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Bentornati su #foodforyogis! Ho visto con piacere che le ricette precedenti vi sono piaciute e che avete iniziato a sperimentare…

Dato che tra voi ci sono molti golosi, prima fra tutti la nostra cara insegnante Michela, ho deciso di dedicare questo secondo articolo ai dolci.

Anche in questo caso, ho scelto degli ingredienti base di stagione e questa volta ci occupiamo di mele, nocciole e cioccolato (rigorosamente fondente)…per la felicità di tutti! <3

E dopo aver fatto un pieno di dolci vi voglio lasciare con una ricettina veloce che racchiude tutti i protagonisti di questo primo mese di #foodforyogis:

 

Io non sono molto golosa di dolci, ma tra quelli che preparo ogni tanto, per me regna sovrano il Banana Bread, che trovo adatto per qualsiasi momento della giornata: colazione, spuntino, dessert dopo cena.

Banana Bread

INGREDIENTI:

  • 300gr di farina di farro (anche bianca)
  • 300gr di polpa di banane mature
  • 130gr di latte di nocciole
  • 100gr di nocciole tostate
  • 100gr di sciroppo d’agave
  • 1 bustina di lievito istantaneo per dolci
  • 50gr di olio di semi
  • cannella o scaglie di cioccolato fondente a sentimento

PREPARAZIONE:

Mescolate in una ciotola la farina e il lievito.

In un’altra ciotola schiacciate le banane con una forchetta e poi aggiungete il latte, lo sciroppo d’agave e l’olio. Mescolate fino ad ottenere un composto omogeneo.

Tritate grossolanamente con un coltello ca. 80gr di nocciole e unitele a tutti gli altri ingredienti, che nel frattempo avrete amalgamato in un’unica ciotola.

A questo punto, cari yogis, dovete decidere se volete metterci la cannella o le scaglie di cioccolato fondente…a voi la scelta! In ogni caso sarà delizioso!

Mettete poi l’impasto in uno stampo da plumcake ricoperto con carta da forno. Tritate grossolanamente le nocciole rimaste e decorate la superficie del vostro banana bread.

Io di solito mischio queste nocciole con un po’ di zucchero di canna e di cannella e poi decoro la superficie. 😉

Infornate a 180° per ca. 45 minuti. Prima di spegnere il forno però fate sempre la prova inserendo uno stuzzicadenti al centro del dolce, se esce pulito, è pronto.

 

Passiamo ora ad un altro must rivisitato in chiave vegan, perché vi assicuro che non c’è bisogno di burro che cola! Voi o i vostri ospiti non ne potrete più fare a meno! 😉

Salame al cioccolato

INGREDIENTI:

  • 150gr di cioccolato fondente
  • 40gr di olio di semi
  • 40gr di latte di nocciole
  • 150gr di biscotti digestive (vegan)
  • 80gr di nocciole
  • 1 cucchiaio di cacao amaro

PREPARAZIONE:

Sciogliete a bagnomaria il cioccolato fondente con il latte e l’olio. Nel frattempo spezzate grossolanamente in una ciotola i biscotti e le nocciole. Unite quindi il cioccolato fuso e il cacao e amalgamate tutti gli ingredienti mescolando bene.

Mettete l’impasto su un foglio di carta da forno e arrotolando la carta da forno, dategli la forma del salame. Chiudete le estremità a caramella con dei lacci e fate la stessa cosa sul resto dell’impasto per ricreare le tipiche pieghe del salame.

Mettete il salame in frigorifero per almeno 4 ore.

Servitelo a fette.

Se volete, potete spolverarlo con dello zucchero a velo.

Mele con crumble di nocciole al cacao

INGREDIENTI:

  • 2 mele
  • 120gr di nocciole
  • 200gr di farina tipo 2
  • 60gr di zucchero di canna/mascobado
  • 15gr di sciroppo d’agave
  • 40gr di olio di semi
  • 1 cucchiaio di cacao amaro

PREPARAZIONE:

Tritate le nocciole e unitele a tutti gli altri ingredienti (tranne le mele!!). Non preoccupatevi se l’impasto risulterà grossolano e non compatto, non deve diventare omogeneo, è giusto così. Spargetelo in una teglia e cuocetelo in forno a 180° per ca. 20 minuti.

Mentre il vostro crumble cuoce, sbucciate e tagliate le mele a dadini e fatele saltare in una padella antiaderente con un filo di olio di semi, finché non si saranno ammorbidite.

Servite le mele in coppette e cospargetele di crumble.

 

E dopo aver fatto un pieno di dolci vi lascio con una ricettina veloce che racchiude tutti i protagonisti di questo primo mese di #foodforyogis. Alla prossima! 

