerezza intesa come capacità di essere lievi anche nelle difficoltà.

maradelaini@gmail.com

Mara Delaini

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