Inutile che io vi spieghi il momento storico che stiamo attraversando: lo stiamo vivendo sulla nostra pelle e non è necessario aggiungere parole. Una cosa è certa, in molti siamo accomunati dallo stesso sentimento di paura che accompagna le nostre giornate, fortunatamente non tutto il tempo, ma ogni tanto può far capolino. Ognuno può avere una paura differente: di ammalarsi, di vedere un proprio caro ammalarsi, di dover aspettare troppo tempo prima di poter abbracciare una persona amata, di non poter abbracciare per l’ultima volta qualcuno che se ne sta andando, di non aver detto o fatto abbastanza, di aver sbagliato qualcosa, di non comprendere fino in fondo…. le paure arrivano dal profondo, riemergono dal passato ed è spesso difficile controllarle, benché siano più che legittime.

 

Non è un problema avere paura, anzi. La paura è un’emozione vitale, che ci aiuta a sopravvivere e a dare la giusta importanza agli avvenimenti. Quando, però, la paura ci sovrasta rischiamo di rimanere bloccati, intrappolati, incapaci di muoverci ed evolvere. Questa emozione è strettamente legata al primo chakra, nel quale risiede il diritto primordiale di sopravvivere. Quando il primo chakra è in disequilibrio e la paura sovrasta nella nostra vita potremo osservare diversi segnali, come ad esempio:

  • Dolori ossei, problemi ai denti, fastidio alle ginocchia etc;
  • Rigidità nella zona bassa del corpo, bacino, lombari;
  • Eccessiva preoccupazione economica che ci accompagna come primo pensiero al mattino;
  • Debolezza immotivata e perenne;
  • Incapacità di manifestare la propria personalità, i sentimenti e i pensieri;
  • Un forte abbassamento dell’autostima e dell’amor proprio;
  • Difficoltà ad alimentarsi correttamente.

La quotidianità è caratterizzata da un senso di incertezza col quale dobbiamo fare i conti ed imparare a restare radicati e saldi nonostante non ci è dato sapere quali saranno i volti, i numeri e le difficoltà del domani. 

 

Il primo consiglio è quello di restare attaccati al presente, ai bisogni primari nostri e delle persone amate: ascoltiamo le esigenze nostre ed altrui, cercando di soddisfarle nei limiti del possibile. Non possiamo uscire, ma prendiamoci cura di piante, fiori ed alberi. Se in casa non abbiamo nulla possiamo provare a piantare i semini della frutta che mangiamo e prenderci cura di loro giorno dopo giorno! Muoviamoci e proviamo ad incrementare gli esercizi che fortificano gambe e glutei. Inoltre, magari alla sera, prima di andare a nanna massaggiamo il nostre addome, l’inguine, perineo e glutei. 

 

Oltre a tutto ciò, come ben già sapete, anche i cristalli possono aiutarci. Il primo che può venirci in soccorso è il signore dei cristalli: il Diamante! 

Il Diamante

Il nome Diamante deriva dal greco “adamas”, invincibile. In parecchie culture antiche questo cristallo era associato all’immagine di Venere, colei che incarna rettitudine e virtù, allontanando gli influssi demoniaci. Nel Medioevo rappresentava forza, coraggio e invulnerabilità. Addirittura si credeva potesse avvisare chi lo indossasse dei pericoli che incombevano su di lui. 

 

Il Diamante è uno dei cristalli più puri e resistenti e ciò rispecchia le sue potenti abilità curative: aiuta a sviluppare una chiara visione della propria situazione esistenziale, preparando l’individuo che lo indossa ad affrontare le prove della vita. In particolare aiuta a superare la paura, la depressione ed il senso di vuoto, insegnando a dominare le crisi, idee e stati d’animo. Insomma, proprio quello che ci serve per assumere una visione cristallina della vita in questo momento e reagire oculatamente alle immense difficoltà che si presentano di fronte a noi! Possiamo indossarlo, anche come gioiello, ancor meglio se a contatto con la pelle. Se abbiamo la fortuna di avere un diamantino non incastonato possiamo deporlo al centro della nostra fronte durante brevi meditazioni.

La Rodonite

Se, invece, non abbiamo un diamante da poter indossare, anche la Rodonite, di cui abbiamo già parlato la volta scorsa, può venirci in soccorso. Essa, infatti, è considerata la pietra per eccellenza nelle situazioni di emergenza: ci aiuta a controllare le reazioni personali nelle situazioni di pericolo o crisi, a superare shock, paure, traumi e gli stati confusionali da essi generati. Possiamo tenerla a contatto con la pelle a lungo, magari come ciondolo al collo o nel reggiseno, lasciando che faccia effetto durante tutto l’arco della giornata.

L’Ossidiana

Infine, mi sento di consigliarvi anche l’Ossidiana: pietra antica e potente, conosciuta già dall’età della pietra, è da sempre associata a guerrieri e guarigioni spirituali. Anche l’Ossidiana è un potente aiutante per superare paura, shock e blocchi emotivi. E’ consigliabile utilizzarla durante le nostre meditazioni, tenendola in mano o appoggiata a terra vicino a noi. Quando avremo finito purifichiamola e cerchiamo non tenerla indosso tutto il tempo, perché rischierebbe di schermarci anche dalle energie positive che tanto necessitiamo in questo momento. Possiamo, però, appoggiarla in bella vista in casa, in quanto è in grado di purificare il nostro ambiente eliminando le energie negative, cosa non da poco!

 

Ultimo, ma non per importanza, ricordiamoci l’immensa importanza della condivisione: non siamo soli, mai. Prendiamo in mano il telefono e chiamiamo le persone che si stanno a cuore, non sono importanti le parole, ma è vitale far sapere che ci siamo, che pensiamo all’altro e, perchè no, che anche noi abbiamo paura. Insieme è più facile!

 

Silvia Lorenzini – detta Sisa. Laureata in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica, insegnante yoga e incurabile appassionata di tutto ciò che mi fa vibrare il corazón!
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Negli articoli dei mesi precedenti abbiamo iniziato a capire come le mestruazioni non siano un evento limitato ai giorni del sangue, ma un periodo ciclico che si ripete di mese in mese attraverso l’alternanza di quattro fasi, di cui due dove prevale un’energia di tipo yang e altre due dove questa si trasforma in energia yin. Abbiamo visto le due fasi yin, quella pre-mestruale e mestruale e stiamo iniziando ad osservare come l’alternanza di queste quattro fasi determini in noi cambiamenti a livello fisico, psico-emotivo e mentale.

Oggi scopriamo la fase pre-ovulatoria.

La fase pre-ovulatoria

Le mestruazioni sono finite, il sangue scompare piano piano. Torniamo nel mondo esterno, con i piedi per terra. È come se ci risvegliassimo da un lungo letargo, da un lungo sonno. La nostra testa ricomincia ad essere meno annebbiata, meno tra le nuvole, torna appunto nel mondo terreno. Quando penso alla fase pre-ovulatoria mi viene subito in mente la sinfonia della primavera di Vivaldi. La grandiosità con cui questo brano inizia mi ricorda lo sbocciare della natura e la sua massima bellezza. Così per noi è la fase pre-ovulatoria, un ritorno allo sbocciare, come l’inizio della primavera, dove tutta la natura torna a risplendere dopo il periodo invernale. Siamo rinate!

A livello ormonale, ricominciamo a secernere estrogeni su stimolazione della crescita dell’ovocita stimolato a sua volta dalla produzione ipotalamica di ormone follico-stimolante, colui che fa maturare il follicolo che contiene il nostro uovo. Gli estrogeni fisicamente inducono un ammorbidimento e un’apertura della regione cervicale che si traduce in un’apertura relazionale dopo la nostra fase di ritiro mestruale. La fase pre-ovulatoria, infatti, è anche chiamata fase di socializzazione poiché la nostra energia femminile è attiva, lucida e creativa, grazie anche alla quota di testosterone che va ad attivare la parte neo-corticale del nostro cervello.

Siamo come un fiume in piena. Niente sembra poterci fermare in questa fase. Abbiamo voglia di fare, di uscire, di ridere, di giocare, di flirtare. Quindi, assecondiamo la nostra necessità di comunicare e socializzare, così come quel desiderio di indipendenza e di dinamismo che percepiamo.

Siamo focalizzate su ciò che vogliamo fare e come un treno andiamo diritte per raggiungere l’obbiettivo. Per capire questo ci è utile richiamare a livello simbolico l’archetipo della Vergine. Vergine etimologicamente significa “che basta a se stessa“, una donna indipendente ed autosufficiente, la quale mira a sviluppare i propri interessi ed i propri talenti. Ed in effetti se ponete attenzione, in questa fase potremmo definirci anche un pò egoiste, incentrate sul nostro benessere e sul nostro volere. È normale, è un altro aspetto della nostra ciclicità, forse dovuto alla compresenza di ormoni yin come gli estrogeni ed ormoni yang come il testosterone. 