INSALATA di funghi, verza, mele e lenticchie

INGREDIENTI:

  • 2 funghi porcini freschi o secchi
  • 1 verza
  • 2 mele renette o fuji
  • 250gr di lenticchie piccole lessate
  • limone
  • sale
  • pepe
  • olio evo
  • extravergine di oliva

PREPARAZIONE:

Dividete la verza in quattro parti e tagliatela a strisce sottili, lavatela e mettetela ad asciugare in un canovaccio pulito. Intanto lavate i funghi e tagliateli a fettine sottili. Passate poi alle mele: sbucciatele e tagliatele a dadini.

Mettete tutti gli ingredienti in una ciotola e condite con un’emulsione di olio evo, sale e pepe e qualche goccia di limone.

Tocco finale: per chi come me non ce la fa a fare a meno di qualche carboidrato, può affettare a dadini delle fette di pane integrale o ai cereali e farli saltare a fuoco moderato in una padella con un filo d’olio e unirli all’insalatona. Bon appetit! 😉

 

Lara Salacucina a sentimento perché non peso, non doso, ma provo, assaggio e ritocco mentre cucino.

Yogini da qualche anno, grazie a Michela che mi ha fatto innamorare di questa disciplina e che ogni tanto cerco di corrompere con qualche esperimento culinario. 😉 Vegetariana, amo mangiare, ma amo altrettanto cucinare per me e per i miei cari ed amici. 

Spero di “soddisfare” i vostri palati e di farvi scoprire che cambiare alimentazione non è assolutamente limitativo, anzi c’è tutto un mondo da scoprire! Ancora oggi, dopo quasi dieci anni di vegetarianesimo, non sono caduta nella monotonia in cucina.

Vi chiedo di seguire le ricette, ma di seguire anche il vostro istinto e le vostre papille, sperimentando! Io sarò assolutamente felice di sentire le vostre opinioni e vedere le vostre rivisitazioni. 

 Vuoi chiedermi qualcosa? Ecco come metterti in contatto con me:

Lara Sala

Lara Sala

Buon giorno a tutti: mi chiamo Mara e sono una fisioterapista, insegnante di yoga per adulti e bambini. Grazie a Michela di Vivoyoga avremo la possibilità di utilizzare questo spazio per informarci e confrontarci su alcuni temi riguardanti la nostra salute psicofisica.

Frequento palestre e istituti di riabilitazione ormai da parecchi anni (mi sono diplomata del lontano 1995) e una delle espressioni che mi sono sentita ripetere più spesso è: “guardi che io ho la cervicale!” oppure “guardi che ho la lombare” oppure “mio figlio soffre di cifosi, mia madre ha la lordosi”… Poche cose come queste espressioni mi fanno sorridere perché la mia risposta è sempre: “meno male che ce l’ha!”.

Ora voi starete pensando che sono una squilibrata; voi mi dite che avete un problema e io vi rispondo che è una benedizione?

Vi svelo un segreto: avere la cervicale, la lombare, la lordosi o la cifosi è FISIOLOGICO cioè normale, quello che invece non è buono sono i dolori, fastidi o alterazioni della colonna cervicale.

Facciamo un passo in dietro cercando di capire cosa si intende quando parliamo di “cervicale” (e quindi anche degli altri termini citati sopra).

Le maggior parte delle persone che non ha fatto studi specifici del settore medico sportivo, quando parla di cervicale si riferisce ad essa come se parlasse di una malattia, ad esempio ho il raffreddore, ho mal di pancia, ho la cervicale. Le persone che hanno fatto studi specifici come il medico, il fisioterapista, l’osteopata, l’estetista, l’istruttore di ginnastica o di yoga, quando parlano di cervicale (o quando ne sentono parlare) pensano ad una parte della nostra colonna, ossia il tratto cervicale della colonna vertebrale oppure, nel caso di lordosi e cifosi, di curve fisiologiche della colonna stessa.

Mi spiego meglio: possiamo immaginare, semplificando al massimo, che il nostro corpo sia formato da strutture fisiche di diverse consistenze. Abbiamo strutture dense come le ossa, strutture più morbide come i muscoli e gli organi e strutture più liquide come il sangue e la linfa. Il tutto organizzato in sistemi e apparati. A tutto questo dobbiamo aggiungere che, in medicina, tutto ciò che appartiene alla normale costituzione e al normale funzionamento del corpo si definisce fisiologico. Ad esempio tutte le persone che nascono sane hanno caratteristiche comuni (uguali ma con delle piccole varianti che fanno di noi esseri esclusivi). Tutti abbiamo una testa, un busto, due braccia , due mani, due gambe e via dicendo. Lo stesso vale per le ossa, gli organi e tutti gli altri apparati.

Per tornare a noi, tutti abbiamo una colonna vertebrale.

Ma cos’è la colonna vertebrale? A cosa serve?

La colonna vertebrale è il principale sostegno del corpo degli esseri vertebrati.

