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Negli articoli dei mesi precedenti abbiamo iniziato a capire come il ciclo mestruale non sia un evento limitato ai giorni delle mestruazioni, ma un compagno mensile in cui gli ormoni specifici di ogni fase rispecchiano il nostro stato fisico ed emotivo. Abbiamo parlato dell’alternanza di due fasi di luce e di due di ombra condizionanti l’orientamento della nostra energia, che da attiva ed espansa durante la fase pre-ovulatoria ed ovulatoria, passa a passiva e retratta con l’arrivo della fase premestruale e durante i giorni del sangue.

Oggi entriamo nello specifico della fase ovulatoria. Quando penso all’ovulazione mi viene da affermare:’’Ahhhhhhh l’ovulazione, che gioia!’’ 

Perché?

La fase ovulatoria per noi donne rappresenta lo sbocciare di un’energia fluida, morbida e piena che ci avvolge ed avvolge anche gli altri, come l’estate. Se nella fase pre-ovulatoria o follicolare siamo tutte focalizzate su ciò che ci interessa, sui nostri obiettivi di vita ed incarniamo l’archetipo di Artemide, che con la sua freccia direziona la sua volontà, nella fase ovulatoria, invece, la nostra energia è quella tipica della Madre. La nostra parte egoica lascia spazio all’energia del cuore, dell’amore, per noi stesse e per l’altro. L’ovulazione è, quindi, l’espressione massima del Femminile caldo, accogliente, aperto. Siamo disponibili e pronte a dare per il puro amore di farlo. Siamo materne con noi stesse e con gli altri, pronte a sostenere chi ha bisogno perché abbiamo un’energia strabordante. Anche la nostra sessualità cambia parecchio. Se nella fase precedente il flirt, il gioco e l’erotismo la dominavano con il focus di conquista e piacere personale, in questa fase ciò che più ci interessa è donarci e donare piacere all’altro. 

Il nostro corpo ricorda la Venere di Botticelli. Rotonde e morbide con la luce radiosa che pervade il viso, i nostri tessuti sono imbevuti di estrogeni, ormone follico-stimolante e luteinizzante, i protagonisti che accompagneranno lo sbocciare del follicolo e il rilascio dell’ovulo. Nulla a che vedere con i capelli e la pelle unta, le occhiaie e la voglia di starsene in pigiama stile Maga Magò nei giorni che precedono le mestruazioni. Ma come è bene ricordare, ogni fase ha la sua funzione e i suoi lati che possiamo etichettare come positivi o negativi, sta a noi osservarli con distacco e vivere con accettazione il bisogno che siamo chiamate ad ascoltare.

Infatti, non è detto che tutte noi percepiamo il momento dell’ovulazione come una fase piacevole. Questo potrebbe parlarci di quanto accogliamo in noi l’archetipo della Madre oppure di come ci relazioniamo alla nostra madre biologica, o ancora, di quanto siamo disconnesse da Madre Terra. Per alcune donne l’ovulazione è anche molto dolorosa. Se questo accade sarà bene osservare il rapporto che si ha con la capacità di procreare. Quanto sono soddisfatta di quello che creo nella mia vita? Incarna ciò che il mio femminile vuole comunicare? Sto sopprimendo il mio potere creativo? Le ovaie ci parlano di questo, della capacità di dare alla luce, non solo un figlio, ma anche un progetto, un’idea, i nostri talenti e l’ovulazione è il tempo della nostra realizzazione, corrispondente al momento della Luna piena. 

La cosa meravigliosa del ciclo mestruale è proprio questa possibilità di ascoltare noi stesse, portare attenzione a ciò che emerge, trasformandolo ogni mese, mestruazione dopo mestruazione, sangue dopo sangue. 

La fase ovulatoria, come dicevamo, è legata all’archetipo della Madre Madre Terra ed è per questo che l’energia che ci pervade è un’energia feconda e piena. Il nostro senso di auto-stima è forte e non solo. Particolare, infatti, è la percezione della fiducia incondizionata nei confronti della Vita, una Fede, mi viene da dire, radicata nel corpo, spontanea. Non importa cosa si stia vivendo in quei giorni, perché sai che sei e sarai sostenuta, che la Vita ti accoglierà sempre a braccia aperte, qualsiasi cosa accada. 

Concludendo, essendo l’ovulazione la fase in cui l’energia del IV chakra è quella che ci coinvolge, possiamo sfruttare questo momento per analizzare la nostra personale connessione con l’energia del cuore e dell’Amore. Quanto sono consapevole del legame di condivisione e di cura con le altre persone? Quanti rapporti autentici ho nella mia vita? O quanto mi focalizzo sui bisogni degli altri, trascurando me stessa e le mie ambizioni? 

Ecco un esercizio pratico per contattare l’energia di Madre Terra e farla fluire, prima, dentro il nostro cuore e poi all’esterno.

Posizionati in piedi, con le gambe divaricate e un pochino flesse (asana della Dea). Inspira solleva le braccia al cielo, distendi le gambe ed espirando tuffati nel tuo utero piegando lentamente le gambe verso il basso. In malasana, inspirando, raccogli con le mani l’energia di Madre Terra e salendo lentamente portala nel cuore. Espirando, con le mani accompagna e dona questa energia dal cuore verso l’esterno. Continua in fluire spontaneo, senti come il nutrimento che viene dalla Terra ti riempie il cuore e percepisci il calore che dal cuore si espande e pervade la spazio fuori di te. 

 

Per approfondire leggi anche:

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Dall’unione dei muscoli iliaco e grande psoas nasce il muscolo ileo-psoas, struttura filogeneticamente molto antica, a cui viene dato l’appellativo di muscolo dell’anima per le relazioni che contrae con il plesso celiaco (o plesso solare), stazione neuro-vegetativa di integrazione delle risposte ed attività dei visceri e molto altro…

L’ileo-psoas agisce come muscolo tonico posturale. Composto prevalentemente da fibre muscolari di tipo I, rosse, ricche in emoglobina, ha un ruolo di stabilizzatore della nostra postura, tenendo fissa la colonna nelle varie posizioni che assumiamo. Possiamo affermare che ha un’attitudine stakanovista, in quanto rimane attivo per la maggior parte della giornata. Ecco, quindi, che se la nostra quotidianità è fatta di momenti in cui stiamo prevalentemente seduti è bene ricordarsi di dare spazio all’allungamento di questa struttura, che tende facilmente ad irrigidirsi, con conseguenze meccaniche per le strutture anatomiche a lui connesse.

Il rachide ha la capacità insita di reagire alla forza di gravità grazie alla fisiologica curvatura in cui cifosi e lordosi si alternano per garantire flessibilità e resistenza in risposta alle pressioni verticali. Un’alterazione di queste curve porta ad una perdita della capacità di adattamento di tutto il nostro corpo. Una minore resilienza vertebrale ci rende più vulnerabili alla possibilità di traumatismi articolari o muscolari ed anche a patologie sia dell’apparato muscolo-scheletrico che viscerale.

Nella sua porzione superiore il grande psoas si aggancia alla giunzione toraco-lombare T12-L1 (costituita dall’ultima vertebrale dorsale e dalla prima lombare) dove si fonde con i pilastri inferiori del diaframma determinando l’unione della funzione respiratoria a quella deambulatoria, in quanto la porzione inferiore dell’ileo-psoas si aggancia al piccolo trocantere del femore. Una fisiologica mobilità di questo passaggio è essenziale anche per il libero scorrimento della linfa dell’arto inferiore e dell’addome, che viene raccolta dalla cisterna del chilo, stazione linfatica posta anteriormente ad esso

                                                                                                                                                                                                                   L’altra funzione principale dell’ileo-psoas è quella di flettere la coscia sul bacino e la colonna sulla coscia. Il muscolo iliaco, inoltre, ha anche la funzione di anti-vertere il bacino, cioè di farlo ruotare in avanti. Possiamo, quindi,  comprendere come una sua buona elasticità sia di fondamentale importanza per la salute della curva lombare e dell’articolazione dell’anca. Una rigidità, invece, può mantenere nel tempo il bacino in antiversione ed andare a creare maggiore stress sul passaggio lombo-sacrale (L5-S1), zona della colonna maggiormente soggetta a sintomatologia dolorosa (come mal di schiena) e ad alterazioni disco-vertebrali, quali discopatie, protrusioni fino al quadro clinico dell’ernia o degenerazione artrosica dell’unità vertebrale. Un ileo-psoas armonico si occupa di mantenere la congruità di questo passaggio, che è una delle chiavi della deambulazione bipede rispetto a quella in quadrupedia.