Se torniamo indietro con la memoria, due sono le dee vergini della nostra mitologia greco-romana che ci possono meglio aiutare a capire quali sono gli aspetti di noi che prevalgono in questa fase. La dea della caccia e della luna, Artemide, e la dea della città e dei mestieri, Atena. In entrambe, la caratteristica principale è propria quella di una “coscienza concentrata” [Le dee dentro la donna. JS Bolen], ossia quella capacità di dirigere l’attenzione su ciò che è l’interesse principale, di lasciarsi assorbire totalmente dal focus con la possibilità di escludere qualsiasi altro fattore esterno che non sia inerente a ciò su cui è stata posta l’attenzione. Per i sette/otto giorni della fase pre-ovulatoria, la nostra energia è questa: dritta e diretta su ciò che più ci interessa, con l’attenzione rivolta alla realizzazione.

Se ci pensiamo, in effetti, a livello biologico il nostro corpo è impegnato a fare una cosa: prepara di nuovo tutto l’organismo ad una possibile futura vita. Spiegandomi meglio, in questa fase l’obiettivo è uno, ossia far maturare il follicolo che espellerà l’ovulo, il quale potrà essere fecondato o no. C’è un focus creativo di base che si riflette nel nostro comportamento esterno.

A livello socio-culturale è una fase ampiamente accettata. Siamo attive, centrate (anche fin troppo), focalizzate, ma soprattutto produttive. È facile vivere questa fase. Come dico sempre, però, ogni fase ha la sua necessità di essere. Pensate se per tutto il mese fossimo in questo mood, arriveremmo ad un collasso di tutto il nostro organismo. Ecco perché per fortuna la natura ci ha regalato la possibilità di avere due fasi di compensazione e di ricarica.

Se siamo allineate con la luna, la nostra fase pre-ovulatoria cadrà con la fase di luna crescente, ossia il momento tra la luna nuova e la luna piena. Questa fase della luna è un tempo gioioso, giocoso, pieno di stimoli, iniziative e possibilità. È il tempo per dare il via a nuovi progetti che abbiamo in cantiere o per avviare progetti che avevamo “seminato” nei mesi precedenti o per progettarne di nuovi. In questa fase, si dà il via alla creatività.

Una boom esplosivo la fase pre-ovulatoria, che va dall’ultimo giorno del sangue circa, fino al dodicesimo giorno, quando ha inizio l’ovulazione. In questa fase, quindi, il consiglio è quello di fare e dare vita a tutto ciò che ci stimola e nutre.

Sperimentarci attraverso l’ascolto di ogni fase mestruale ci permette di conoscerci un po’ meglio come Donne e come Donna. Mi permette di capire ciò che desidero realizzare nella mia vita, ciò che voglio o meno nutrire e far nascere che sia una vita od un progetto personale. Ascoltarci ci permette di capire nel profondo il nostro nucleo femminile cosa vuole richiamare, dove vuole andare e di che cosa ha bisogno per essere alimentato e sostenuto.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

366 3402454
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Quando ho scelto di intraprendere il percorso di osteopatia finito il liceo ancora non sapevo cosa volesse significare utilizzare le proprie mani come strumento di cura. Ancora oggi quando mi approccio per la prima volta ad una persona ci sono sensazioni nuove che le mie mani non hanno mai conosciuto. Ogni volta è un’esperienza diversa ed unica.

L’entrare in contatto con il campo fisico di una persona è un’azione che ha una risonanza non solo nella persona che viene toccata, ma anche nel terapeuta che sta toccando. La particolarità del tocco sta proprio nella sua caratteristica di reciprocità e di bilateralità:

“Non puoi toccare senza essere toccato, non puoi essere toccato senza toccare”
La pnei e le discipline corporee: il tocco e l’interocezione di F. Cerritielli e G. D’Alessandro

La modalità con cui le mani dell’operatore entrano in contatto con il corpo fisico della persona va ad attivare vie neurologiche differenti, che a loro volta possono attivare schemi di risposta diversi. A seconda di come si tocca la risposta del sistema corpo-mente-spirito, quindi, cambia.

Cosa ci dice la scienza?

Ad oggi sappiamo che esistono due tipi di tocchi differenti: uno chiamato discriminativo ed uno chiamato affettivo.

Il primo viene distinto in quel tocco che regola l’organizzazione di un atto motorio come l’afferrare un oggetto o il camminare, il secondo, invece, come dice la parola è il tocco legato alla sfera psico-affettiva.

Il nostro corpo è così intelligente da aver costituito due binari nervosi diversi a seconda di come veniamo toccati. Un tocco più leggero, ad esempio, attiverà il nostro sistema affettivo e riconosceremo quel tocco che evocherà tutta una serie di reazioni psico-emotive a seconda della nostra storia personale immagazzinata e registrata nel corpo. Un tocco più deciso e forte eliciterà il nostro sistema discriminativo, disattivando, in parte, quelle vie nervose legate alle nostre emozioni. È chiaro che questa distinzione non è così netta, in quanto i due sistemi neurologici rimangono in continua comunicazione ed integrati fra loro.

Il tocco affettivo è quel tocco che viene sviluppato dal concepimento ai primi anni di vita e che fa da base alla relazione madre-figlia/o. Si è visto, infatti, come il contatto materno provochi degli effetti sulla gestione e sulla risposta allo stress da parte del neonato e come un’assenza di questo contatto od una precoce separazione provochi un’alterazione di tutto questo asse, influenzando la nostra capacità di gestione dello stress anche nella vita adulta. Questo è solo uno degli aspetti che la scienza evidenzia riguardo la relazione di contatto madre-figlia/o. Centrale è il fatto che la relazione di contatto è la base per lo sviluppo del nostro equilibrio fisico, affettivo e psichico.

“Si può considerare il contatto affettivo come lo stimolo per il sistema nervoso-vegetativo e quello neuro-ormonale e quindi come necessario alla creazione di un repertorio senso-motorio omeostatico plastico che risponde adeguatamente agli stimoli ambientali: in una parola adattamento.”
La pnei e le discipline corporee: il tocco e l’interocezione. F. Cerritielli, G. D’Alessandro

Le nostre mani, quindi, sono i veicoli di una comunicazione non verbale, sottile ed emotiva. Pensate a quando siamo sconfortati ed un amico ci mette una mano sulla spalla e ci dà una “strizzatina”, in quel momento sentiamo un sostegno che arriva nel profondo, che appunto ci conforta; pensate a cosa si muove dentro quando la persona per cui iniziamo a provare un sentimento ci sfiora la pelle; pensate ancora a quella persona con cui non abbiamo nessun legame che ci tocca e dentro ci sentiamo come se avesse invaso i nostri confini.

Tutto questo viene portato in modo silenzioso dalle nostre mani e solo se sappiamo ascoltarci ed ascoltare possiamo connetterci davvero con ciò che evocano.

Nell’ambito terapeutico osteopatico una delle grosse differenze è quando l’operatore adopera un tocco consapevole oppure inconsapevole (di cui è stata vista la differente attivazione cerebrale di uno rispetto che dell’altro). Ciò significa che se io operatore nel momento in cui vado a contattare con le mie mani l’altra/o non sono connesso con il mio corpo e con il mio respiro, ma pensando ad esempio a cosa dovrò fare una volta finita la sessione, la mia efficacia terapeutica, la mia capacità di sostenere quel sistema sarà deficitaria per una mancanza di presenza corporea.

A volte le mani sanno dove andare e cosa fare senza che la mente ne conosca il motivo. Sono mosse dall’istinto e dal cuore ed è in quei momenti che la cura e la guarigione avvengono come per magia sia per la persona che sta ricevendo che per la persona che sta dando.

Il tocco affettivo terapautico, in realtà, non è solo quello che un osteopata, un massaggiatore ayurvedico o shiatsu o quello di altri terapisti che utilizzano il veicolo delle mani possono donare. Infatti, si è visto che già di per sé il tocco umano è in grado rassicurare il nostro sistema mente-corpo-spirito diminuendo il livello di ansia, dolore e preoccupazione.

Una delle cose meravigliose che possiamo fare per sperimentare il significato del tocco affettivo è quella di imparare ad auto-toccare il nostro corpo, a portare consapevolezza e gentilezza nelle nostre mani quando entriamo in relazione con noi stessi per sviluppare la nostra capacità di sentire, quella che la scienza chiama interocezione. La prima cosa da notare è anche quanto permettiamo a noi stessi di percepire con le mani il nostro corpo, quante volte tocchiamo il nostro viso, le nostre spalle, la nostra pancia con amore?

L’auto-palpazione ha anche la forte capacità di aiutarci ad auto-regolarci, ad esempio è un ottimo strumento per quando si scatena dentro di noi una sensazione di ansia o di paura. Il toccare il nostro corpo con presenza, forza, sostegno ed amore ci permette di abbassare i livelli di stress e di modulare il nostro sistema nervoso.