Si perché il mondo si divide in animali vertebrati e invertebrati. Vertebrati cioè provvisti di vertebre, di colonna vertebrale e che sono in grado, generalmente, di spostarsi autonomamente nello spazio (tutti gli animali e l’uomo). Invertebrati  cioè sprovvisti di tale colonna come gli organismi unicellulari  (ad esempio i batteri, alcuni parassiti) che, nella maggior parte dei casi, hanno bisogno di un ospite o di un veicolo per spostarsi e sopravvivere. Non è insolito sentir dire ad una persona  “ sei un invertebrato, sei uno smidollato” quando lo si vuole definire senza sostegno, senza volontà di muoversi e di affrontare la vita.

La colonna vertebrale ha una funzione di sostegno, protezione, movimento ed è situata nella parte posteriore del nostro corpo, la schiena. Sostegno perché è lei responsabile della nostra capacità di mantenere il busto (la schiena diritta) e di farci stare seduti, grazie alla sua forma. Le vertebre sono infatti impilate una sopra l’altra a formare una colonna. Inoltre le vertebre del tratto dorsale hanno una articolazione con coste a sostegno della gabbia toracica.

Protezione prima di tutto perché nella zona toracica , sostenendo le coste, aiuta a proteggere organi vitali quali il cuore e i polmoni, secondariamente perché le vertebre, nella parte posteriore,  si chiudono a formare un canale chiamato canale midollare, nel quale scorre il midollo spinale fondamentale per la comunicazione tra il cervello e la periferia del nostro corpo.

Infine la colonna ha una funzione di movimento perché attraverso di essa possiamo mettere in comunicazione gli arti superiori e gli arti inferiori tra loro e muoverci nello spazio.

La colonna vertebrale prende questo nome dalle ossa che la compongono: le vertebre. La colonna vertebrale umana è costituita da 33/34 vertebre (7 cervicali, 12 toraciche, 5 lombari, 5 sacrali e 4-5 coccigee) intervallate da una parte più elastica e cartilaginea detta disco intervetebrale.

Le vertebre sacrali e coccigee formano l’osso sacro, che è posizionato, come una chiave di volta, tra le ossa del bacino. In questo articolo tralasceremo volutamente questo tratto della colonna per occuparcene in maniera specifica e ci occuperemo quindi essenzialmente delle vertebre cervicali, dorsali e lombari.

Non andremo in dettagli troppo tecnici sulla descrizione della forma delle vertebre, ma è necessario sapere alcune cose. Le vertebre non sono tutte uguali e si differenziano, lungo la colonna, in base alla loro funzione, cioè in base al ruolo che devono svolgere. Le vertebre cervicali hanno una funzione di protezione e di movimento e quindi sono più piccole ma con una parte posteriore molto sviluppata per proteggere meglio il midollo spinale. Le vertebre lombari hanno funzione di sostegno  e quindi sono più grandi con una capacità ridotta di movimento (attenzione ridotta rispetto a quelle cervicali ma non piccola o assente)

Le vertebre dorsali svolgono tutte e tre le funzioni ma in misura diversa dall’alto verso il basso per cui: le vertebre dorsali superiori, che hanno maggiormente funzione di protezione e movimento, assomigliano a quelle cervicali mentre quelle inferiori, che hanno maggior funzione di sostegno e movimento,  assomigliano alle vertebre lombari.

Affrontiamo ora un altro elemento fondamentale della colonna: il disco intervertebrale. Se la funzione di protezione, viene garantita dalla forma della parte ossea le funzioni di sostegno e movimento sono garantite dalla presenza di questo cuscinetto cartilagineo che permette alla colonna di muoversi e assorbire gli urti generati dal movimento o dal carico.

Cosa significa? Significa che questa struttura, costituita da una parte esterna cartilaginea (come la punta del naso e la parte superiore delle orecchie per intenderci) chiamata anulus fibroso e da una parte interna gelatinosa ( proprio come il gel per i capelli ) chiamata  nucleo polposo è responsabile della capacità della nostra colonna di compiere piegamenti in avanti, indietro, in laterale e di torsione a destra e a sinistra.  Trasforma la nostra colonna da un bastone rigido e statico, quale sarebbe se fosse composta solo dalle vertebre, in un sistema elastico e flessibile  e dinamico quasi come una molla.

Questo avviene grazie alle capacità elastiche del disco ma anche grazie alla forma della colonna vertebrale.

Infatti osservando la colonna su un piano frontale (da davanti o da dietro) la colonna è  fisiologicamente diritta, troviamo infatti una alternanza di vertebre e dischi, più piccoli verso l’alto e più larghi verso il basso posizionati l’uno sull’altro come in una torre fatta di mattoncini.  Se , invece, osserviamo la colonna su un piano sagittale (di fianco) vediamo che la colonna presenta delle curve.

Queste curve sono chiamate lordosi cervicale, cifosi dorsale, lordosi lombare e cifosi sacrale.