Tra i ventri muscolari dell’iliaco e dello psoas scorrono i nervi che si occupano dell’innervazione motoria e sensitiva dell’arto inferiore. Se, quindi, l’ileo-psoas si trova in uno stato di tensione, può insorgere una ‘’sindrome da incarceramento’’ meccanico, in cui il nervo viene compresso ed il risultato è che si possono avere dei sintomi fastidiosi all’arto inferiore imputabili al suo stato di contrattura cronica. Per fare un esempio pratico citiamo il nervo femorale, il quale scorre tra i due ventri di iliaco e grande psoas portando innervazione al muscolo sartorio, che si inserisce sulla parte mediale del ginocchio. Se il nervo sarà intrappolato da uno psoas troppo rigido, potrò avere dolore alla parte interna del ginocchio pensando che sia quest’ultimo a causarmi il problema. Intima è anche la connessione tra questo muscolo, l’arteria e la vena iliaca esterna, dai quali dipende l’irrorazione sanguigna dell’arto inferiore. Ancora, quindi, un buon sistema di nutrimento e drenaggio sarà relazionato anche ad una buona elasticità dell’ileo-psoas. 

Abbiamo accennato precedentemente alla relazione tra ileo-psoas e diaframma toracico. Se la persona è un abituale respiratore orale (cioè respira con la bocca e non con il naso) oppure utilizza maggiormente una respirazione toracica (come nei soggetti fumatori), la funzione e la qualità dell’ileo-psoas vengono inficiate a causa della limitata mobilità ed escursione diaframmatica. Mal di schiena, male al collo, dolore alla spalla o all’anca, i sintomi di un tale squilibrio possono essere i più svariati per le infinità di strutture che vengono coinvolte e la personale risposta. Non solo. Una buona respirazione è specchio di una buona salute generale, così come una buona salute è favorita dal libero scorrimento delle nostre acque interne (vascolari, linfatiche ed emozionali) ed è grazie al lavoro di pompage del diaframma che questo è possibile. L’azione diaframmatica permette la stimolazione di particolari recettori che si occupano dell’interocezione, ossia la consapevolezza della condizione corporea interna. Un respiro libero si può tradurre anche come una buona capacità di sentirsi, ascoltarsi e rispondere alle proprie necessità biologiche ed emozionali.

L’ultima connessione anatomica interessante è quella ileo-psoas e fascia renale, il tessuto connettivo che delimita la loggia, in cui si accomodano reni e surreni, dove il muscolo ne è il binario di scorrimento entro il quale si muovono i reni durante gli atti respiratori. In gergo osteopatico si può parlare di rene ‘’siderato’’, ossia fisso, che ha perso la sua libertà di movimento, dove il drenaggio risulta difficoltoso e si possono instaurare situazioni come ad esempio la calcolosi renale. La stessa fascia renale ha un collegamento con la fascia diaframmatica ed i corpi vertebrali della zona, venendo così a creare un’unità tra: psoas, diaframma e rene. Da questa sinergia anatomica e funzionale risulta importante comprendere come soprattutto le problematiche di gestione emotiva possano influenzarne la con conseguenze generali su tutto il corpo. Situazioni di forte stress ci portano a limitare, se non a bloccare l’escursione diaframmatica. Respiriamo meno, l’ileo psoas si irrigidisce e di conseguenza anche i nostri reni si congelano. Non solo conseguenze biomeccaniche, ma con l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) o asse dello stress ed il rilascio continuo di cortisolo le ripercussioni sono sistemiche, tra cui la più generale è l’incapacità del nostro sistema di mediare e regolare l’attività infiammatoria. Può nascere così un circolo vizioso che è bene interrompere per evitare di passare da un quadro di para-fisiologica ad uno di patologia manifesta, in quanto la sua attivazione protratta ci espone alla possibilità di sviluppare patologie quali glaucoma, alterazioni della pressione arteriosa, disordini autoimmuni, difficoltà di interazione sociale, fibromialgia etc. 

Per scoprire se l’ileo-psoas è retratto si può eseguire un test semplice e veloce: il test di Thomas. Sdraiati supino e porta entrambe le ginocchia al limite del letto. Ora, avvicina la coscia destra al petto e lascia penzolare la gamba sx fuori dal letto. Osserva cosa succede alla tua coscia sinistra. Se quest’ultima si solleva può star a significare che il tuo psoas non è del tutto elastico. 

Ed ecco un’ultima considerazione importante. Nelle situazioni in cui c’è una debolezza del cilindro addomino-pelvico è facile che anche lo psoas si trovi in retrazione e, quindi, è importante sostenere, rinforzare ed allungare la muscolatura che contribuisce a mantenere la nostra core-stability: diaframma toracico e pelvico, muscolatura addominale e muscolatura profonda del dorso. Fondamentale per la salute del muscolo ileo-psoas, data la sua inserzione sul piccolo trocantere del femore, sarà il lavoro di mobilità e stretching di tutta la regione dell’anca, che andrà a coinvolgere la muscolatura flessoria, adduttoria, abduttoria ed estensoria che si inserisce sull’arto inferiore. 

Per concludere, un ileo-psoas elastico, libero di assolvere alle sue funzioni, contribuisce alla salute generale del nostro sistema fisico e più in profondità della nostra anima. 

 

Per approfondire leggi l’articolo: DIAFRAMMA centro di vita

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Alla Natura possiamo ritornare osservando il suo ritmo, che ci appartiene nel profondo. Vivere a contatto e nell’ascolto di essa ci porta a notare come la sua ciclicità alterni delle fasi di produzione a delle fasi di ripresa, ricordando il movimento pulsante della vita di espansione e retrazione, apertura e chiusura, inspirazione ed espirazione.                                                                                                             

Se riusciamo a sincronizzarci con questi ritmi naturali, è più semplice vivere in salute e rispettare i bisogni fisiologici del corpo. Per noi donne può essere più intuitivo grazie alla presenza del nostro ciclo mestruale, che ogni mese ci fa vivere le quattro stagioni e ci pone in relazione con i quattro elementi: il fuoco, l’acqua, la terra e l’aria.

L’inverno è il momento in cui tutto si ritira. È il letargo degli elementi, che dopo la massima espansione estiva, ritornano nella terra per ritrovare il nutrimento necessario al rinnovamento che precederà il prossimo ciclo. È una morte apparente. Anche il nostro corpo fisico, di fatto, muore un po’ ogni giorno: ogni cellula ha una sua emivita, che a seconda delle precise funzioni dura poche ore o pochi giorni, ad esempio, è il caso dei globuli rossi, i quali hanno una vita media di 120 giorni circa. Ogni cosa, sia fuori che all’interno di noi, testimonia la necessità della morte come rinnovamento, cambiamento, pulizia, spazio, lasciar andare, vuoto… per la continuazione della vita. L’inverno è il messaggero di questo insegnamento. 

All’inverno sono connessi i nostri reni, gli organi legati all’elemento dell’acqua, matrice e sorgente di vita ed in particolare sede della nostra energia vitale. Durante l’inverno, quindi, ci viene chiesto di portare attenzione e di osservare come stanno le nostre riserve energetiche, se le abbiamo usurpate o se siamo state/i in grado di prendercene cura senza arrivare a stressare l’organismo. I reni, infatti, sono sede di quella particolare energia così detta non rinnovabile, che rispecchia la nostra forza vitale, la nostra salute e la nostra longevità.

È interessante notare nei reni risieda l’espressione relazionale con la madre, che essendo la prima relazione d’amore che esperiamo, è sua volta espressione del tipo di radicamento che abbiamo ricevuto da piccole/i. Il tipo di nutrimento materno ricevuto determina la matrice femminile dalla quale derivo, impronta la mia energia yin, le capacità che ho di accedere ad essa, che si traduce nella capacità che ho di abbandonarmi, rilassarmi ed affidarmi alla vita. In base alla modalità del il mio accudimento, se è stato calmo, accogliente, paziente, in ascolto dei mie bisogni e rassicurante, si svilupperà la mia capacità di essere accogliente, calma/o, paziente e rassicurante nei miei confronti, cioè in una fisiologia nervosa, bilanciata, in grado di alternare stati di allerta in caso di pericolo a stati di quiete nelle fasi di recupero. Quella capacità di up and down intrinseca alla vita di cui parlavo all’inizio. 

La domanda da porsi, quindi, è… che tipo di nutrimento ho ricevuto? Quali sono state le abitudini che ho assorbito nel profondo e che ad oggi mi porto nella vita? Come mi fanno stare queste abitudini? Mi permettono di trovare fiducia oppure sono dei meccanicismi assorbiti, che sottendono e nascondono un’emozione antica, alla quale non voglio accedere?

I reni per essere in salute esigono libertà dagli schemi automatici e sincronia con il ritmo della vita, che è quello del corpo. Hanno bisogno di profonda calma, se viviamo costantemente nella paura, nell’ansia, nella fretta, queste portano ad un lento e progressivo esaurimento delle nostre riserve energetiche renali. 