 

Provate a fare questo esperimento:

Sedetevi e trovare una posizione comoda. Iniziate a connettervi con il vostro respiro che sorge spontaneo nell’addome. Dopo circa una decina di respiri portare le vostre braccia attorno al vostro torace, come se voleste auto-abbracciarvi e state lì sempre in connessione con il respiro profondo e lento. Rimanete in questa posizione ed osservate cosa si manifesta dentro di voi. Qualunque sia l’emozione o la sensazione che si presenta rimanete in questo lungo contatto con voi stessi ad osservare cosa questo fa emergere. Osservate se vi sentite a vostro agio oppure se offrite delle resistenze a voi stessi irrigidendo il resto del corpo oppure se è proprio ciò di cui avevate bisogno. Non c’è una risposta corporea corretta o sbagliata, c’è solo quello che questo gesto di affetto nei vostri confronti fa emergere in voi. Rimanete con quello c’è. Poi quando ve la sentite, in modo lento, sciogliete l’abbraccio e con calma risollevate la testa. Rimanete ancora un attimo con gli occhi chiusi, fate tre bei respiro, espirando completamente dalla bocca e riaprite gli occhi.


In una società in cui il sentire è stato messo da parte per privilegiare un approccio mentale è necessario recuperare questa capacità di ascolto di noi stessi e dell’altro, in quanto l’ascoltare il nostro corpo ci permette di ascoltare meglio anche l’altro ed entrare in una relazione autentica. Le mani per noi tutti, quindi, possono essere uno strumento di guarigione e di riconnessione con noi stessi dandoci la capacità di percepire zone corporee che avevamo dimenticato o che non abbiamo mai conosciuto, permettendoci di stare presenti a noi stessi e alla nostra vita.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Quando subiamo un grande dolore generalmente è perché abbiamo perso qualcosa: la fiducia in una persona a noi cara, una certezza che era alla base delle nostre credenze quotidiane, un legame affettivo od un’amicizia, una persona vicina che è uscita dalla nostra vita, un animale domestico e qualsiasi cosa o legame che rappresentava per noi un mattoncino fondamentale nella nostra esistenza. 

Un grande dolore corrisponde ad un lutto da elaborare: qualcosa è stato perso, o si è allontanato, e noi dobbiamo ricominciare senza quel pezzo che fino ad oggi ci caratterizzava: è importante recuperare quella parte di noi che era strettamente connessa a ciò che abbiamo perso, in quanto possiamo tollerare la perdita di un oggetto d’amore, ma non possiamo perdere dei pezzi vitali di noi stessi.

Come farlo?
Cercando di non identificarsi con l’oggetto perduto, bensì lavorare quanto più possibile sul riconoscere la propria identità, autonoma e funzionante.

Prima o poi ognuno di noi è invitato a farci i conti, all’inizio ci sentiamo persi e ci sembra impossibile continuare e trovare le forze, tornare ad amare o avere fiducia. Importante è non negare l’emozione, ma restarci in contatto, percepirla e lasciare che si esprima, coi suoi tempi e le sue modalità, diverse per ognuno di noi.

Ritengo importante sfatare il mito per il quale ci siano delle tappe fondamentali e imprescindibili per affrontare il dolore, ma al contrario credo non vi sia nulla standardizzabile: la cosa più importante nei momenti di grande sofferenza è non lasciarci influenzare da quello che “dovremmo sentire” o “dovremmo fare”, bensì ascoltarci e fare quello che sentiamo possa farci star bene, anche se è diverso da quello che ha fatto la nostra cara amica “che ci è già passata e ci assicura che ci farà star meglio”, “fidati di me!”.. Piuttosto fidiamoci di noi stessi! Questo non vuol dire isolarci, perché spesso il supporto e la vicinanza delle persone care è di grande aiuto nei momenti di transizione e rinascita.

Anche i nostri amici cristalli possono venirci in aiuto con le loro energie sanatorie e riequilibranti. Il consiglio è quello di indossare e portare la pietra con noi durante le varie fasi di guarigione. I tempi variano e, se riusciremo a stare in ascolto, ci verrà facile comprendere quando siamo pronti per lo step successivo. 

Photo credit: géry60 on Visual hunt / CC BY-ND

A livello temporale, dopo una grave perdita, la RODONITE è il primo cristallo che ci può essere d’aiuto. Anche conosciuto come “cristallo rescue”, “pietra del pronto soccorso” o “pietra della riappacificazione”: in caso di traumi o shock aiuta a superare lo stato confusionale e donare sostegno morale. Inoltre la Rodonite ci aiuta a superare le ferite, donandoci la forza per andare oltre i torti subiti, liberando l’animo da rabbia e dolore. Non da meno, questo cristallo ci sostiene nel mantenere il controllo nelle situazioni di pericolo o crisi, mostrandoci come la vendetta non sia la soluzione a prevaricazioni o aggressioni.  

Quando sentiremo di aver superato la frustrazione, la forte rabbia, la delusione, riuscendo ad osservare la situazione di perdita realmente per quello che è stato, il suggerimento è quello di passare alla MALACHITE. Essa ci porta in contatto con le nostre reali emozioni, rimuovendo le inibizioni e favorendo l’espressione delle proprie emozioni. Questa pietra ci induce la capacità di osservare più attentamente, anche mettendoci nei panni degli altri per meglio comprenderne pensieri e sentimenti.  Inoltre, cosa non da poco, stimola il gusto per l’estetica e la ricerca del bello. E’ buona alleata anche per lo spirito dell’amicizia e della giustizia, ottimi compagni nel processo di guarigione.

A  questo punto, quando iniziamo nuovamente ad accorgerci che il mondo intorno a noi è bello, che ci sono persone meritevoli del nostro affetto e cause per cui vale la pena continuare a vivere ed investire energie, è il momento per indossare la RODOCROSITE: con lei l’ottimismo entrerà nella nostra vita dalla porta principale, portando con sé amore incondizionato per ogni cosa. E’ bene ricordare che prima di poter amare qualcun altro il primo passo sarebbe amare la vita, i piccoli doni della quotidianità, ma soprattutto amare noi stessi. Per questo la rodocrosite è un buon aiutante, perchè ci induce quelle energie per godere appieno della vita rendendoci attivi, spontanei e dinamici. Rasserena l’animo, rende fluida l’espressione dei propri sentimenti, stimola nuove idee e facilita il lavoro.

Il processo di rinascita è al pieno, siamo persone nuove che abbiamo avuto il coraggio di affrontare il dolore, sanarlo per poi volgere nuovamente lo sguardo a ciò che c’è di bello nella vita. 

Ed è a questo punto che, se lo si desidera, ci si può affacciare ad un nuovo amore, completo, con il valido supporto del QUARZO ROSA. Da secoli considerato la pietra della fertilità, esso è in assoluto la pietra che rafforza la capacità di amare, se stessi e gli altri. Dona elasticità mentale, generosità, apertura, positività e capacità di identificarsi con gli altri: tutte caratteristiche fondamentali per poter stare in sintonia con chi ci circonda.

Importantissimo, lasciare da parte il giudizio e se sentite che il dolore è troppo forte ricordatevi le parole di una mia carissima amica psichiatra che ci tiene a dirvi “di ricordarsi che non siamo soli e che in alcuni momenti occorre chiedere aiuto, occorre farsi accompagnare per un piccolo pezzo di strada per poi poter tornare a camminare da soli. Piangere, soffrire, provare rabbia, non sentire più nulla, non sono sinonimi di follia. Ricordiamoci che siamo una rete, un sistema che può funzionare solo se ci tendiamo la mano. Non sempre si può superare tutto da soli. Rivolgersi ad un professionista della salute mentale con cui parlare e trovare insieme la soluzione per uscire dal buio è una possibilità da considerare nei momenti in cui la vita sembra aver perso i suoi colori.”

Non abbiate fretta, donatevi tutto il tempo necessario e godetevi la vostra guarigione, ve lo meritate fino nel profondo! 

 

Silvia Lorenzini – detta Sisa. Laureata in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica, insegnante yoga e incurabile appassionata di tutto ciò che mi fa vibrare il corazón!
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Sangue, fluisci dal mio ventre.

Sangue di vita, Sangue di morte, Sangue Sagrado.

Sangue di memorie, Sangue di dolore, Sangue di passione.

Insegnami ad onorare il ritmo della vita.

Con te, restituisco alla terra, una parte di me.

 

Come per la maggior parte di noi donne, il mio primo contatto con il sangue mestruale è avvenuto con la scoperta del sangue di mia madre. Mi ricordo che già da piccola identificavo i giorni del sangue come giorni particolari del mese, quelli in cui accadeva qualcosa. Un po’ per quelle storpiature di nomi che si è solite fare da bambine, ma forse anche perché già insita in me una consapevolezza antica, inconscia e collettiva l’ho sempre chiamato il signor Maestro.

Ed è proprio così, il nostro sangue mestruale è un maestro di salute corporea perché ci insegna qual è il nostro colore interno che abbiamo vissuto in quel mese o che stiamo vivendo nell’anno. La sua tonalità di rosso, la sua quantità, la sua densità e la sua durata sono per noi i segnali che ci fanno capire come sta la nostra pancia, il nostro cuore, la nostra testa ed il nostro spirito.