La lordosi cervicale e la lordosi lombare sono curve con concavità posteriore mentre la cifosi dorsale e la cifosi sacrale sono due curve con concavità anteriore. Queste curve che devono essere presenti in ogni colonna lombare sana le donano quella caratteristica forma a molla che permette di muoversi e sostenere il peso del corpo senza troppo sforzo.

Rileggendo quanto fin qui descritto mi rendo conto che non per tutti può essere facile capire la complessità di un sistema che collega il nostro corpo dalla testa ai piedi e che garantisce contemporaneamente stabilità, protezione e movimento, però tutto ciò ci rende chiaro che la colonna vertebrale gioca un ruolo fondamentale nella nostra salute e che è necessario prendercene cura tenendo conto proprio dei suoi aspetti costitutivi e funzionali. Semplificando dovrò, nella mia quotidianità e nella mia attività fisica, fare attenzione a quegli aspetti che possano mantenere la mia colonna flessibile, stabile e con una forma il più possibile vicino a quella fisiologica. In quel caso allora potrò dire di avere una cervicale sana e flessibile e di avere cifosi e lordosi nei punti giusti e di avere una colonna lombare forte e mobile e sana con dischi vertebrali robusta ma elastici.

A questo punto anche voi , come me , sorriderete nel sentire la famosa espressione: “ ho la cervicale”.

 

Mara Delaini – Fisioterapista e insegnante di yoga per bambini e adulti. Vive la vita alla ricerca della morbidezza e della leggerezza intesa come capacità di essere lievi anche nelle difficoltà.

maradelaini@gmail.com

Mara Delaini

Ciao Yogis!

Quando alla fine dell’estate sento le prime avvisaglie dell’autunno, la prima cosa a cui penso sono le passeggiate nel bosco che ti avvolge, mentre il sole tiepido filtra tra gli alberi. C’è qualcosa di magico nell’autunno, che si tinge di colori nonostante tutto si stia per addormentare.

Quest’anno anche se l’autunno tarda ad arrivare, o per lo meno arriva a giorni alterni, io ho già una voglia pazza delle prime cenette calde davanti al camino acceso. E la prima cosa che mi viene voglia di mangiare sono i funghi porcini! Ne sono davvero ghiotta! Quindi inizio a preparare il ragù di lenticchie e funghi porcini, che posso utilizzare per svariate ricette e che in parte surgelo in freezer, così lo posso utilizzare per delle cenette gustose anche quando ho poco tempo 😉

Ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • 200gr di lenticchie piccole secche (se preferite, potete usare quelle già lessate)
  • 500gr di passata di pomodoro
  • 40gr di funghi porcini secchi
  • 1 cipolla bianca
  • 1 carota
  • 1 dado vegetale
  • foglie di alloro
  • olio evo

PREPARAZIONE:

Fate rinvenire i funghi porcini mettendoli in ammollo in acqua tiepida per circa mezz’ora.

Tagliate a dadini la cipolla e la carota e rosolateli con un filo d’olio per qualche minuto a fiamma moderata, mescolando spesso per evitare che attacchino al fondo della pentola.

Scolate le lenticchie, che avrete lasciato in ammollo per una notte, sciacquatele bene e aggiungetele al soffritto insieme alle foglie di alloro e fatele saltare qualche minuto per insaporirle.

A questo punto aggiungete la passata di pomodoro, i funghi con la loro acqua (sarebbe un peccato buttarla, perché molto saporita) e il dado vegetale.

Mescolando di tanto in tanto, lasciate cuocere il ragù per ca.40 minuti a fiamma bassa, finché le lenticchie saranno ben cotte (ma non sfatte) e il sugo rappreso.

In questo periodo di transizione estate/autunno ho la fortuna di avere una quantità infinita di pomodorini dall’orto di mio papà, quindi ne approfitto e al posto della passata uso i pomodorini freschi.


Vediamo ora tutti i modi, in cui possiamo utilizzare questo gustoso ragù.

Lasagne con ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • Pasta per lasagne di grano duro (esiste anche senza uovo ed anche integrale)
  • Ragù di lenticchie

Per la besciamella:

  • 500ml di latte vegetale naturale (senza zuccheri aggiunti)
  • 50gr di farina integrale
  • olio evo
  • sale
  • noce moscata

Preparate la besciamella

Scaldate in una pentola l’olio con la farina, e cuocete mescolando con un cucchiaio di legno per 4 minuti. Aggiungete il latte poco alla volta, mescolando con una frusta per non fare grumi. Aggiungete noce moscata a piacere. Portate a bollore sempre mescolando, quindi spegnete. Tenetela abbastanza liquida, perché servirà a cuocere la pasta secca delle lasagne.