Per capire come è lo stato di salute dei nostri reni possiamo osservare la vitalità dei nostri capelli e dei nostri denti, la presenza di occhiaie marcate, il colorito grigiastro della cute, lo stato energetico generale (se siamo spossati, stanchi…), la qualità del sonno precaria, che non ci ricarica. Questo è indicazione di un esaurimento renale. Inoltre, i reni sono connessi alle ossa (rappresentanti dei nostri antenati famigliari) e al midollo spinale. In particolare, la loro fascia di rivestimento ha un ancoraggio alla colonna vertebrale nella zona della lombare medio-alta, così che anche mal di schiena, rigidità o pesantezza in questa sede possono indicare una difficoltà nella libertà renale. La fascia renale si collega, anche, alla fascia dello psoas, che viene definito il binario di movimento dei reni, lungo il quale essi si muovono. La stessa fascia dello psoas è in connessione con quella del diaframma toracico, determinando così una relazione tra reni e respirazione. 

Durante l’inverno, quindi, ci viene chiesto di fare una sorta di ricapitolazione, portando con sé questi due messaggi:

  1. osserva le tue abitudini acquisite, come esse ti nutrono e se ti appartengono o fanno parte di ripetizioni emotive acquisite. Nel momento in cui l’abitudine si affaccia, per esempio, accendere la tv, fermati, ascolta cosa si muove nel corpo. Qual è l’emozione che si muove? E poi chiediti, cosa c’è di mio in questa ripetizione e cosa, invece, mi imprigiona in un vivere infelice? Sei pronta/o a lasciare andare il passato, quello che non ti rappresenta per aprirti alla primavera e permettere alla tua essenza e ai tuoi talenti di fiorire?
  2. una volta giunta la consapevolezza delle abitudini dannose con cui ti nutri, inizia a coltivare delle abitudini che ti riportino al presente, al corpo e che ti espandono, così che ogni volta che quell’abitudine vecchia torna, la puoi osservare e spostare la tua attenzione sull’abitudine nuova
  3. Coltiva in te la quiete, la calma, il rilassamento e la fiducia, che portano la pace necessaria alla salute generale dell’organismo ed il radicamento interiore che ci permette di vivere in armonia con tutto ciò che accade dentro e fuori di noi.

Una pratica per iniziare a piantare dei nuovi semi, riprogrammare le credenze inconsce assorbite e sviluppare nuove qualità è quella di riprogrammare il nostro ascoltatore interno grazie alla capacità di parlarsi con amore. 

Uno dei momenti più adatti per fare questo è lo spazio che si crea appena prima di addormentarsi in cui il conscio lascia spazio al subconscio. Così, quando sei sdraiata/o a letto inizia a dire a te stessa/o: domani sarò più presente al mio corpo, domani avrò più fiducia nella vita, domani sarò più amorevole con me stessa/o, metti tutte le qualità che desideri e ripetile come un mantra. Ti addormenterai con esse, che come un seme germoglieranno e lentamente cresceranno, diventando radici forti alle quali affidarti. 

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Negli articoli dei mesi precedenti abbiamo iniziato a capire come le mestruazioni non siano un evento limitato ai giorni del sangue, ma un periodo ciclico che si ripete di mese in mese attraverso l’alternanza di quattro fasi, di cui due dove prevale un’energia di tipo yang e altre due dove questa si trasforma in energia yin. Abbiamo visto le due fasi yin, quella pre-mestruale e mestruale e stiamo iniziando ad osservare come l’alternanza di queste quattro fasi determini in noi cambiamenti a livello fisico, psico-emotivo e mentale.

Oggi scopriamo la fase pre-ovulatoria.

La fase pre-ovulatoria

Le mestruazioni sono finite, il sangue scompare piano piano. Torniamo nel mondo esterno, con i piedi per terra. È come se ci risvegliassimo da un lungo letargo, da un lungo sonno. La nostra testa ricomincia ad essere meno annebbiata, meno tra le nuvole, torna appunto nel mondo terreno. Quando penso alla fase pre-ovulatoria mi viene subito in mente la sinfonia della primavera di Vivaldi. La grandiosità con cui questo brano inizia mi ricorda lo sbocciare della natura e la sua massima bellezza. Così per noi è la fase pre-ovulatoria, un ritorno allo sbocciare, come l’inizio della primavera, dove tutta la natura torna a risplendere dopo il periodo invernale. Siamo rinate!

A livello ormonale, ricominciamo a secernere estrogeni su stimolazione della crescita dell’ovocita stimolato a sua volta dalla produzione ipotalamica di ormone follico-stimolante, colui che fa maturare il follicolo che contiene il nostro uovo. Gli estrogeni fisicamente inducono un ammorbidimento e un’apertura della regione cervicale che si traduce in un’apertura relazionale dopo la nostra fase di ritiro mestruale. La fase pre-ovulatoria, infatti, è anche chiamata fase di socializzazione poiché la nostra energia femminile è attiva, lucida e creativa, grazie anche alla quota di testosterone che va ad attivare la parte neo-corticale del nostro cervello.

Siamo come un fiume in piena. Niente sembra poterci fermare in questa fase. Abbiamo voglia di fare, di uscire, di ridere, di giocare, di flirtare. Quindi, assecondiamo la nostra necessità di comunicare e socializzare, così come quel desiderio di indipendenza e di dinamismo che percepiamo.

Siamo focalizzate su ciò che vogliamo fare e come un treno andiamo diritte per raggiungere l’obbiettivo. Per capire questo ci è utile richiamare a livello simbolico l’archetipo della Vergine. Vergine etimologicamente significa “che basta a se stessa“, una donna indipendente ed autosufficiente, la quale mira a sviluppare i propri interessi ed i propri talenti. Ed in effetti se ponete attenzione, in questa fase potremmo definirci anche un pò egoiste, incentrate sul nostro benessere e sul nostro volere. È normale, è un altro aspetto della nostra ciclicità, forse dovuto alla compresenza di ormoni yin come gli estrogeni ed ormoni yang come il testosterone. 

Se torniamo indietro con la memoria, due sono le dee vergini della nostra mitologia greco-romana che ci possono meglio aiutare a capire quali sono gli aspetti di noi che prevalgono in questa fase. La dea della caccia e della luna, Artemide, e la dea della città e dei mestieri, Atena. In entrambe, la caratteristica principale è propria quella di una “coscienza concentrata” [Le dee dentro la donna. JS Bolen], ossia quella capacità di dirigere l’attenzione su ciò che è l’interesse principale, di lasciarsi assorbire totalmente dal focus con la possibilità di escludere qualsiasi altro fattore esterno che non sia inerente a ciò su cui è stata posta l’attenzione. Per i sette/otto giorni della fase pre-ovulatoria, la nostra energia è questa: dritta e diretta su ciò che più ci interessa, con l’attenzione rivolta alla realizzazione.

Se ci pensiamo, in effetti, a livello biologico il nostro corpo è impegnato a fare una cosa: prepara di nuovo tutto l’organismo ad una possibile futura vita. Spiegandomi meglio, in questa fase l’obiettivo è uno, ossia far maturare il follicolo che espellerà l’ovulo, il quale potrà essere fecondato o no. C’è un focus creativo di base che si riflette nel nostro comportamento esterno.

A livello socio-culturale è una fase ampiamente accettata. Siamo attive, centrate (anche fin troppo), focalizzate, ma soprattutto produttive. È facile vivere questa fase. Come dico sempre, però, ogni fase ha la sua necessità di essere. Pensate se per tutto il mese fossimo in questo mood, arriveremmo ad un collasso di tutto il nostro organismo. Ecco perché per fortuna la natura ci ha regalato la possibilità di avere due fasi di compensazione e di ricarica.

Se siamo allineate con la luna, la nostra fase pre-ovulatoria cadrà con la fase di luna crescente, ossia il momento tra la luna nuova e la luna piena. Questa fase della luna è un tempo gioioso, giocoso, pieno di stimoli, iniziative e possibilità. È il tempo per dare il via a nuovi progetti che abbiamo in cantiere o per avviare progetti che avevamo “seminato” nei mesi precedenti o per progettarne di nuovi. In questa fase, si dà il via alla creatività.

Una boom esplosivo la fase pre-ovulatoria, che va dall’ultimo giorno del sangue circa, fino al dodicesimo giorno, quando ha inizio l’ovulazione. In questa fase, quindi, il consiglio è quello di fare e dare vita a tutto ciò che ci stimola e nutre.

Sperimentarci attraverso l’ascolto di ogni fase mestruale ci permette di conoscerci un po’ meglio come Donne e come Donna. Mi permette di capire ciò che desidero realizzare nella mia vita, ciò che voglio o meno nutrire e far nascere che sia una vita od un progetto personale. Ascoltarci ci permette di capire nel profondo il nostro nucleo femminile cosa vuole richiamare, dove vuole andare e di che cosa ha bisogno per essere alimentato e sostenuto.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Quando ho scelto di intraprendere il percorso di osteopatia finito il liceo ancora non sapevo cosa volesse significare utilizzare le proprie mani come strumento di cura. Ancora oggi quando mi approccio per la prima volta ad una persona ci sono sensazioni nuove che le mie mani non hanno mai conosciuto. Ogni volta è un’esperienza diversa ed unica.