Nella mia pratica lavorativa mi è capitato di confrontarmi con molte donne, che alla parola sangue mestruale inorridivano o non volevano affrontare l’argomento, come se fosse un qualcosa di cui vergognarsi, un qualcosa di cui liberarsi in fretta perché sporco e schifoso. Il fatto di avere ribrezzo per il proprio sangue mestruale non fa parte della nostra natura femminile, ma nasce da quei condizionamenti maturati con l’instaurarsi, circa 6000 mila anni fa, di modelli socio-politici moderni: i patriarcati. Non a caso in parallelo a questo anche l’interpretazione della spiritualità, mutata in religione monoteista, predicava una visione della donna come essere inferiore ed impuro. Ad esempio nell’ebraismo, c’è il divieto di contatto tra uomo e donna quando questa ha le mestruazioni oppure per il cristianesimo il sangue delle perpuere è ritenuto più nocivo, tanto che queste neo madri necessitano di una pratica di riconciliazione e purificazione per la ri-ammissione ai luoghi di culto. Riferimenti di questo tipo li troviamo anche nella religione dell’Islam.

Tutto questo, però, è in contrasto con ciò che c’era in precedenza. Noi, uomini e donne, non discendiamo da questa visione distorta della natura femminile.

Durante l’era matriarcale, a cui dedicheremo degli articoli a parte per capire la loro organizzazione, la fase mestruale della donna era vissuta come un altissimo momento di sacralità e di potere. È vero le donne si isolavano, si ritiravano in luoghi in cui gli uomini non erano ammessi, non per i motivi denigratori, ma perché era un momento così intimo da poter essere condiviso solo con altre donne. Donne di tutte le età si trovavano a mestruare insieme nelle cosiddette tende rosse e condividevano sensazioni ed emozioni in un’ottica di crescita femminile comune. Capitava che tutte le donne della comunità mestruassero nello stesso momento e contemporaneamente alla fase di luna nuova (non vi è mai capitato di allinearvi con il ciclo di un’amica o di una sorella?). La magia di questi momenti consisteva nel fatto che le donne più anziane potevano trasmette alle più giovani il loro cammino di vita, la loro esperienza e le più giovani potevano trovare uno spazio sacro in cui condividere i dubbi o i timori per la loro nuova avventura di donne adulte.

Il menarca era considerato come l’iniziazione della donna, l’ingresso nel suo potere femminile. Anche gli uomini avevano dei riti di passaggio  per celebrare la fine dell’età puberale e l’inizio dell’età adulta. E sapete come creavano questi riti? L’elemento principale che veniva utilizzato era proprio il sangue attraverso il sacrificio. Non c’è forse un parallelismo in questo? Con la differenza che per noi questo rito fa parte della nostra natura. Nella società matriarcale dei Cuna, un popolo dell’America Centrale, il menarca non solo segnava questa acquisizione di consapevolezza femminile, ma “l’iniziata”, ossia la ragazza che mestruava per la prima volta, era considerata la personificazione e la reincarnazione di una delle sue antenate del clan. Da qui la tradizione di onorare la fertilità delle donne non solo per la capacità di dare alla luce, ma anche per la capacità di rinascita, onorando il potere alchemico femminile di trasformare la morte in vita.

Altra cosa affascinante: in queste strutture sociali matriarcali il sangue mestruale non veniva gettato. Oggi abbiamo un’idea distorta del nostro sangue a causa dell’uso degli assorbenti interni ed esterni che trasformano anche l’odore stesso in un qualcosa di davvero orripilante. Per chi, invece, ha già optato per un metodo di raccoglimento del sangue, quale ad esempio la coppetta mestruale (che oltre a farci rendere conto che non c’è nulla di schifoso è anche un metodo ecologico) può scoprire da sola che il sangue mestruale non puzza. E non c’è niente di schifoso nel guardarlo, odorarlo o toccarlo. È sangue. Come se ci tagliassimo un dito. Cambia la zona da cui esce, la nostra amata vagina, un luogo che ancora oggi rimane tabù. Ancora abbiamo vergogna a nominare la parola mestruazione in presenza di altre persone.

Ritornando al sangue che non veniva gettato… e allora cosa ne facevano? Il sangue, oltre ad essere maestro è anche magico. Veniva riutilizzato come offerta per i rituali di ringraziamento dedicati alla Madre Terra, come tintura per dipingere, decorare utensili conferendo e celebrando quotidianamente sacralità alla vita. A scuola ci hanno insegnato che nell’arte rupestre erano riportate scene di caccia… Sapete, invece, quante scene sono state riconsiderate e si è visto che altro non sono che scene di guarigione femminile o scene di parto? Addirittura troviamo raffigurazioni di figure femminili che mestruano o ancora ritroviamo proprio il sangue come colore principale per queste incisioni rupestri.

Ed oggi, sulla magia del nostro sangue mestruale abbiamo delle conferme di questo sapere antico intuitivo dalla ricerca scientifica, visto che noi occidentali senza certezze matematiche non sappiamo vivere. Il nostro sangue mestruale contiene delle proteine uniche e da lui si può attingere per estrarre le tanto preziose cellule staminali. Quindi, ecco la sua magia e il potere che noi donne portiamo. Il nostro sangue è un sangue di procreazione, contiene in sé una sua vitalità che può essere riutilizzata. Potrebbe essere questo il motivo che spiega il perché le nostre antenate lo utilizzassero anche negli impasti del pane. Che lo sapessero già?

Ricollegarmi alla storia antica delle nostre ancestrali ha creato in me delle consapevolezze, dei gesti spontanei che nessuno mi ha insegnato, ma che erano lì, che attendevano solo di essere risvegliati. Il donare il sangue ogni mese mi è venuto spontaneo, l’osservarlo, gioire del suo colore rosso sono tutte cose che sono maturate dopo essermi riconnessa con la storia femminile dalla quale deriviamo.

Il sogno, che si apre dal mio cuore, è che sempre più questa magia venga risvegliata in altri cuori, che tutte noi possiamo riconnetterci a questa natura intuitiva che sta lì in attesa di essere accolta e sentire quanto farlo sia necessario in questo momento per la nostra guarigione personale, per la guarigione del rapporto che abbiamo con il maschile e per permettere di accogliere nuove vite che non debbano essere anche loro vittime di queste memorie di dolore che si perpetuano e si protraggono di generazione in generazione. Partiamo dalla cura e dall’accoglienza dalle memorie del nostro ventre, del nostro utero e del nostro sangue e sanare, pulire, purificare per poi espanderci con amore nel cuore.

 

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Avete mai pensato di inserire i cristalli nella vostra meditazione?

Ormai abbiamo compreso come i cristalli possano essere dei veri e propri aiutanti nel nostro processo di crescita e guarigione, allora perché non inserirle anche nel cammino meditativo?

Scopriamo insieme come!

Possiamo avvalerci dei cristalli durante la meditazione con differenti obiettivi:

  1. entrare in profonda sintonia con la pietra, scoprire quali effetti provoca sulla nostra mente e sul nostro corpo, imparare a fermare la razionalità per aprire le nostre percezioni;
  2. lasciare che la pietra ci aiuti durante una meditazione mirata sui vari chakra.
  3. ricercare uno stato di benessere profondo attraverso il cerchio dei cristalli.

Entrare il relazione con le nostre pietre attraverso la meditazione

Possiamo andare nel nostro negozio di fiducia ed acquistare liberamente una pietra, quella che il nostro istinto sente di aver voglia di portare con sè. 

Una volta a casa, ricordatevi sempre di purificare i vostri cristalli, liberandoli dalle vecchie energie accumulate. Quando la nostra pietra sarà pulita e limpida potremo approcciarci alla pratica della meditazione. 

Fondamentale ritagliarci del tempo solo per noi, liberi da distrazioni e fastidi, teniamo lontano il cellulare e, se possibile, ogni fonte elettromagnetica. Troviamo un angolo di mondo in cui ci sentiamo comodi, al sicuro, sereni. Prendiamo tutto ciò che ci aiuta per creare l’atmosfera serena e quanto più comoda possibile. Troviamo una posizione seduta confortevole e appoggiamo la pietra sul palmo della mano destra, chiudiamo gli occhi e accogliamo senza giudizio ogni sensazione, fisica o mentale che sia. Ripetiamo con la pietra appoggiata sul palmo della mano sinistra.

Può esserci d’aiuto annotare a posteriori tutto ciò che abbiamo percepito, creando un vero e proprio manuale personale dei nostri cristalli preferiti! 

Possiamo dedicare qualche giorno ad ogni pietra, per poi cambiare e ritornare alla pietra con cui abbiamo iniziato il lavoro a distanza di tempo. Scopriremo quanto lavorare su noi stessi crei dei cambiamenti profondi che i cristalli sono in grado di farci osservare. 

Se abbiamo un amico o qualcuno di fidato, può essere interessantissimo fare lo stesso lavoro per poi confrontarsi e scoprire quali effetti sono comuni e quali ci caratterizzano personalmente.