Preparate le lasagne

Versate un piccolo mestolo di besciamella calda sul fondo di una pirofila, quindi mettete uno strato di pasta secca, uno strato di besciamella e uno di ragù. Ripetete la sequenza degli strati fino all’esaurimento degli ingredienti. Coprite la pirofila con della carta stagnola e cuocete in forno caldo a 180° per 30 minuti. Togliete la stagnola e fate la prova con uno stuzzicadenti per verificare la cottura della pasta, se serve continuate la cottura.

Pasta al forno con ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • 300gr di pasta integrale corta
  • ragù di lenticchie**
  • 200ml di panna vegetale
  • olio evo

PREPARAZIONE:

Lessate la pasta, scolatela e mettetela in una pirofila precedentemente unta con un filo d’olio. Condite la pasta con il ragù e amalgamate con la panna vegetale.

Coprite la pirofila con della carta stagnola e cuocete in forno caldo a 180° per ca.20 minuti. Togliete la stagnola e continuate la cottura per altri 5 minuti accendendo il grill, in modo che si formi una crosticina croccante. Sfornate e servite.

Polenta con ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • 250gr di farina di mais
  • 1 litro d’acqua
  • sale
  • ragù di lenticchie**

PREPARAZIONE:

Portate a ebollizione l’acqua con il sale. Versate poi la farina di mais e servendovi di una frusta continuate a mescolare per evitare che si formino dei grumi. Cuocete a fuoco basso per 45 minuti. La polenta dovrà risultare liscia e omogenea. Servite la polenta ancora calda con qualche cucchiaio di ragù di lenticchie.

>> cosa fare se avanzate della polenta e del ragù?

Usate le formine dei pasticcini di pasta frolla o da muffin e fate dei cestini di polenta con il ragù di lenticchie e funghi nel mezzo e scaldateli in forno 😉

 

Sempre grazie all’orto di papà, in questo periodo ho anche una gran quantità di peperoni, lui coltiva i corno, quelli che hanno proprio la forma del corno napoletano! Quindi non avendo voglia di fare sempre la peperonata, una sera mi sono inventata questa ricettina: ho estratto dal freezer una porzione di ragù di lenticchie e funghi e ho fatto i peperoni ripieni! Cenetta equilibrata e completa, e veloce!

Peperoni ripieni con ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • 4 peperoni corno
  • ragù di lenticchie**
  • olio evo

PREPARAZIONE:

Aprite i peperoni in senso verticale e togliete i semi e le parti bianche filamentose. Riempite i peperoni e disponeteli in una pirofila precedentemente unta con un filo d’olio e lasciate cuocere in forno caldo a 180° per ca. 30 minuti. Controllate che i peperoni risultino morbidi, ma non si sfaldino.

 

Un altro ingrediente autunnale che invece ho imparato ad apprezzare solo recentemente è la verza. Sarà che mi ricordava la cazzuola o piatti simili, che non ho mai mangiato, ma non l’avevo mai considerata! Ho invece scoperto che mi piace molto, sia cotta che cruda! Eccovi qui, una ricettina veloce, completa e tutta autunnale!

Involtini di verza con ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • 200gr di riso basmati
  • foglie di verza
  • ragù di lenticchie**
  • olio evo

PREPARAZIONE:

Portate ad ebollizione abbondante acqua e lessate il riso. Scolatelo e conditelo con il ragù di lenticchie.

Nel frattempo mondate la verza e staccate delicatamente le foglie che vi servono e  sbollentatele in acqua bollente per qualche minuto. Fate attenzione, dovrete mantenerle croccanti e intatte.

Una volta raffreddate, mettete al centro di ogni foglia un po’ di riso e arrotolatele.

Disponete gli involtini in una teglia unta con un filo di olio evo e scaldate in forno preriscaldato a 180° per una decina di minuti.

 

Bon appetit yogis!

 

Lara Salacucina a sentimento perché non peso, non doso, ma provo, assaggio e ritocco mentre cucino.

Yogini da qualche anno, grazie a Michela che mi ha fatto innamorare di questa disciplina e che ogni tanto cerco di corrompere con qualche esperimento culinario. 😉 Vegetariana, amo mangiare, ma amo altrettanto cucinare per me e per i miei cari ed amici. 

Spero di “soddisfare” i vostri palati e di farvi scoprire che cambiare alimentazione non è assolutamente limitativo, anzi c’è tutto un mondo da scoprire! Ancora oggi, dopo quasi dieci anni di vegetarianesimo, non sono caduta nella monotonia in cucina.

Vi chiedo di seguire le ricette, ma di seguire anche il vostro istinto e le vostre papille, sperimentando! Io sarò assolutamente felice di sentire le vostre opinioni e vedere le vostre rivisitazioni. 

 Vuoi chiedermi qualcosa? Ecco come metterti in contatto con me:

Lara Sala

Lara Sala

‘’Con la mano di ferro della volontà sbarrai il cancello della memoria chiudendo fuori il passato con tutte le sue vecchie idee. La mia anima assunse un’attitudine ricettiva, il mio orecchio si mise in sintonia con la ritmica armonia della Natura… […] Il mio spirito era travolto dall’incommensurabile grandezza del piano divino su cui è costruito l’universo.’’