L’entrare in contatto con il campo fisico di una persona è un’azione che ha una risonanza non solo nella persona che viene toccata, ma anche nel terapeuta che sta toccando. La particolarità del tocco sta proprio nella sua caratteristica di reciprocità e di bilateralità:

“Non puoi toccare senza essere toccato, non puoi essere toccato senza toccare”
La pnei e le discipline corporee: il tocco e l’interocezione di F. Cerritielli e G. D’Alessandro

La modalità con cui le mani dell’operatore entrano in contatto con il corpo fisico della persona va ad attivare vie neurologiche differenti, che a loro volta possono attivare schemi di risposta diversi. A seconda di come si tocca la risposta del sistema corpo-mente-spirito, quindi, cambia.

Cosa ci dice la scienza?

Ad oggi sappiamo che esistono due tipi di tocchi differenti: uno chiamato discriminativo ed uno chiamato affettivo.

Il primo viene distinto in quel tocco che regola l’organizzazione di un atto motorio come l’afferrare un oggetto o il camminare, il secondo, invece, come dice la parola è il tocco legato alla sfera psico-affettiva.

Il nostro corpo è così intelligente da aver costituito due binari nervosi diversi a seconda di come veniamo toccati. Un tocco più leggero, ad esempio, attiverà il nostro sistema affettivo e riconosceremo quel tocco che evocherà tutta una serie di reazioni psico-emotive a seconda della nostra storia personale immagazzinata e registrata nel corpo. Un tocco più deciso e forte eliciterà il nostro sistema discriminativo, disattivando, in parte, quelle vie nervose legate alle nostre emozioni. È chiaro che questa distinzione non è così netta, in quanto i due sistemi neurologici rimangono in continua comunicazione ed integrati fra loro.

Il tocco affettivo è quel tocco che viene sviluppato dal concepimento ai primi anni di vita e che fa da base alla relazione madre-figlia/o. Si è visto, infatti, come il contatto materno provochi degli effetti sulla gestione e sulla risposta allo stress da parte del neonato e come un’assenza di questo contatto od una precoce separazione provochi un’alterazione di tutto questo asse, influenzando la nostra capacità di gestione dello stress anche nella vita adulta. Questo è solo uno degli aspetti che la scienza evidenzia riguardo la relazione di contatto madre-figlia/o. Centrale è il fatto che la relazione di contatto è la base per lo sviluppo del nostro equilibrio fisico, affettivo e psichico.

“Si può considerare il contatto affettivo come lo stimolo per il sistema nervoso-vegetativo e quello neuro-ormonale e quindi come necessario alla creazione di un repertorio senso-motorio omeostatico plastico che risponde adeguatamente agli stimoli ambientali: in una parola adattamento.”
La pnei e le discipline corporee: il tocco e l’interocezione. F. Cerritielli, G. D’Alessandro

Le nostre mani, quindi, sono i veicoli di una comunicazione non verbale, sottile ed emotiva. Pensate a quando siamo sconfortati ed un amico ci mette una mano sulla spalla e ci dà una “strizzatina”, in quel momento sentiamo un sostegno che arriva nel profondo, che appunto ci conforta; pensate a cosa si muove dentro quando la persona per cui iniziamo a provare un sentimento ci sfiora la pelle; pensate ancora a quella persona con cui non abbiamo nessun legame che ci tocca e dentro ci sentiamo come se avesse invaso i nostri confini.

Tutto questo viene portato in modo silenzioso dalle nostre mani e solo se sappiamo ascoltarci ed ascoltare possiamo connetterci davvero con ciò che evocano.

Nell’ambito terapeutico osteopatico una delle grosse differenze è quando l’operatore adopera un tocco consapevole oppure inconsapevole (di cui è stata vista la differente attivazione cerebrale di uno rispetto che dell’altro). Ciò significa che se io operatore nel momento in cui vado a contattare con le mie mani l’altra/o non sono connesso con il mio corpo e con il mio respiro, ma pensando ad esempio a cosa dovrò fare una volta finita la sessione, la mia efficacia terapeutica, la mia capacità di sostenere quel sistema sarà deficitaria per una mancanza di presenza corporea.

A volte le mani sanno dove andare e cosa fare senza che la mente ne conosca il motivo. Sono mosse dall’istinto e dal cuore ed è in quei momenti che la cura e la guarigione avvengono come per magia sia per la persona che sta ricevendo che per la persona che sta dando.

Il tocco affettivo terapautico, in realtà, non è solo quello che un osteopata, un massaggiatore ayurvedico o shiatsu o quello di altri terapisti che utilizzano il veicolo delle mani possono donare. Infatti, si è visto che già di per sé il tocco umano è in grado rassicurare il nostro sistema mente-corpo-spirito diminuendo il livello di ansia, dolore e preoccupazione.

Una delle cose meravigliose che possiamo fare per sperimentare il significato del tocco affettivo è quella di imparare ad auto-toccare il nostro corpo, a portare consapevolezza e gentilezza nelle nostre mani quando entriamo in relazione con noi stessi per sviluppare la nostra capacità di sentire, quella che la scienza chiama interocezione. La prima cosa da notare è anche quanto permettiamo a noi stessi di percepire con le mani il nostro corpo, quante volte tocchiamo il nostro viso, le nostre spalle, la nostra pancia con amore?

L’auto-palpazione ha anche la forte capacità di aiutarci ad auto-regolarci, ad esempio è un ottimo strumento per quando si scatena dentro di noi una sensazione di ansia o di paura. Il toccare il nostro corpo con presenza, forza, sostegno ed amore ci permette di abbassare i livelli di stress e di modulare il nostro sistema nervoso.

 

Provate a fare questo esperimento:

Sedetevi e trovare una posizione comoda. Iniziate a connettervi con il vostro respiro che sorge spontaneo nell’addome. Dopo circa una decina di respiri portare le vostre braccia attorno al vostro torace, come se voleste auto-abbracciarvi e state lì sempre in connessione con il respiro profondo e lento. Rimanete in questa posizione ed osservate cosa si manifesta dentro di voi. Qualunque sia l’emozione o la sensazione che si presenta rimanete in questo lungo contatto con voi stessi ad osservare cosa questo fa emergere. Osservate se vi sentite a vostro agio oppure se offrite delle resistenze a voi stessi irrigidendo il resto del corpo oppure se è proprio ciò di cui avevate bisogno. Non c’è una risposta corporea corretta o sbagliata, c’è solo quello che questo gesto di affetto nei vostri confronti fa emergere in voi. Rimanete con quello c’è. Poi quando ve la sentite, in modo lento, sciogliete l’abbraccio e con calma risollevate la testa. Rimanete ancora un attimo con gli occhi chiusi, fate tre bei respiro, espirando completamente dalla bocca e riaprite gli occhi.


In una società in cui il sentire è stato messo da parte per privilegiare un approccio mentale è necessario recuperare questa capacità di ascolto di noi stessi e dell’altro, in quanto l’ascoltare il nostro corpo ci permette di ascoltare meglio anche l’altro ed entrare in una relazione autentica. Le mani per noi tutti, quindi, possono essere uno strumento di guarigione e di riconnessione con noi stessi dandoci la capacità di percepire zone corporee che avevamo dimenticato o che non abbiamo mai conosciuto, permettendoci di stare presenti a noi stessi e alla nostra vita.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Sangue, fluisci dal mio ventre.

Sangue di vita, Sangue di morte, Sangue Sagrado.

Sangue di memorie, Sangue di dolore, Sangue di passione.

Insegnami ad onorare il ritmo della vita.

Con te, restituisco alla terra, una parte di me.

 

Come per la maggior parte di noi donne, il mio primo contatto con il sangue mestruale è avvenuto con la scoperta del sangue di mia madre. Mi ricordo che già da piccola identificavo i giorni del sangue come giorni particolari del mese, quelli in cui accadeva qualcosa. Un po’ per quelle storpiature di nomi che si è solite fare da bambine, ma forse anche perché già insita in me una consapevolezza antica, inconscia e collettiva l’ho sempre chiamato il signor Maestro.

Ed è proprio così, il nostro sangue mestruale è un maestro di salute corporea perché ci insegna qual è il nostro colore interno che abbiamo vissuto in quel mese o che stiamo vivendo nell’anno. La sua tonalità di rosso, la sua quantità, la sua densità e la sua durata sono per noi i segnali che ci fanno capire come sta la nostra pancia, il nostro cuore, la nostra testa ed il nostro spirito.