Meditazione sui chakra

Come ben già sappiamo, ogni cristallo emana le sue vibrazioni; i chakra sono centri energetici del nostro corpo, sette dei quali sono i principali e li troviamo posizionati lungo la nostra colonna vertebrale, dalla sua base, tra coccige ed ano, fino all’apice della testa. Viene spontaneo immaginare come posizionando un cristallo in prossimità di un chakra, essi vadano a scambiarsi energie vibratorie. 

Per questo, per ogni chakra avremo dei cristalli più indicati di altri per poter andare ad equilibrare l’energia del chakra, la quale può essere carente, in eccesso, oppure bloccata. E’ bene ricordare che la situazione dei nostri chakra non è fissa, bensì mutevole, sia durante le ore della giornata, sia nei vari periodi della nostra vita: specifici

 eventi o situazioni possono influenzare l’energia del singolo chakra. 

Vi è una regola base, facile da ricordare, per poter aiutare i nostri chakra ad armonizzarsi con l’aiuto dei cristalli: mai posizionare pietre nere, rosse, arancioni e grigie dal cuore in sù. Altra scorciatoia facile, se sappiamo i colori dei chakra sarà facile abbinare le pietre delle stesso colore.

Ricordando che non tutte le pietre hanno lo stesso effetto in ognuno di noi, quindi è sempre bene restare in ascolto e cambiare pietra se questa ci genera del fastidio, qui di seguito vi riporto generalmente quali pietre sono in sintonia con gli specifici chakra.

  1. Muladhara: diaspro, tormalina, ematite, rubino, granato rosso, legno silicizzato, agata;
  2. Svadhisthana: opale di fuoco, crisocolla, corniola, granato;
  3. Manipura: quarzo citrino, rodonite, occhio di tigre, topazio imperiale;
  4. Anahata: tormalina bicolore, quarzo rosa, quarzo avventurina, smeraldo, unakite, amazzonite, malachite;
  5. Vishuddha: calcedonio, crisocolla, azzurrite, acquamarina, topazio blu, sodalite;
  6. Ajna: tormalina viola, lapislazzuli, ametista, corindone viola;
  7. Sahasrara: selenite, quarzo ialino, pietra di luna, labradorite, diamante.

Per effettuare questa meditazione il consiglio è di sdraiarsi e posizionare la pietra a ridosso del chakra. Per un lavoro più completo sarebbe bene lavorare su tutti i chakra, partendo dal basso e risalendo fino al settimo, magari dedicando qualche giorno per ognuno di loro. Per un’armonizzazione completa si possono posizionare insieme tutte le pietre lungo i nostri chakra. 

In entrambi i casi il consiglio è quello di rimanere almeno 30 minuti in contemplazione, durante i quali possiamo associare visualizzazioni relative il singola chakra sul quale stiamo lavorando energeticamente.

Il cerchio delle pietre

Un altro tipo di meditazione potente che possiamo fare con l’utilizzo dei cristalli è il cerchio delle pietre.  L’obiettivo è quello di ritrovare uno stato di benessere profondo, rigenerando e pulendo le nostre energie lasciandoci aiutare dalle vibrazioni sanatrici dei cristalli.

Questa volta ci conviene trovare uno spazio ampio, di nuovo sereno e libero da ogni influsso per noi negativo o disturbante.

Stendiamo a terra un telo, una coperta od un tappeto sul quale ci stiamo completamente sdraiati e iniziamo a disporre le nostre pietre a cerchio, partendo dai quattro punti cardinali:

  • NORD: luogo di conoscenza e saggezza, vi posizioniamo una pietra bianca;
  • SUD: luogo del passato e dell’innocenza, vi poniamo una pietra rossa;
  • EST: luogo della lungimiranza e della chiarezza, vi posizioniamo una pietra gialla;
  • OVEST: luogo dell’introspezione, vi poniamo una pietra nera;
  • CENTRO: luogo della quiete, con una pietra verde.

Durante la prima parte della meditazione, quella più attiva ed intenzionale, il consiglio è quello di stare seduti, con le spalle rivolte verso il punto cardinale sul quale ci accingiamo a meditare. 

Partendo il viaggio meditativo possiamo portare le nostre attenzioni verso la pietra posizionata al SUD, lasciando ci guidi nella scoperta di tutti quegli aspetti del passato che ci ancorano a vecchie credenze, per poi lasciarli andare, liberandoci da attaccamenti e dipendenze che non giovano al nostro presente.

Più leggeri, portiamo la nostra attenzione verso OVEST, ove la pietre nera ci indicherà la via verso il cambiamento, verso nuovi inizi. Ogni trasformazione rappresenta una morte ed una nuova rinascita, superando la paura della morte poco a poco si apre dinnanzi a noi la strada verso il nostro reale Sè.

Ad EST risiede il nostro spirito. Portando la nostra attenzione alla nostra pietra gialla ci apriamo a ricevere nuove rivelazioni, vedendo la vita in una prospettiva più ampia attraverso amore e fiducia.

Passando a NORD entriamo in contatto con la saggezza e la conoscenza, qui possiamo lasciare che la pietra cristallina ci sia d’alleata per confluire tutte le energie verso quel nuovo Sè che abbiano iniziato ad intravedere e desideriamo poco a poco si formi. 

Infine, ci fermiamo al CENTRO, ove la meditazione si sposta verso le azioni e la concretizzazione di tutto ciò che è giunto a noi durante la pratica meditativa. Immagini, sensazioni e percezioni si sedimentano e si dimensionano, mostrandoci il sentiero da percorrere nella vita reale.

Il consiglio, qui, è di prendere ancora qualche istante. Sdraiarsi al centro delle pietre e passare alla parte meditativa passiva, ove lasciamo che tutto ciò che è emerso nella prima parte della meditazione possa sedimentare in noi fino nel profondo del nostro inconscio. 

 

Silvia Lorenzini – detta Sisa. Laureata in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica, insegnante yoga e incurabile appassionata di tutto ciò che mi fa vibrare il corazón!
Vuoi chiedermi qualcosa, collaborare con me o acquistare le mie creazioni? Ecco come metterti in contatto con me:

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Dalla fine degli undici giorni della fase pre-mestruale, in cui l’energia fisica e mentale ha iniziato a dirigersi verso l’interno suggerendoci di rallentare il ritmo quotidiano, il ventottesimo giorno il nostro utero inizia a lasciare andare delle parti di lui con l’arrivo delle mestruazioni.

L’endometrio, lo strato più interno della parete uterina si sfalda, ossia pezzettini di questo tessuto si staccano e noi iniziamo a sanguinare. Il primo giorno di mestruazione segna sia la fine che l’inizio di un nuovo ciclo ovarico.

Le mestruazioni, insieme alla gravidanza e al parto, rappresentano i tre eventi più magici e più misteriosi della natura della donna. Perché?

Parlando delle mestruazioni, la cosa più formidabile è che noi siamo in grado di sanguinare senza morire e soprattutto il nostro corpo è in grado di auto-guarirsi dopo questa ‘’emorragia’’. Sì, perché le mestruazioni hanno tantissimi fenomeni cellulari in comune con lo stato infiammatorio acuto che caratterizza le patologie, ma a differenza di questo il finire della nostra ‘’infiammazione’’ non comporta il deposito di tessuto cicatriziale, evento tipico che si verifica con il protrarsi dell’infiammazione patologica (le classiche aderenze). Se questo dovesse avvenire, infatti, il nostro utero non avrebbe più la capacità di movimento, che gli consente di svolgere la sue funzioni di base ad esempio come quella di contrarsi quando inizia il parto.

Avete capito bene Donne? Noi tutti i mesi per circa 35 anni della nostra vita sperimentiamo una sorta di infiammazione che siamo in grado di sostenere da sole. Il nostro corpo femminile ha questo immenso ed infinito potere.

Essendo, la mestruazione, un momento in cui viene interpellato anche il nostro sistema immunitario, perché lo mucosa uterina ha bisogno di essere riparata in modo fisiologico dopo la sua disgregazione, la fase mestruale è per noi la fase più delicata di tutto il mese.

Se osserviamo la natura, dopo il periodo estivo di massimo splendore ed espansione, segue l’autunno, la nostra fase premestruale, in cui inizia il ritiro e l’inverno, dove la terra, apparentemente morta e spenta, in realtà si riposa per prepararsi ad un successivo ciclo di vita. Così accade per noi durante la mestruazione. È il momento in cui lasciamo andare il vecchio, l’endometrio che si stacca con il sangue, per fare spazio al nuovo. Questo sia a livello emotivo-corporeo che energetico. Rappresenta la fine, la morte, ma al tempo stesso la nostra rinascita, ed è per questo che appena inizia a concludersi il sanguinamento ci sentiamo come rigenerate.

Questo avviene, però, solo se siamo in grado di rispettare questo ritmo biologico sacro ed inarrestabile. Durante i giorni del sangue, il mantra che deve risuonare nella testa è riposo assoluto, soprattutto nei primi due giorni. C’è bisogno di stare, mestruare e godersi questo momento di recupero. Se nei giorni precedenti non vi siete fermate un attimo, qui l’imposizione è assoluta.