Andrew Taylor Still
Dalle aride ossa all’uomo vivente – John Lewis

 

Incontrare l’osteopatia è stata la mia porta d’accesso alla comprensione che il nostro corpo, ossia la materia di cui siamo fatti, è animata da un qualcosa d’immenso, la Vita,  che la malattia è solo una manifestazione dello scompenso di questo sistema materia e spirito, e che il corpo stesso possiede tutti gli elementi necessari per la propria guarigione.

Fu da questi presupposti che nacque la filosofia osteopatica. Alle dieci del mattino del 22 giugno 1874, AT Still, medico allopatico americano, ebbe un’illuminazione, che avrebbe rivoluzionato il suo modo di aiutare le persone.

Di famiglia metodista, nato durante la guerra di secessione americana, Still rifiuta subito l’idea di adottare i trattamenti medici allopatici dell’epoca, che prevedevano usi di alcolici o chirurgia d’amputazione. Osservando la Natura degli elementi, studiando con ossesso il binomio anatomia e fisiologia umana, vivendo per un periodo a stretto contatto con gli Indiani d’America del territorio del Nebraska che gli trasmettono una visione unitaria della Vita e la concezione di macrocosmo nel microcosmo, capisce che per aiutare le persone a guarire ed avere una qualità di vita in salute e soddisfacente, non ci si può soffermare al sintomo di dolore che la persona riporta e valutare solo l’area in cui questo si manifesta.

Per l’epoca in cui vive, dove i paradigmi filosofici orientano la filosofia della scienza verso visioni sempre più meccaniciste e riduzioniste, in cui il corpo, cioè la materia, viene denigrato a favore dell’intelletto e della mente, i concetti di unione che Still propone lo fanno apparire come uno stregone ed un ciarlatano, tanto che l’ambito scientifico dell’epoca scredita il suo lavoro.

Nonostante questo, Still continua le sue ricerche. Intuisce come il sistema nervoso e il sistema immunitario riescano a comunicare e come tutto il corpo fisico si basi su sistemi di comunicazione a feedback, anticipando ad esempio la moderna psico-neuro-immuno-endocrinologia.

‘’Noi parliamo di malattia quando dovremmo parlare di effetto; perché la malattia è l’effetto di un cambiamento nelle parti di un corpo fisico. La malattia in un corpo anormale è tanto naturale quanto la salute se tutte le parti sono al loro posto.’’ 

Osteopatia, ricerca e pratica – AT Still

Questi i fondamenti da cui parte per giungere poi alla scoperta che caratterizzerà i principi filosofici della sua pratica osteopatica. Quello che nota è che quando il corpo sviluppa una patologia, questa presenta non solo segni interni (come quando abbiamo la polmonite che ad un esame radiografico si evidenziano i segni di sofferenza polmonare), ma comporta delle modificazioni strutturali di ossa, muscoli, legamenti, tessuti fasciali, visceri, ossia di tutte quelle strutture che entrano in relazione con la zona malata e che, quindi, trattando queste alterazioni si può risolvere la patologia presentata. Nota anche che il processo può svilupparsi al contrario, ossia dopo un traumatismo (come una caduta sul sedere o un incidente in auto) le modificazioni della struttura causate dall’energia accumulata dal corpo in seguito all’impatto possono facilitare o predisporre l’esordio di una patologia in cui quella zona del corpo non sta funzionando più in modo fisiologico.

Questo l’altro grande pilastro osteopatico, la funzione collegata alla struttura. Che cosa significa? Significa che qualsiasi alterazione della struttura del corpo ne altera anche la funzione e alternandone la funzione, se ne modifica conseguentemente la struttura, esitando in patologia.

‘’Aggiustamento osteopatico significa sistemazione del corpo in modo che la normale attività sia sufficiente a dare forza nervosa uguale alla domanda per la costruzione e a mantenere il corpo o l’organo in buone condizioni di salute eliminando tutte le impurità prima che diventino oppressive o per quantità o per cambiamenti chimici distruttivi e mortali derivanti dal ristagno di liquidi del corpo.’’

Osteopatia, ricerca e pratica – AT Still

Ad oggi l’osteopatia sta subendo una ‘’denaturazione’’ della sua struttura originaria riducendola ad una terapia manuale che si ferma alla generica manipolazione dei tessuti, trascendendo l’individuo come uno e il suo benessere come mantenimento della comunicazione, del movimento e della fisiologia di tutte le parti che lo compongono.