Nella mia pratica lavorativa mi è capitato di confrontarmi con molte donne, che alla parola sangue mestruale inorridivano o non volevano affrontare l’argomento, come se fosse un qualcosa di cui vergognarsi, un qualcosa di cui liberarsi in fretta perché sporco e schifoso. Il fatto di avere ribrezzo per il proprio sangue mestruale non fa parte della nostra natura femminile, ma nasce da quei condizionamenti maturati con l’instaurarsi, circa 6000 mila anni fa, di modelli socio-politici moderni: i patriarcati. Non a caso in parallelo a questo anche l’interpretazione della spiritualità, mutata in religione monoteista, predicava una visione della donna come essere inferiore ed impuro. Ad esempio nell’ebraismo, c’è il divieto di contatto tra uomo e donna quando questa ha le mestruazioni oppure per il cristianesimo il sangue delle perpuere è ritenuto più nocivo, tanto che queste neo madri necessitano di una pratica di riconciliazione e purificazione per la ri-ammissione ai luoghi di culto. Riferimenti di questo tipo li troviamo anche nella religione dell’Islam.

Tutto questo, però, è in contrasto con ciò che c’era in precedenza. Noi, uomini e donne, non discendiamo da questa visione distorta della natura femminile.

Durante l’era matriarcale, a cui dedicheremo degli articoli a parte per capire la loro organizzazione, la fase mestruale della donna era vissuta come un altissimo momento di sacralità e di potere. È vero le donne si isolavano, si ritiravano in luoghi in cui gli uomini non erano ammessi, non per i motivi denigratori, ma perché era un momento così intimo da poter essere condiviso solo con altre donne. Donne di tutte le età si trovavano a mestruare insieme nelle cosiddette tende rosse e condividevano sensazioni ed emozioni in un’ottica di crescita femminile comune. Capitava che tutte le donne della comunità mestruassero nello stesso momento e contemporaneamente alla fase di luna nuova (non vi è mai capitato di allinearvi con il ciclo di un’amica o di una sorella?). La magia di questi momenti consisteva nel fatto che le donne più anziane potevano trasmette alle più giovani il loro cammino di vita, la loro esperienza e le più giovani potevano trovare uno spazio sacro in cui condividere i dubbi o i timori per la loro nuova avventura di donne adulte.

Il menarca era considerato come l’iniziazione della donna, l’ingresso nel suo potere femminile. Anche gli uomini avevano dei riti di passaggio  per celebrare la fine dell’età puberale e l’inizio dell’età adulta. E sapete come creavano questi riti? L’elemento principale che veniva utilizzato era proprio il sangue attraverso il sacrificio. Non c’è forse un parallelismo in questo? Con la differenza che per noi questo rito fa parte della nostra natura. Nella società matriarcale dei Cuna, un popolo dell’America Centrale, il menarca non solo segnava questa acquisizione di consapevolezza femminile, ma “l’iniziata”, ossia la ragazza che mestruava per la prima volta, era considerata la personificazione e la reincarnazione di una delle sue antenate del clan. Da qui la tradizione di onorare la fertilità delle donne non solo per la capacità di dare alla luce, ma anche per la capacità di rinascita, onorando il potere alchemico femminile di trasformare la morte in vita.

Altra cosa affascinante: in queste strutture sociali matriarcali il sangue mestruale non veniva gettato. Oggi abbiamo un’idea distorta del nostro sangue a causa dell’uso degli assorbenti interni ed esterni che trasformano anche l’odore stesso in un qualcosa di davvero orripilante. Per chi, invece, ha già optato per un metodo di raccoglimento del sangue, quale ad esempio la coppetta mestruale (che oltre a farci rendere conto che non c’è nulla di schifoso è anche un metodo ecologico) può scoprire da sola che il sangue mestruale non puzza. E non c’è niente di schifoso nel guardarlo, odorarlo o toccarlo. È sangue. Come se ci tagliassimo un dito. Cambia la zona da cui esce, la nostra amata vagina, un luogo che ancora oggi rimane tabù. Ancora abbiamo vergogna a nominare la parola mestruazione in presenza di altre persone.

Ritornando al sangue che non veniva gettato… e allora cosa ne facevano? Il sangue, oltre ad essere maestro è anche magico. Veniva riutilizzato come offerta per i rituali di ringraziamento dedicati alla Madre Terra, come tintura per dipingere, decorare utensili conferendo e celebrando quotidianamente sacralità alla vita. A scuola ci hanno insegnato che nell’arte rupestre erano riportate scene di caccia… Sapete, invece, quante scene sono state riconsiderate e si è visto che altro non sono che scene di guarigione femminile o scene di parto? Addirittura troviamo raffigurazioni di figure femminili che mestruano o ancora ritroviamo proprio il sangue come colore principale per queste incisioni rupestri.

Ed oggi, sulla magia del nostro sangue mestruale abbiamo delle conferme di questo sapere antico intuitivo dalla ricerca scientifica, visto che noi occidentali senza certezze matematiche non sappiamo vivere. Il nostro sangue mestruale contiene delle proteine uniche e da lui si può attingere per estrarre le tanto preziose cellule staminali. Quindi, ecco la sua magia e il potere che noi donne portiamo. Il nostro sangue è un sangue di procreazione, contiene in sé una sua vitalità che può essere riutilizzata. Potrebbe essere questo il motivo che spiega il perché le nostre antenate lo utilizzassero anche negli impasti del pane. Che lo sapessero già?

Ricollegarmi alla storia antica delle nostre ancestrali ha creato in me delle consapevolezze, dei gesti spontanei che nessuno mi ha insegnato, ma che erano lì, che attendevano solo di essere risvegliati. Il donare il sangue ogni mese mi è venuto spontaneo, l’osservarlo, gioire del suo colore rosso sono tutte cose che sono maturate dopo essermi riconnessa con la storia femminile dalla quale deriviamo.

Il sogno, che si apre dal mio cuore, è che sempre più questa magia venga risvegliata in altri cuori, che tutte noi possiamo riconnetterci a questa natura intuitiva che sta lì in attesa di essere accolta e sentire quanto farlo sia necessario in questo momento per la nostra guarigione personale, per la guarigione del rapporto che abbiamo con il maschile e per permettere di accogliere nuove vite che non debbano essere anche loro vittime di queste memorie di dolore che si perpetuano e si protraggono di generazione in generazione. Partiamo dalla cura e dall’accoglienza dalle memorie del nostro ventre, del nostro utero e del nostro sangue e sanare, pulire, purificare per poi espanderci con amore nel cuore.

 

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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L’attenzione rivolta oggi al respiro è presente in tantissime pratiche corporee, da quelle più orientali come lo yoga e la meditazione a quelle occidentali come la mindfullness, il training autogeno…

Quello che però noto tra le persone che si rivolgono a me, che anche praticano queste discipline, è la mancata integrazione del respiro durante la quotidianità. Magari ci rendiamo conto che non respiriamo, ma è come se ci dimenticassimo l’importanza che questa mancanza determina nella nostra vita. È come se ignorassimo che tutto parte dal lì. Dal primo soffio che emettiamo quando usciamo dal grande utero materno, il respiro è il nutrimento principale del nostro corpo. Attraverso di lui tutto si muove e tutto vive. Il respiro meccanico che conosciamo, e possiamo osservare dal nostro addome, è quello con cui più facilmente riusciamo ad entrare in contatto, ma tutte le nostre strutture respirano in modo più sottile, a partire dalle cellule.

Il respiro è ciò che ci permette di capire in che stato ci troviamo e ci permette, anche, di modificare questo stato. È il veicolo tramite il quale possiamo entrare in connessione con il sistema nervoso autonomo o vegetativo, che è involontario ed agisce durante la giornata svolgendo le nostre funzioni di base. È anche quel sistema che gestisce la nostra reattività a ciò che succede nell’ambiente esterno, modificando così il nostro ambiente interno. E’ quella bilancia che ci permette di meglio adattarci alle onde della vita, facendoci fluttuare tra stati in cui dobbiamo essere vigili e reattivi e stati in cui, invece, ci è concesso rilassarci.

Lo stile di vita lavorativo o gli eventi pregressi che hanno determinato la nostra crescita potrebbero bloccare questo sistema in uno stato di continua allerta, di continua reazione, portandoci a vivere in una condizione di perenne attivazione con tutta una serie di conseguenze a livello interno, tra cui l’iper-stimolazione del sistema dello stress, anche se l’evento stressogeno effettivo non è più presente. Quindi è come se vivessimo in uno stato di continua attesa che un qualcosa di terribile possa avvenire. Il nostro corpo non può che riorganizzarsi a questo stato inconscio profondo ed una delle prime risposte è proprio il cambiamento nella respirazione.

Pensate a quando accade un qualcosa che vi spaventa tantissimo o quando siete arrabbiati, com’è il vostro respiro? Dove state respirando nel corpo?

Di solito, in questi stati si utilizza una respirazione di tipo toracico, dove le strutture coinvolte sono quelle che dovrebbero essere di ausilio o essere attivate secondariamente rispetto alla struttura principale che dirige la respirazione. Il maestro dell’orchestra respiratoria è il diaframma, un muscolo affascinante sia per la sua anatomia di relazione che le sue molteplici funzioni.