Se già prestate attenzione ai segnali del vostro ciclo mestruale, questo messaggio di ‘’rest’’ riuscite già a percepirlo. Nonostante il nostro corpo ci parli in modo chiaro, a volte resistiamo alla chiamata di bisogno che lui ci invia. Mi capita spesso, infatti, di parlare con donne che si rendono conto della loro necessità di fermarsi durante i loro giorni rossi, ma non sono in grado di farlo per delle resistenze mentali.

Accade, così, che le imposizioni e i condizionamenti mentali (quali ad esempio, che fermarsi sia sbagliato ed inutile) siano più forti dei bisogni corporei. È così che iniziano ad insorgere sintomi quali: mal di testa, mal di schiena, mal di pancia fino ad arrivare a vertigini o vomito nei giorni precedenti o proprio nei giorni mestruali, segnali di aiuto che il nostro corpo ci invia per farci capire che stiamo abusando delle nostre risorse interne. Quando queste donne iniziano ad assecondare le esigenze del corpo, i sintomi iniziano a regredire.

Se riusciamo a ritagliarci questo spazio di ritiro fisico, possiamo connetterci con il nostro spazio di ritiro interiore, che ci parlerà di cosa del mese o degli anni precedenti con questa mestruazione stiamo lasciando andare e che cosa ci prepariamo ad accogliere. È la fase in cui tutte le idee, le valutazioni, i pensieri, i sogni che abbiamo maturato nelle fasi precedenti arrivano al punto finale perché siamo in grado di sapere cosa abbandonare e cosa, invece, iniziare o continuare a coltivare con il nuovo ciclo. Ecco perché questa fase viene definita fase della Strega: la connessione con la nostra sorgente interiore è così forte e profonda, siamo così dentro noi stesse, che siamo capaci di sapere qual è la nostra strada attraverso la nostra visione.

Il ciclo mestruale ci insegna a credere nel nostro potere ciclico creativo. Ci insegna a vivere nel presente facendoci vedere come tutto è in costante cambiamento, come tutto attraversa un ciclo di inizio, fine e di nuovo inizio, come la morte sia solo un’apparente fine e che per questo motivo possiamo abbandonare i nostri attaccamenti ed onorarla tanto quanto la vita.

Tutto questo è già dentro di noi, pronto per essere appreso in ogni momento. Non dobbiamo leggere, non dobbiamo studiare, dobbiamo solo ascoltare, conoscere e dialogare con il nostro corpo e da lui apprendere queste lezioni.

Quindi, se durante le mestruazioni sentite il bisogno di stare da sole, di diminuire gli impegni presi, di stare in casa e rilassarvi con una tisana e una coperta o avete bisogno di dormire di più, ma la vostra testa vi dice che dovete fare questo, quello e quell’altro, che avete preso un impegno per una cena con gli amici e non potete rimandare, che dovete sistemare casa perché è un disastro, FERMATELA e ditele: Grazie per i tuoi consigli, però in questo momento ciò che sento nel corpo è più importante” ed assecondate ciò che davvero sentite, senza sensi di colpa o rimproveri. Solo così possiamo imparare ad avere rispetto per noi stesse e cambiare il paradigma che anche durante le mestruazioni dobbiamo fare tutto come se nulla fosse o che le mestruazioni non servano a nulla. Imparerete piano piano a sfruttare questo potente momento meditativo a vostro favore quando per esempio dovrete prendere una decisione su cosa fare o no o per capire cosa volete cambiare nella vostra vita.

Ascoltate il vostro potere!

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Eccoci yogis,

il 2022 sta volgendo al termine e ci stiamo preparando invece ad accogliere qualcosa di nuovo. Diciamocelo, a un livello concreto non cambia nulla, al giorno 30 segue il 31 e al 31 l’1 di un altro mese.

Ma a un livello psicologico, la fine di un anno ci spinge a fare un pò “il punto della situazione”. Siamo un anno più maturi, tante cose sono accadute, tra il bene e il male, ogni anno porta con sé ricordi unici, episodi che fanno di noi ciò che siamo in questo momento.

Proprio per questa ragione, questo è un momento particolare, c’è una sorta di consapevolezza collettiva che spinge alla riflessione, e che dunque può aiutarci a rivolgere l’attenzione dentro di noi, per poter salutare ciò che è stato e fare così spazio al nuovo che sta arrivando.

A questo proposito vi voglio suggerire un piccolo rituale che io da anni faccio sempre il giorno 31 dicembre. L’ideale sarebbe trovare un momento per farlo la sera stessa prima di mezzanotte, ma se i festeggiamenti non lo permettono, va benissimo in qualunque momento della giornata (o anche qualche giorno prima!)

Qui di seguito trovi tutte le indicazioni.

Rituale di capodanno

Cosa ti occorre:
  • carta e penna
  • un accendino o una candela e uno spazio dove poter bruciare un foglio di carta
  • uno spazio di silenzio e che inviti all’introspezione. Puoi decorarlo come più ti fa sentire “a casa”, magari accendendo un incenso profumato o una candela, mettendo della musica o dei mantra. Se hai già uno spazio dove regolarmente pratichi meditazione o yoga asana, quello è perfetto!
Iniziamo!
Innanzitutto prepara lo spazio, avrai bisogno di calma, silenzio e tutto ciò che può aiutare ad entrare in contatto con te stesso. Metti della musica che ti ispira, accendi una candela e un incenso. Prepara poi carta e penna, spegni il telefono e siediti comodo.
 
Prenditi ora un momento per chiudere gli occhi, riportare attenzione al respiro, calmare la mente ed entrare in contatto invece con il tuo Cuore.

Per farlo, inizia a fare respirazioni prolungate, calme e profonde, riempiendo completamente i polmoni d’aria e lasciando andare espirando quanto più possibile lentamente. Conta 10 respirazioni così, percependo come ad ogni inspirazione ti riempi di freschezza, presenza e chiarezza mentale, e ad ogni espirazione il corpo si rilassa, la mente si calma e tu ti radichi sempre di più nel tuo corpo, nel tuo respiro e nell’ascolto di te stesso.

Da questo spazio di presenza e calma mentale, torna ora con la mente all’inizio dell’anno 2022 e ripercorri da gennaio fino ad oggi tutto ciò che è accaduto in questo lungo anno. Rivivi interiormente un mese alla volta, un episodio alla volta, ogni sguardo ed emozione! Soffermati in particolare sulle cose per cui ti senti grato. Ripensa ai sorrisi, le emozioni, i successi, le persone, il tuo corpo, le cose imparate e scoperte, i viaggi, gli animali.. qualunque cosa sia capitata per cui senti davvero dal cuore di poter RINGRAZIARE.

 
° Apri gli occhi e scrivi su un foglio tutte le ragioni per cui sei grato per questo ultimo anno della tua vita. Puoi utilizzare la scrittura, i colori, immagini. Utilizza il tuo canale preferito per rendere ricco di gratitudine questo foglio (o fogli!) °
 

Ritorna poi a chiudere gli occhi e da questo spazio di GRATITUDINE e ABBONDANZA che senti ora nel tuo cuore, immagina invece quali cose meravigliose potrebbe portare il nuovo anno – in ogni ambito della tua vita. Se avessi una bacchetta magica e potessi realizzare ogni tuo desiderio, come ti immagineresti che sarà il tuo 2023? Pensalo in ogni aspetto e divertiti ad immaginare i tuoi sogni che diventano realtà. Relazioni, Salute, Lavoro, Tempo Libero, Ambiente.. lasciati ispirare da quello che ti viene dal cuore. Con gli occhi chiusi lascia entrare dentro di te queste immagini, scatta una “fotografia” interiore e senti le emozioni che arrivano.

 

*** Questa fotografia interiore ti suggerisco poi di visualizzarla ogni sera prima di addormentarti almeno per tutto il mese di gennaio, lasciando che le emozioni entrino a far parte di te
 
° Apri poi gli occhi e scrivi tutto ciò che hai visto arrivare per il nuovo anno. Anche per questa visione, utilizza scrittura, colori ed immagini °
 

Torna poi a chiudere gli occhi – per un’ultima volta – e soffermati ora su tutto ciò che vorresti lasciare andare dell’anno passato – possono essere cose materiali ma molto più facilmente ci stiamo rivolgendo a quelle parti di noi interiori che vorremmo poter abbandonare, come ad esempio emozioni che stiamo vivendo e che ci stanno facendo soffrire. Molto facilmente, le cose che vorremmo lasciar andare sono le stesse che ci stanno impedendo in questo momento di raggiungere ciò che invece vorremmo portare nella nostra vita.

 

° Apri gli occhi e ancora una volta, scrivi su un foglio quello che è arrivato, dentro di te °

Questo ultimo foglio poi andrà bruciato, immaginando davvero che tutto ciò che voglio abbandonare diventi cenere che vada alla Terra – che trasformerà per noi le nostre ceneri in concime per qualcosa di nuovo e bello che ci sta aspettando.
Questo rituale puoi scegliere di farlo da solo oppure insieme alle persone che ami, anche condividendo di volta in volta con loro la tua esperienza interiore.
Se lo fai con le persone che ami ricordati di ascoltare l’altro mentre parla senza esprimere nessuna opinione o giudizio.