L’evidenza che una malattia, un dolore o un sintomo del nostro corpo fisico non siano altro che la risposta sommatoria a tanti fattori differenti, non dipendenti solamente dal corpo stesso, è una visione ancora molto lontana. Siamo abituati a pensare che se un mattino mi sveglio e ho dolore al ginocchio, allora il mio problema sarà nel ginocchio. Il vecchio paradigma filosofico-scientifico affonda ancora le sue radici nella nostra cultura occidentale, che definiamo avanzata. Non siamo ancora istruiti sul fatto che il dolore al ginocchio possa dipendere da una problematica dell’anca, oppure da una patologia pregressa al rene che ha lasciato un’ipomobilità nella zona o dalla resistenza che sto offrendo emotivamente a muovermi in una certa direzione o al mese pregresso in cui ho vissuto di birra e hamburger.

Tutto questo è ciò che un osteopata prende in considerazione durante il primo colloquio con la persona che lo contatta: partendo dal messaggio che il corpo mostra, ossia il sintomo, cerca di risalire alla causa originaria indagando il funzionamento del sistema mio-fasciale, cranico, viscerale e fluidico nel suo insieme in relazione al sistema di vita della persona.

E come lo fa? L’anamnesi, ossia la ‘’chiacchierata’’ che si fa ad inizio della sessione, può essere utile per indirizzare l’idea di trattamento, ma sono le mani, gli strumenti che l’osteopata usa per capire cosa il corpo sta comunicando. Il primo contatto, quindi, è l’ascolto del paziente, non con le orecchie, ma con il tocco. Solo attraverso il tocco, l’osteopata è in grado di capire di cosa il corpo necessita. Ed è per questo che se andate dall’osteopata ed avete mal di schiena, ad esempio, è probabile che vi tratti il cranio o viceversa. Il nostro corpo è ricco di connessioni, la postura della persona parla del suo vissuto, di come è stata fino a quel momento, di come si è curata ed amata. Il nostro corpo all’esterno manifesta come sta il nostro interno.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

366 3402454
val.vavassori@gmail.com
www.valentinavavassoriosteopata.com
osteopatia-Valentina Vavassori

“La natura è il medico delle malattie.
Il medico deve solo seguirne gli insegnamenti.” 

Ippocrate

Nella cultura orientale il corpo fisico è da sempre considerato in relazione ad un campo più sottile ed energetico, che tutto permea, e che lo avvolge come un secondo corpo. E’ questo corpo energetico ed invisibile che regola il sistema fisico ed è a sua volta strettamente influenzato dallo stato psichico/emotivo dell’individuo.

In oriente dunque la salute viene da sempre considerata nel complesso dei diversi sistemi che costituiscono l’essere umano. Corpo, mente ed emozioni lavorano in sinergia, influenzandosi a vicenda, in un complesso sistema di interazioni che rendono impossibile valutare uno senza coinvolgere l’altro.

La nostra medicina al contrario, tende a curare il sintomo in una sempre più accurata ricerca alla specializzazione, scordandosi la visione d’insieme. Non è strano da noi che un medico altamente specializzato non sia in grado di vedere “oltre il suo naso” inteso come il suo campo di competenza. Per questo ci ritroviamo spesso a venir “sballottati” da un medico all’altro, da un esame all’altro, sotto gli occhi impersonali di chi osserva il sintomo che stiamo manifestando o la cartella clinica scordando di guardare la persona che ha davanti.

 

Ma è sempre stato così?

Se diamo uno sguardo al passato alle origini della medicina troviamo che sia in Grecia che in Cina era frequente che i medici fossero al tempo stesso filosofi e viceversa, che filosofi e letterati avessero una forte cultura medica (come Aristotele).

La medicina greca aveva un approccio alla prevenzione e alla terapia chiamato diaita, ovvero “modo di vita”, o “regole di vita”, che introduceva l’idea di fondo di orientare la vita del paziente nella sua interezza e non semplicemente nel dare consigli limitati a periodi di malessere o convalescenza. Questo comportava l’intenzione di pianificare la vita, soprattutto alimentare, secondo il trascorrere dell’anno.

Questo approccio lo possiamo trovare in molte opere di Ippocrate, che accusava la vecchia medicina di limitarsi alla farmacologia e di non dire niente su quelle attività che hanno una forte influenza sulla salute: l’alimentazione, i bagni, gli esercizi per il corpo e per la mente, il sonno, l’attività sessuale. Ippocrate sosteneva l’idea che il corpo umano fosse animato da una forza vitale volta al costante riequilibrio delle disarmonie del corpo e che per questo la guarigione da una malattia andava ricercata nello stimolare questa forza vitale e non sostituirsi ad essa. Secondo questa concezione, sia la malattia che la salute di una persona dipendevano da circostanze insite nella persona stessa.

E’ famoso il detto di Ippocrate: “Prima di guarire  qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare.”

Anche in Cina seguivano questo stesso approccio chiamato da loro yangshen, “nutrizione della vita”, che riguardava la salute dell’individuo durante tutto l’arco della vita e non come qualcosa a cui riferirsi nel caso di comparsa della malattia.