L’etimologia del termine diaframma deriva dal greco: il suffisso dia significa attraverso, mentre fragma significa chiusura.

Questo enorme muscolo permette da una parte ad alcune strutture di passare attraverso di lui, come ad esempio l’esofago, la vena cava, l’aorta grazie a degli iati, dei buchi nei quali queste strutture decorrono, dall’altra però permette anche la separazione tra la parte superiore e la parte inferiore del nostro corpo. Divide, così, la parte toracica, da quella addominale. Da un punto di vista più sottile, può essere considerato come quell’elemento che separa ed unisce il sopra dal sotto, lo yin dalla yang, i centri energetici inferiori da quelli superiori.

AT Still, fondatore dell’osteopatia, disse: “Tutte le parti del corpo sono in relazione diretta o indiretta con il diaframma”. In effetti se osserviamo con attenzione l’anatomia di questo muscolo possiamo notare le sue infinite connessioni. In alto, la porzione della sua fascia di rivestimento più esterna entra in contatto con la fascia dei polmoni, le pleure, ed il rivestimento del cuore, il pericardio. Inferiormente e posteriormente contatta le prime tre vertebre lombari, le coste fluttuanti e due muscoli: l’ileo-psoas e il quadrato dei lombi. Al centro si attacca allo sterno e alle ultime sei coste. Tramite queste prime relazioni dirette entra poi in contatto con altre strutture più periferiche, per citarne alcune:

  • grazie al legame con la fascia dello psoas entra in relazione con la fascia renale,
  • alcune fibre del diaframma partecipano alla formazione della valvola che regola la chiusura tra esofago e stomaco, il cardias, contribuendo così ad una sua ipo o iper-tonicità.

Quando osservate l’anatomia pensate sempre a come un deficit di una zona può ripercuotersi sull’altra, così diventa più semplice riuscire a capire la causa più profonda del dolore che sale in superficie. In questo caso un’ipo-mobilità diaframmatica o un suo “blocco” può portare ad un ipo-mobilità delle strutture con cui si relaziona. Il diaframma risulta centrale nel contribuire alla nostra stabilità posturale. Se non respiriamo bene ed abbiamo i pilastri posteriori del diaframma “di marmo”, sarà normale avere delle vertebre lombari che non riescono a muoversi e magari iniziare ad avvertire mal di schiena. Però potrà essere anche vero il contrario, per mantenere una buona libertà respiratoria, le arcate di psoas e quadrato dei lombi non dovranno essere in tensione, pena il freno della respirazione stessa.

Un altro aspetto importante del diaframma è che con la sua azione di discesa durante l’inspirazione e risalita durante l’espirazione, come uno stantuffo va ad aumentare le pressioni nell’addome, spremendo così gli organi nella cavità addominale e permettendo un ricambio linfatico-circolatorio ed un miglior ritorno di sangue al cuore. Anche qui, si può intuire come una congestione a livello addominale con problematiche di gonfiore, stitichezza o dolore possa essere determinata da un’incoordinazione di questo movimento a pompa.

La psico-neuro-immuno-endocrinologia descrive questo muscolo “come la struttura anatomica PNEI per eccellenza” (La Pnei e il sistema miofasciale: una struttura che connette – Chiera , Bottaccioli et al.). Gli studi sulla sua importanza sono davvero tantissimi poiché anche le sue funzioni sembrano andare oltre a quelle descritte in precedenza. Per esempio, alcuni esperimenti stanno dimostrando come un suo stato di iper-contrazione (come nel caso di una patologia manifesta quale l’asma) possa portare ad un aumento sia locale nel diaframma che sistemico, in tutto il corpo, di cellule infiammatorie, quali le citochine, coloro che danno un messaggio di attivazione ai globuli bianchi. Altri studi evidenziano come l’attività diaframmatica sia connessa a tutti quei centri cerebrali che regolano la gestione dello stress sia fisico che psichico.

Il diaframma è così il nostro centro di vita. Permette un buon mantenimento posturale, un buon funzionamento dei nostri organi ed una migliore regolazione del nostro sistema nervoso centrale. Tradotto: il diaframma ci permette di riequilibrarci attraverso la sua libertà di espressione funzionale, cioè il suo movimento. Respirare ci permette di allentare le tensioni corporee, di migliorare la nostra mobilità e contemporaneamente ci permette di attivare il sistema interno di regolazione della nostra attività psico-emozionale. È la struttura del corpo alla quale tornare in qualsiasi momento per poterci riconnettere a quello stato di calma che ci appartiene. Può essere visto un po’ come la nostra casa, la nostra isola e la nostra sicurezza che sta lì e ci accoglie o consola quando abbiamo bisogno di ritrovare, appunto, il nostro centro.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Dalla fine degli undici giorni della fase pre-mestruale, in cui l’energia fisica e mentale ha iniziato a dirigersi verso l’interno suggerendoci di rallentare il ritmo quotidiano, il ventottesimo giorno il nostro utero inizia a lasciare andare delle parti di lui con l’arrivo delle mestruazioni.

L’endometrio, lo strato più interno della parete uterina si sfalda, ossia pezzettini di questo tessuto si staccano e noi iniziamo a sanguinare. Il primo giorno di mestruazione segna sia la fine che l’inizio di un nuovo ciclo ovarico.

Le mestruazioni, insieme alla gravidanza e al parto, rappresentano i tre eventi più magici e più misteriosi della natura della donna. Perché?

Parlando delle mestruazioni, la cosa più formidabile è che noi siamo in grado di sanguinare senza morire e soprattutto il nostro corpo è in grado di auto-guarirsi dopo questa ‘’emorragia’’. Sì, perché le mestruazioni hanno tantissimi fenomeni cellulari in comune con lo stato infiammatorio acuto che caratterizza le patologie, ma a differenza di questo il finire della nostra ‘’infiammazione’’ non comporta il deposito di tessuto cicatriziale, evento tipico che si verifica con il protrarsi dell’infiammazione patologica (le classiche aderenze). Se questo dovesse avvenire, infatti, il nostro utero non avrebbe più la capacità di movimento, che gli consente di svolgere la sue funzioni di base ad esempio come quella di contrarsi quando inizia il parto.

Avete capito bene Donne? Noi tutti i mesi per circa 35 anni della nostra vita sperimentiamo una sorta di infiammazione che siamo in grado di sostenere da sole. Il nostro corpo femminile ha questo immenso ed infinito potere.

Essendo, la mestruazione, un momento in cui viene interpellato anche il nostro sistema immunitario, perché lo mucosa uterina ha bisogno di essere riparata in modo fisiologico dopo la sua disgregazione, la fase mestruale è per noi la fase più delicata di tutto il mese.

Se osserviamo la natura, dopo il periodo estivo di massimo splendore ed espansione, segue l’autunno, la nostra fase premestruale, in cui inizia il ritiro e l’inverno, dove la terra, apparentemente morta e spenta, in realtà si riposa per prepararsi ad un successivo ciclo di vita. Così accade per noi durante la mestruazione. È il momento in cui lasciamo andare il vecchio, l’endometrio che si stacca con il sangue, per fare spazio al nuovo. Questo sia a livello emotivo-corporeo che energetico. Rappresenta la fine, la morte, ma al tempo stesso la nostra rinascita, ed è per questo che appena inizia a concludersi il sanguinamento ci sentiamo come rigenerate.

Questo avviene, però, solo se siamo in grado di rispettare questo ritmo biologico sacro ed inarrestabile. Durante i giorni del sangue, il mantra che deve risuonare nella testa è riposo assoluto, soprattutto nei primi due giorni. C’è bisogno di stare, mestruare e godersi questo momento di recupero. Se nei giorni precedenti non vi siete fermate un attimo, qui l’imposizione è assoluta.

Se già prestate attenzione ai segnali del vostro ciclo mestruale, questo messaggio di ‘’rest’’ riuscite già a percepirlo. Nonostante il nostro corpo ci parli in modo chiaro, a volte resistiamo alla chiamata di bisogno che lui ci invia. Mi capita spesso, infatti, di parlare con donne che si rendono conto della loro necessità di fermarsi durante i loro giorni rossi, ma non sono in grado di farlo per delle resistenze mentali.

Accade, così, che le imposizioni e i condizionamenti mentali (quali ad esempio, che fermarsi sia sbagliato ed inutile) siano più forti dei bisogni corporei. È così che iniziano ad insorgere sintomi quali: mal di testa, mal di schiena, mal di pancia fino ad arrivare a vertigini o vomito nei giorni precedenti o proprio nei giorni mestruali, segnali di aiuto che il nostro corpo ci invia per farci capire che stiamo abusando delle nostre risorse interne. Quando queste donne iniziano ad assecondare le esigenze del corpo, i sintomi iniziano a regredire.