 

° Dopo la condivisione delle vostre ragioni per cui siete grati, potete al termine guardarvi negli occhi e onorare anche questo prezioso momento di condivisione. Non serve parlare, basta lo sguardo, un grazie e un abbraccio!

° Dopo la condivisione della visione che avete per l’anno nuovo, guardatevi a vicenda e ditevi: “E così sia! Te lo meriti! E lo vedo già realizzato per te!

° Dopo l’ultima condivisione su ciò che volete lasciare andare, guardatevi a vicenda e ditevi: “E così sia! Vedo, guardandoti ora, che questi aspetti già non ci sono più. Ti vedo libero e pronto/a ad accogliere il nuovo che è lì per te!”

 

Namastè,

 

Michela Aldeghi – ideatrice di vivoYOGA e E.Motion Artist, artista delle emozioni e dell’energia in movimento.
Studentessa e insegnante di yoga e meditazione, curiosa esploratrice e instancabile viaggiatrice.

 vivo YOGA
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Questa situazione spesso si accompagna a “sono stressato”, “ho difficoltà a dormire”, “piango senza motivo”, in aggiunta a sintomi fisici come chiusura dello stomaco, stanchezza, confusione mentale, fino a veri e propri attacchi di panico con sensazione di paura estrema, tremori, senso di soffocamento, aumento della sudorazione, palpitazioni, dolore al petto, vampate di calore o brividi di freddo.

L’ansia è tra le motivazioni più comuni che spingono le persone a venire da me per trovare supporto grazie ad un percorso di counselling.

Solitamente è una reazione esagerata rispetto alla situazione reale.

Cosa significa in realtà? Da cosa è causata?

Lo stato di ansia è un modo che il nostro corpo ha di segnalarci che c’è qualcosa che non va.

Sigmund Freud, importante neurologo e psicoanalista austriaco, indicava alla sua origine “tensioni interne all’individuo che non hanno avuto una dovuta risoluzione”.

Immaginiamo il nostro sistema nervoso: una rete complessa di cui fanno parte cervello, midollo spinale, tutte le terminazioni nervose in organi, tessuti, muscoli, pelle… sì, ogni nostra cellula viene raggiunta da impulsi del sistema nervoso, per sollecitare o bloccare ogni tipo di attività, anche motoria e sensoriale. Questo ci può dare un’idea sulla confusione che si può creare quando questo sistema è sovraccarico di informazioni, soprattutto quando la persona non ha le giuste risorse per rielaborare un’esperienza vissuta.

Alla base di stati ansiosi va ricercata una componente traumatica.

Desidero chiarire il termine “trauma”: deriva dal greco e significa “lesione”, inizialmente utilizzato per definire ferite fisiche con associata una componente psicologica, e successivamente utilizzato anche nella connotazione esclusivamente emotiva (che nel tempo può portare a disturbi fisici).

Nel pensare comune, per trauma spesso intendiamo accadimenti gravi, come abusi fisici o sessuali, incidenti stradali, calamità naturali. Quindi se abbiamo uno stato ansioso, e non abbiamo mai subito qualcosa di così grave, ci è difficile pensare ad una componente traumatica.

In realtà per trauma si intendono tutti quegli accadimenti che per noi, in quel momento, sono stati troppo, troppo rapidi, troppo improvvisi. Quindi tutti quei gravi eventi che possiamo subire nella vita, e anche tanti altri piccoli eventi, magari ripetuti più volte durante la crescita.

Pensiamo ad esempio ad un bambino di 5 anni, con il suo sistema nervoso di bimbo, che mentre sta giocando tranquillamente, in tutta la sua spontaneità, viene sgridato all’improvviso, in modo inaspettato, da una voce alta e minacciosa, da un viso arrabbiato. Magari ha combinato qualcosa di sbagliato, ha rotto qualcosa. Ma a 5 anni non può sapere il valore di un vaso ricevuto in regalo da nostra suocera! Oppure non ha fatto nulla di così grave, semplicemente mamma o papà sono tornati dal lavoro stanchi, con la testa piena di pensieri, e inavvertitamente esagerano i toni col proprio figlio che sta solo giocando e facendo rumore. Sì, se non rielaborato correttamente, in un sistema nervoso di 5 anni può restare una ferita. Un trauma appunto.

Voglio tranquillizzare i genitori che stanno leggendo!

Molto di quello che facciamo potrebbe causare traumi ad altri (e fare “errori” fa parte dell’essere genitore, perché può essere un grande stimolo alla crescita interiore del figlio.) E se questi altri sono adulti, è anche loro responsabilità dire “No”, stabilire confini sani, facendoci sapere che il nostro comportamento è troppo forte per loro in quel momento. (Ovviamente parlo delle piccole situazioni quotidiane, non di violenze gravi e ripetute).

Quando si tratta di un bambino, invece, è sempre nostra responsabilità prendercene cura. Ad esempio è un atto di grande maturità, anche davanti ad un figlio, ammettere di aver sbagliato o esagerato, chiedere scusa. Non c’è bisogno di entrare in lunghi discorsi con un bambino. E’ sufficiente un abbraccio (che rilassa immediatamente il suo sistema nervoso – e il nostro!), un “mi dispiace” e un meraviglioso “va tutto bene”. E per rielaborare lo spavento, è importante lasciare che il bambino esprima rabbia o un bel pianto. Mentre noi restiamo lì accanto, presenti, assicurandoci che non si faccia male, senza bloccare le lacrime con frasi come “i maschietti non piangono” e senza preoccuparci per questa reazione: le emozioni, per fortuna, passano. Basta lasciarle esprimere in modo sano.

Entriamo più nello specifico del trauma: quello che accade durante l’evento traumatico non è esclusivamente psicologico, è una reazione fisica, psichica e neurologica. Il lavoro da fare nella risoluzione del trauma è completare e scaricare la reazione fisiolofìgica. Ecco perché, nel caso sopra del bambino, è importante che fisicamente possa rilasciare con un bel pianto o con uno scatto di rabbia o un urlo, per non accumularlo nel sistema nervoso.

Come dice Peter Levine, il creatore di Somatic Experiencing, il più importante lavoro esistente sulla rielaborazione del trauma: “Il trauma non risiede nell’evento, ma nella fisiologia del corpo”.

Quando il corpo non riesce a scaricare la tensione data dall’evento, il sistema nervoso resta sovraccaricato, e questo si manifesta, ad esempio, con ansia e attacchi di panico e numerosi altri sintomi, anche dopo molti anni (anche per l’accumularsi di più eventi nell’arco della vita).

Nella rielaborazione del trauma è quindi importante lavorare somaticamente, cioè andando a rilasciare le tensioni trattenute (anche in un lontano passato) a livello del corpo.

Ci sono numerose tecniche che si possono utilizzare per questo, in modo graduale, lento e molto delicato, supportando la persona ad osservare sensazioni fisiche e cambiamenti interni, stabilizzando le risorse sia interne che esterne, aiutando a valutare gli effetti sul corpo, lasciando andare gli “eccessi” di attivazione nel sistema nervoso, creando nuove esperienze a livello corporeo e sensoriale.

Personalmente posso dire di aver avuto un grande beneficio su me stessa (prima di formarmi in questo ambito ho avuto la possibilità di sperimentarlo direttamente su di me!), in modo particolare qualche anno fa, dopo un incidente che mi aveva lasciata con tremori, forti spasmi muscolari, totale assenza di sensibilità sulla pelle di tutto il lato sinistro del corpo e un sottofondo di paura che mi accompagnava in tutto quello che facevo.

A livello medico non risultava nulla, e il consiglio era stato di optare per l’utilizzo di psicofarmaci.

Fortunatamente nella mia vita ho accanto terapeuti meravigliosi, che mi hanno sostenuta sin dal primo giorno, utilizzando soprattutto tecniche di Somatic Experiencing: già dopo due sedute gli spasmi erano totalmente passati. Il segreto della rielaborazione del trauma è andare piano, passo dopo passo, delicatamente. Anche nel mio caso è stato importante proseguire con un percorso che mi ha supportata nello scaricare le tensioni accumulate perfino negli anni prima dell’incidente. E’ stato uno splendido viaggio dentro me stessa.

E questo viaggio continua, anche nel supportare le persone che si rivolgono a me: il viaggio lo facciamo insieme, uno accanto all’altro, in modo estremamente delicato e profondo.

Per ogni domanda, chiarimento, curiosità, sono a vostra disposizione!

 

Deva Daniela Spagnoli – Da 15 anni sono consulente di alimentazione e medicina tradizionale cinese, con un occhio particolare verso intolleranze e detossificazione.
Nel 2011 ho creato Equilibrium, centro di discipline bionaturali, per essere circondata da un qualificato team multidisciplinare di professionisti, per garantire ai clienti il massimo supporto nel ritrovare salute e benessere.