E’ noto il detto cinese che dice “il medico viene pagato solo se la persona che ha in cura non si ammala”.

I pilastri fondamentali della salute per i cinesi sono:

  • il rispetto dei ritmi naturali, di cui il sonno svolge un ruolo centrale
  • la gestione delle passioni tramite l’uso di tecniche di respirazione, meditazione e visualizzazione
  • l’esercizio fisico sotto forma di movimenti che facilitano la circolazione dell’energia (il qi) sbloccandone i ristagni e gli accumuli. Questi esercizi venivano chiamati daoyin in epoca antica e più recentemente hanno dato vita a pratiche come il Qi Gong e il Tai Ji Quan
  • l’alimentazione, secondo l’idea che noi siamo quello che mangiamo
  • il controllo della sessualità, inteso nel suo equilibrio (e non come astinenza)

Le analogie nell’approccio medico sia in Grecia che in Cina non finiscono qua. Ritroviamo infatti che:

  • per entrambi la capacità del medico di saper curare gli altri era strettamente collegata alla capacità della cura di sé
  • le dinamiche dell’organismo umano venivano viste da entrambe le medicine in modo unitario, vedendo il proprio paziente come un individuo e cioè, come dice il nome, come un essere intero e “non divisibile”
  • il cibo e l’attività fisica secondo i greci potevano alterare l’attività mentale ed emozionale, mentre secondo i cinesi modificano la circolazione dei liquidi e dell’energia (diversi nel concetto ma non nella sostanza)
  • per entrambi, se la malattia era caratterizzata da un eccesso occorreva drenare, se da un deficit invece tonificare. Il drenaggio veniva fatto sia in Grecia che in Cina con l’utilizzo dello stesso strumento: le ventose, utilizzate ancora oggi nella medicina tradizionale cinese nella tecnica della coppettazione
  • la scelta degli organi da trattare dipendeva dai sintomi, letti da un sistema di corrispondenze che in Grecia era quello dei 4 umori e in Cina dei 5 movimenti

Un’altra analogia forse inaspettata e interessante è l’utilizzo della meditazione come tecnica di vita.

La parola meditazione, che è presente nei testi di Epicuro e di altri filosofi greci antichi, deriva dal latino meditatio, che è la traduzione della parola greca meléte, che significa cura, attenzione, esercizio, collegata al verbo meletào, che significa “ho cura di“, “mi occupo di“, entrambi collegati al verbo mélo che significa “ho a cuore“, “mi prendo cura di“.

Per i greci antichi quindi meditare significava prendersi cura di sé, con l’obiettivo di liberare la mente dagli automatismi, dalla schiavitù delle passioni e incamminarsi lungo una via di  saggezza tramite esercizi mentali e di respirazione di cui abbiamo testimonianze in tutto l’arco dell’antichità, da Socrate a Marco Aurelio.

Medicina e meditazione, quindi, partendo dalla stessa radice med, indicano la cura degli altri e la cura di sé, strettamente intrecciate, a Oriente come a Occidente.

Ma cos’è accaduto che ci ha portato oggi ad avere una visione medica e riguardo alla salute così diversa rispetto a quella antica?

Il nostro sistema medico attuale ha iniziato a nascere con la fine dell’antichità, nel V-VI secolo d.C, con la comparsa e l’influenza della Chiesa cattolica che ha portato una visione dualistica dell’essere umano, non più inteso come un insieme di sistemi sinergici, ma dove anima e corpo diventano invece elementi separati l’uno dall’altro. Quest’idea ha dato origine a una visione meccanicistica che ha portato a considerare il corpo come se fosse una macchina che la scienza aveva il compito di studiare, scomponendolo e analizzandolo secondo modelli matematici.

Oggi però la ricerca medico-scientifica occidentale ci sta riportando ad una visione olistica dell’essere umano, comprendendo com’è riduzionista separare i sistemi dell’organismo.

La nuove scoperte ci dicono infatti che i sistemi psichici e biologici si condizionano reciprocamente. I sistemi di regolazione del nostro organismo, il nervoso, l’endocrino, l’immunitario e la psiche, lavorano ognuno in maniera autonoma e allo stesso tempo in una integrazione reciproca al fine di garantire l’unità dell’organismo e quindi la sua stessa esistenza.

Siamo giunti dunque ad una nuova fase dove più che mai è richiesta un’integrazione, per raggiungere e poter mantenere uno stato di salute a 360°, nel corpo e nella mente. Integrazione fra i sistemi del corpo, tra la visione d’insieme e la specializzazione, tra oriente ed occidente.

Perché, come definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1948, “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità.”

 

Michela Aldeghi – ideatrice di vivoYOGA e E.Motion Artist, artista delle emozioni e dell’energia in movimento.
Studentessa e insegnante di yoga e meditazione, curiosa esploratrice e instancabile viaggiatrice.

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