Se riusciamo a ritagliarci questo spazio di ritiro fisico, possiamo connetterci con il nostro spazio di ritiro interiore, che ci parlerà di cosa del mese o degli anni precedenti con questa mestruazione stiamo lasciando andare e che cosa ci prepariamo ad accogliere. È la fase in cui tutte le idee, le valutazioni, i pensieri, i sogni che abbiamo maturato nelle fasi precedenti arrivano al punto finale perché siamo in grado di sapere cosa abbandonare e cosa, invece, iniziare o continuare a coltivare con il nuovo ciclo. Ecco perché questa fase viene definita fase della Strega: la connessione con la nostra sorgente interiore è così forte e profonda, siamo così dentro noi stesse, che siamo capaci di sapere qual è la nostra strada attraverso la nostra visione.

Il ciclo mestruale ci insegna a credere nel nostro potere ciclico creativo. Ci insegna a vivere nel presente facendoci vedere come tutto è in costante cambiamento, come tutto attraversa un ciclo di inizio, fine e di nuovo inizio, come la morte sia solo un’apparente fine e che per questo motivo possiamo abbandonare i nostri attaccamenti ed onorarla tanto quanto la vita.

Tutto questo è già dentro di noi, pronto per essere appreso in ogni momento. Non dobbiamo leggere, non dobbiamo studiare, dobbiamo solo ascoltare, conoscere e dialogare con il nostro corpo e da lui apprendere queste lezioni.

Quindi, se durante le mestruazioni sentite il bisogno di stare da sole, di diminuire gli impegni presi, di stare in casa e rilassarvi con una tisana e una coperta o avete bisogno di dormire di più, ma la vostra testa vi dice che dovete fare questo, quello e quell’altro, che avete preso un impegno per una cena con gli amici e non potete rimandare, che dovete sistemare casa perché è un disastro, FERMATELA e ditele: Grazie per i tuoi consigli, però in questo momento ciò che sento nel corpo è più importante” ed assecondate ciò che davvero sentite, senza sensi di colpa o rimproveri. Solo così possiamo imparare ad avere rispetto per noi stesse e cambiare il paradigma che anche durante le mestruazioni dobbiamo fare tutto come se nulla fosse o che le mestruazioni non servano a nulla. Imparerete piano piano a sfruttare questo potente momento meditativo a vostro favore quando per esempio dovrete prendere una decisione su cosa fare o no o per capire cosa volete cambiare nella vostra vita.

Ascoltate il vostro potere!

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Nella mia pratica osteopatica lavoro per la maggior parte con le donne. Quando una donna si presenta da me, una delle prime cose che chiedo dopo aver indagato età, professione e attività fisica, è il comportamento del ciclo mestruale. Non perché io sia fissata con l’argomento, anche se ammetto che è una delle cose che più mi appassiona, ma perché è ciò che noi donne viviamo ogni giorno.

Quello che mi capita spesso quando si presenta una donna che mi contatta per risolvere un mal di testa, un male al collo o anche dolori generalizzati è che indagando i momenti in cui il disagio si presenta si nota una correlazione con i momenti dell’ovulazione o della fase pre-mestruale o della mestruazione.

Quando poi “ci vado a mettere le mani”, indago attraverso la palpazione, la zona del bacino e gli organi del piccolo bacino notando spesso una mancanza di armonia che porta ad asimmetria e tensioni.

Ci tengo a specificare che non è fisiologico avere dolore né durante l’ovulazione né tanto meno durante le mestruazioni. Un dolore mestruale fisiologico dovrebbe durare per un massimo circa di 4 ore, dovrebbe essere sopportabile e percepito più come una sensazione di piacevole rilascio rispetto ad una sensazione di disagio acuto.

Cefalea, male insopportabile ad utero ed ovaie, mal di schiena, male al collo, nausea, vomito, vertigini… sono tutti sintomi che segnalano una situazione di disarmonia del nostro ciclo mestruale. Tralasciando per oggi l’aspetto psico-emotivo che risiede in un’ovulazione o mestruazione dolorosa, vedremo perché un’asimmetria della zona del bacino può portare ad un mal funzionamento dell’utero e, quindi, all’insorgenza di dolore durante la mestruazione o al di fuori di questo momento nell’arco del mese, ma anche come l’utero e le sue strutture di connessione, i legamenti, possano portare ad un’alterazione della meccanica del bacino stesso.

Il nostro bacino è composto da tre ossa che si articolano tra di loro per mezzo dei legamenti (per approfondire meglio l’anatomia di base, puoi leggere i due articoli scritti dalla nostra fisioterapista: “Ho la cervicale” e “Ho i nervi accavallati“). Queste tre ossa sono: il sacro e le ossa dell’anca, che nascono dalla fusione di pube davanti, ischio sotto e iliaco lateralmente e dietro. Il bacino, oltre a svolgere la funzione di dissipazione delle forze ascendenti che arrivano dagli arti inferiori e discendenti che arrivano da testa, colonna e arti superiori, ha anche la funzione di contenimento e protezione degli organi che risiedono al suo interno. Essendo aperto inferiormente, però, non può garantire un sostegno a questi organi. Questa funzione, infatti, viene svolta dal nostro famosissimo e gettonatissimo pavimento pelvico, che come un’amaca accoglie (parlando di anatomia femminile) da dietro a davanti: il retto, la parte terminale dell’intestino crasso, l’utero al centro ed anteriormente la vescica.

Abbiamo visto nell’articolo “Siamo fatti così“, come ogni struttura sia collegata, creando un continuum, grazie al tessuto connettivo che differenziandosi crea delle connessioni tra i vari apparati del nostro corpo. Nella zona del bacino queste connessioni sono così forti da permettere una connessione tra le ossa del bacino, i muscoli del pavimento pelvico e gli organi sopracitati. In che modo? Visualizzate ogni organo in un sacchettino appiccicoso, questo è il suo sacchettino di rivestimento, detta anche la fascia viscerale, che aderisce proprio all’organo. Vi è poi un altro foglietto più esterno, la fascia parietale, che oltre a rivestire l’organo sfiocca e forma delle strutture di sostegno che sono appunto i legamenti viscerali, i quali connettono l’organo stesso ad altri organi o ai muscoli contigui e lo ancorano alle strutture ossee.

Nella regione del bacino abbiamo una struttura fasciale molto forte che si chiama fascia endo-pelvica, la quale dal pube si porta indietro rivestendo prima la vescica, continua dietro avvolgendo l’utero, poi abbraccia il retto fino ad aggrapparsi al sacro e lateralmente alle ossa iliache. La cosa fantastica del poter osservare il nostro corpo attraverso l’anatomia è che rende molto intuitivo come sia impossibile ragionare a settori.

Torniamo al nostro utero, alle mestruazioni dolorose o ai sintomi che si possono manifestare nell’arco del mese. L’utero ha tre legamenti fasciali, anch’essi facenti parte della fascia endo-pelvica, che oltre ad ancorarlo, fungono da binari di movimento durante la deambulazione e gli permettono di adattarsi ai movimenti delle strutture muscolo-scheletriche. Questi tre legamenti sono:

  • i legamenti rotondi, che dal corpo dell’utero vanno davanti al pube,
  • i legamenti largi, due ali che gli permettono i movimenti di lateralità durante la camminata,
  • i legamenti sacro-uterini, che collegano la cervice uterina al sacro.

Se una o più di queste strutture risulta compromessa, anche la funzionalità uterina, cioè la sua capacità di movimento e di contrazione sia durante la mestruazione che durante ad esempio il travaglio e il parto saranno deficitarie. Una piccola parentesi: un legamento sacro-uterino teso, che non ha una buona elasticità, inficerà una dilatazione fisiologica della cervice uterina durante il travaglio e potrà essere così necessaria un’assunzione farmacologica di ossitocina sintetica per incrementare la forza contrattile non sufficientemente necessaria. Quindi, una simmetria di queste zone è fondamentale perché il lavoro fisiologico dell’organo uterino venga svolto.

Quello che può accadere è che eventi traumatici quali, ad esempio, con una banale caduta sul sedere, un frattura delle ossa degli arti inferiori o superiori, una distorsione alla caviglia, possano andare ad influenzare lo stato di tensione di queste strutture fasciali legamentose, determinando un cambiamento nella posizione della struttura (che sia l’organo o l’osso) e, quindi, nella funzione. Mi capita spessissimo ad esempio di sentire tensioni più su un lato dell’utero e dell’ovaio rispetto che dall’altro e trovare delle correlazioni con i traumi pregressi da quel lato. Come mai avviene questo? Il nostro corpo in base ai traumi fisici che subisce si riorganizza e crea delle zone di tensione che è come se trazionassero altre zone, le tirano nel vero senso della parola e, quindi, le strutture trazionate si riadattano di posizione in base alla forza che sentono. Il riadattamento di posizione è impercettibile e viene fatto senza che noi ce ne accorgiamo, ma determina poi un disequilibrio della zona, che non può più svolgere il suo lavoro in modo corretto e in senso più ampio un riadattamento posturale di tutto il nostro corpo.