Sono anche counsellor olistico e oltre alle sessioni individuali propongo gruppi di costellazioni familiari e sistemiche, di meditazione, di crescita personale e spirituale, cerchi di donne e per coppie, sia in Italia che all’estero.
Faccio inoltre parte del team internazionale di Deepdive, un importante e profondo percorso di crescita interiore.

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Centro Equilibrium

Vi siete mai accorti di quante volte nella vita quotidiana ricorriamo a espressioni del tipo: “quella persona mi sta sul gozzo”, “questa situazione è un boccone troppo amaro”, “mi è caduto addosso un macigno”, “mi fai venire il latte alle ginocchia” oppure quando stiamo parlando con una persona che ci deve dire qualche cosa ma non riesce le diciamo “sputa il rospo”?

Spesso non ci rendiamo nemmeno conto di averle dette, lo facciamo in maniera istintiva. Quando accade usiamo queste espressioni per rendere esplicito, per visualizzare, una situazione o una emozione che non riusciamo ad esprime attraverso il linguaggio abituale. Forse non ce ne siamo mai resi conto ma quella espressione, che sembra solo il frutto di un sentito dire o di un modo di esprimersi proprio dei nostri antenati (genitori, nonni e via dicendo) in realtà è una espressione della nostra parte più profonda e meno conscia del nostro essere che sta cercando di far venire a galla un disagio del quale abbiamo i sintomi ma che non riusciamo a esprimere. Ci sentiamo, in quei momenti, come se fossimo a contatto con una sfera più profonda di noi che ci sta rivelando la vera natura del nostro disagio.

Vi siete mai chiesti cosa possano voler dire in realtà queste espressioni? Non esiste, naturalmente, una risposta certa ma mi piacerebbe oggi lasciarvi l’invito a fare una riflessione più profonda quando sentite o vi capita di dire certe frasi.

Partiamo da una breve considerazione. Senza scomodare nessun padre della filosofia o della medicina, che ci piaccia o no si è giunti alla conclusione, o si è tornati all’origine, definendo l’uomo come l’espressione, l’unione, la manifestazione di tre sfere di consapevolezza. La prima e la più tangibile è quella fisica, quella di cui fanno parte tutti i sistemi anatomici e fisiologici del corpo. Una più sottile, meno identificabile ma intuibile che è quella dei pensieri, delle emozioni, di quel livello psico affettivo.  Questo sistema non è completamente circoscrivibile in un sistema anatomo fisiologico ma è responsabile delle relazioni con noi stessi e con le altre persone. Infine un livello ancora più sottile, non da tutti accettato, che è quello della sfera spirituale. La sfera spirituale è quella che mette in relazione noi con L’Altro con la A maiuscola, con ciò che governa il mondo, qualsiasi sia la forma che ognuno di noi da a questo Altro. Parlare di spiritualità non significa parlare di un Dio specifico ma significa parlare della relazione che abbiamo noi nei confronti della vita stessa e del modo in cui noi la affrontiamo.

La seconda considerazione che facciamo è che l’uomo è un essere omeostatico. L’omeostasi  (dal greco μοιος+στάσις, “simile posizione”) è la tendenza naturale al raggiungimento di una relativa stabilità, sia delle proprietà chimico fisiche interne, che comportamentali, che accomuna tutti gli organismi viventi, per i quali tale meccanismo deve mantenersi nel tempo, anche al variare delle condizioni esterne, attraverso precisi meccanismi auto-regolatori. Ciò significa che noi tendiamo a mantenere un equilibrio fisico anche quando variano le condizioni esterne. Talvolta il corpo fatica ad adattarsi ad alcune condizioni esterne e quindi manifesta dei sintomi che sono appunto le malattie. Per farla breve quando stiamo bene tutti i nostri processi fisici, psico affettivi e relazionali sono in equilibrio, quando viene a mancare questo equilibrio ci ammaliamo.

Mi rendo conto che ci stiamo addentrando in un terreno molto complicato, che oltretutto non mi compete completamente, ma vorrei che teneste presente quello che vi ho appena detto per tornare al nostro punto di partenza. Immaginate di avere un problema fisico e naturalmente volete risolverlo. Cosa fate? Andate dal medico che vi osserva, fisicamente, vi ascolta e, in base agli studi fatti e  alla sua esperienza dichiara che avete una certa malattia fisica e  vi prescrive una medicina che potremo definire allopatica. Medicina Allopatica (dal greco λλος, diverso, e  πάθος, sofferenza) significa utilizzare principi farmacologici e azioni di cura contrari a quelli che hanno provocato la malattia e volti a contrastarne i sintomi. Questo concetto è alla base della medicina tradizionale occidentale, legato alla presenza di una malattia che produce dei sintomi, più o meno importanti, che vogliamo  eliminare attraverso l’assunzione di rimedi chimici o naturali per tornare appunto all’equilibrio. In questo senso anche la medicina omeopatica è considerata allopatica perché si occupa di trovare rimedi per contrastare i sintomi di una malattia o la malattia stessa. Abbiamo già accennato prima che la malattia è la perdita dell’omeostasi e quindi non dobbiamo andare a considerare solo l’aspetto fisico.

Quando ci prendiamo cura di noi stessi da tutti questi punti di vista stiamo facendo un lavoro Olistico.  Il termine olistico proviene dal greco όλος, olos, che sta per “totalità”.  La ricerca della salute è orientata alla persona e non alla malattia, alla causa e non al sintomo, al sistema e non all’organo, al riequilibrio invece che alla cura, stimolando il naturale processo di auto-guarigione del corpo. In questo processo l’auto-consapevolezza è molto importante. Quando ci si trova in una situazione di disequilibrio è necessario capire che cosa l’ha generata in modo da poter attuare tutte le strategie necessarie a tornare in equilibrio. Significa che dobbiamo affrontare la malattia dal punto di vista dei rimedi ma che assolutamente dobbiamo chiarire quali sono i fattori che hanno provocato questa trasformazione e agire a tutti i livelli ossia psico fisico spirituale. Devo chiedermi se vivo in un ambiente salutare, se i rapporti con le persone che mi circondano sono salutari, se il lavoro che faccio è quello che mi soddisfa e via dicendo. Naturalmente maggiore è il sintomo maggiore sarà il disequilibrio e per un disequilibrio di lieve entità non cambierò completamente tutte le mie abitudini.

Inoltre non sto sostenendo che non si deve più andare dal medico, che le medicine non servono o altro anzi sto dicendo che affrontare una malattia, anche un semplice raffreddore da un punto di vista olistico, mi aiuterà a riportare l’equilibrio più in fretta e a mantenerlo più a lungo. Questo perché non mi sarò limitato a prendere un rimedio sperando nell’effetto desiderato effetto ma perché mi sarò mosso in più direzioni cercando anche di cambiare quegli atteggiamenti o quelle abitudini sbagliate che avevano alterato la mia salute. Mi hanno sempre inquietato le pubblicità di certi farmaci anti influenzali che dichiarano che con la loro assunzione non dovremo rinunciare a niente. Se abbiamo preso l’influenza, forse avevamo bisogno di un po’ di riposo, forse siamo in un periodo in cui dobbiamo dedicare un po’ di cura anche al corpo o allo spirito. Abbiamo bisogno di fermarci e quindi non ci limiteremo a combattere i sintomi ma staremo a casa, ci faremo una tisana calda e riposeremo se ne abbiamo la necessità. Permettetemi di fare ancora un esempio. Immaginate di aver ricevuto una bolletta dell’energia elettrica molto elevata, il rimedio più immediato per abbassare il conto è quello di limitare al minimo indispensabile l’utilizzo degli apparecchi elettroni e delle luci. Certamente nel breve periodo potreste avere un lieve calo del saldo ma se avete necessità di utilizzarli la bolletta successiva sarà nuovamente elevata. Che fate? La soluzione migliore sarebbe sostituire nel tempo tutte le apparecchiature elettroniche e le luci con dispositivi a basso consumo energetico e utilizzarli solo se strettamente necessari preferendo quelli a energia meccanica. Come potete immaginare la bolletta è la malattia, la medicina allopatica consiglia di spegnere le luci mentre la medicina olistica consiglia di usare luci che consumino di meno e se necessario cambiare qualche abitudine per risparmiare un pò di energia. Questo implica cambiare se stessi e modificare l’ambiente in cui viviamo.

Quindi concludendo se avete ingoiato un rospo perché avete litigato con una persona cara che vi ha detto qualcosa di spiacevole e avete mal di stomaco, potete curarvi con gli antiacidi ma fino a quando non vi riconcilierete con quella persona non riuscirete a tornare in equilibrio. Sputate il rospo se volete vivere con il vostro Principe.

 

Mara Delaini – Fisioterapista e insegnante di yoga per bambini e adulti. Vive la vita alla ricerca della morbidezza e della leggerezza intesa come capacità di essere lievi anche nelle difficoltà.

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Mara Delaini

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