L’utero e le ovaie, che sono organi posti anatomicamente al centro, sono molto suscettibili a tutto questo soprattutto per le relazioni dirette che abbiamo visto avere con le ossa del bacino. Pensate al sacro che deve stare inclinato in un determinato modo per funzionare bene, ora se io cado sopra alla sua parte finale quella caduta mi porta a farlo diventare ad esempio più verticale. I legamenti sacro-uterini, che si ancora proprio a metà del sacro, verranno trazionati dalla nuova posizione sacrale e di conseguenza trazioneranno anche la parte della zona cervicale dell’utero. Tutto questo porterà poi ad un riadattamento delle strutture sia superiori che inferiori del corpo con la possibilità di insorgenza di sintomi a distanza, come ad esempio un banalissimo male al collo, che però dipende da quella disfunzione sacro-uterina dovuta alla caduta.

Ma può avvenire anche il contrario, di solito a causa di situazioni infiammatorie croniche che portano ad un cambiamento dei tessuti. Più o meno il principio è lo stesso. Una continua infiammazione fa sì che il tessuto fasciale cambi nella sua composizione perché il sistema immunitario è in continua sollecitazione e si trova continuamente a dover riparare quella zona. E’ come se avessimo sempre una ferita aperta e le nostre cellule immunitarie si dovessero occupare di continuare a chiuderla. Allora il tessuto diventa più rigido e perde di elasticità. È così ad esempio nel caso dell’endometriosi, dove troviamo delle vere e proprie zone fibrotiche che porteranno ad un mancato movimento dell’utero. Saranno queste zone allora ad influenzare le strutture muscolo-scheletriche e, quindi, potremo avere mal di schiena o male all’anca, ma il problema originario risiederà nella zona uterina.

Quindi, donne, il mio consiglio è sempre quello di iniziare a capire quando si presenta il vostro dolore per evidenziare o meno la correlazione con il ciclo mestruale e la seconda cosa è di dedicare sempre un po’ di attenzione quotidiana al nostro ventre con dei massaggi semplici a livello dell’utero che si trova appena sopra il nostro pube (a vescica vuota). Così potete iniziare a prendere un po’ di confidenza con quell’area ed affinare la vostra percezione sentendo se ci sono zone di maggior o minor tensione.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Quando si dice che il corpo è tutto collegato, che cosa si intende?
In che modo risulta inter-connesso?

La visione della medicina occidentale ci propone un modello di valutazione della persona ultra-specialistico, dove viene indagato il sintomo e la regione corporea in cui si presenta valutando, in questo modo, la persona come un qualcosa di scomponibile. Il nostro corpo, invece, è un organismo di relazione, tutte le nostre parti quali organi, muscoli, cervello e così via sono in costante comunicazione grazie ad un tessuto che avvolge ogni struttura.

Ciò che crea questa rete di collegamento è la fascia, un tessuto connettivo fibroso che, come suggerisce il nome, tiene insieme tutto a partire dalle nostre cellule. A seconda della zona in cui si trova, della funzione che deve svolgere o della struttura che va a rivestire, la fascia prende nomi differenti per l’orientamento delle fibre (da qui fibroso) da cui è costituita.

Utilizziamo la nostra immaginazione per capire meglio… pensate ad una ragnatela e visualizzate la sua struttura come l’interno del nostro corpo togliendo il rivestimento esterno, la cute.
Se vi avvicinate e prestate attenzione, noterete che ogni singolo filetto è collegato al suo vicino di sopra, di sotto, di destra e di sinistra, che tutta la ragnatela ha dei punti di ancoraggio garanti dello stato tensivo e che se viene leso uno dei filetti anche gli altri ne risentono, cambiando la forma dell’intero sistema portante.

Il nostro corpo all’interno è esattamente così, ogni parte è collegata dalla superficie alla profondità e dalla periferia al centro grazie a questo sistema di continuità.

Per capire meglio osserviamo l’immagine anatomica sottostante, la quale mostra il rivestimento fasciale di una zona muscolo-scheletrica.

Notate come a partire dall’osso il tessuto fasciale, passando per il tendine e fondendosi poi nella mio-fascia, il rivestimento più esterno del muscolo, evidenzi una linea di continuità che non si interrompe mai. E guardate poi come andando in profondità, lo stesso tessuto entra nel muscolo e crea dei setti di separazione avvolgendo prima gruppi di fibre muscolari e poi le singole fibre muscolari. La fascia corre e si insinua in ogni parte e zona del nostro corpo. Si fonde con un tessuto, lo divide da quello vicino e contemporaneamente lo connette a questo.

Separa, ma unisce, collega, ma divide. Potremmo dire che è un po’ l’espressione della nostra esistenza, la connessione con il tutto, ma allo stesso tempo la divisione che la materia comporta. La necessità di fusione che ricerchiamo per tutta la vita e il bisogno opposto di individualità. La fascia, in una visione più ampia, è l’espressione corporea di tutto questo.

Riconosciamo tre tipi di rivestimenti fasciali:

  • la fascia superficiale e profonda, che riveste la cute, le ossa, i muscoli, i legamenti, i tendini, le articolazioni
  • la fascia viscerale, che riveste tutto l’organo e con i suoi sdoppiamenti collega un organo all’altro o un organo ad una struttura muscolo-scheletrica
  • la fascia meningea, che è quella che riveste il nostro cervello, dalla corteccia cerebrale, alla scatola cranica fino al midollo spinale e che anch’essa contrae delle relazioni con la fascia sia viscerale che muscolare

Grazie alla studio dell’anatomia di questo tessuto ci è facile intuire il perché un’area silente può essere la causa del dolore di un’altra zona. Pensate ad esempio che il pericardio, il sacchetto esterno di rivestimento del cuore, è in diretta comunicazione con le fasce profonde della zona del collo. Questo può giustificare il motivo per cui se subisco un intervento al cuore, la cicatrice interna formatasi può portare ad un’insorgenza successiva di un dolore nella zona cervicale.

Perché succede che se una zona soffre per un’infiammazione, una cicatrice pregressa o un trauma ricevuto, il mio dolore si può manifestare a distanza?

La fascia ha la necessità di mantenere un suo stato di normo tensione, non deve essere né troppo rigida né troppo lassa. Quello che succede quando ad esempio si crea un’infiammazione cronica è che nell’area dove questa infiammazione continua per mesi o anni si ha una ri-organizzazione della struttura fasciale, che cambiando orientamento delle fibre diventerà più rigida impendendo alla struttura di avere una libertà di movimento come prima, riducendo, così, l’afflusso di sangue e gli scambi cellulari. Quindi la zona infiammata soffre per mancanza di nutrimento e di movimento. Quello che può accadere è che il dolore, per meccanismi di trasmissione neuro-meccanica, vada ad esplodere in un’altra zona.

Facciamo un esempio pratico. Se sono abituata a nutrirmi con cibi che infiammano il mio intestino, l’infiammazione continua porterà ad una rigidità delle fasce dell’intestino e magari diventerò stitica (un cambiamento della struttura porta ad un cambiamento della funzione). Se la situazione si protrarrà nel tempo, la zona in cui si è creata una rigidità fasciale impedirà il movimento di una o più vertebre o di alcuni muscoli dando vita ad un mal di schiena cronico, il quale però non dipende dalla mia schiena, ma dal mio intestino.

Siamo fatti così! Niente di più semplice mi viene da dire. 

Se ragioniamo in questo modo capiamo come siamo noi stessi i responsabili e gli artefici della nostra salute o della nostra malattia. Infatti, tutto influenza lo stato del tessuto fasciale: il cibo, i nostri pensieri, le nostre emozioni, lo stile quotidiano, lo sport che facciamo, lo stress, l’ambiente in cui viviamo… La fascia determina la nostra forma sia interna che esterna ed è proprio l’espressione del nostro vivere, tanto che dalle ultime ricerche scientifiche le è stato attribuito anche il nome di organo di senso, proprio la sua capacità percettiva.

Quando una persona si presenta da me per una problematica, oltre al trattamento osteopatico, che agisce nel ri-bilanciare e riequilibrare le tensioni fasciali, quello che consiglio è di abbinare sempre un approccio attivo, che coinvolga la percezione della persona, quale ad esempio la pratica dello yoga. In questo modo è la persona che impara a rendersi consapevole del suo stato fasciale, delle restrizioni che esso presenta imparando così ad assecondare le necessità che il corpo gli richiede.

Dopo questa introduzione sul sistema fasciale,  nei mesi successivi vedremo le relazioni specifiche tra organi e sistema muscolo-scheletrico. Nel prossimo articolo parlerò di utero-pavimento pelvico-bacino per capire come una restrizione in una di queste tre zone possa influenzare la normale funzione uterina nel ciclo mestruale.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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