C’è voluto un po’ di tempo per scegliere il tema di questo primo articolo.
Lavoro con il corpo, con le emozioni, con la mente e lo spirito. Pensavo di andare in ordine, iniziando proprio dal corpo, magari con un bell’articolo sull’alimentazione per questa stagione dell’anno. Tuttavia, ho un richiamo più forte.

Tra le attività che svolgo, è certamente quella che amo maggiormente, è una mia grande passione, mi ha dato, e continua a darmi, così tanto dal punto di vista personale e relazionale.

Le costellazioni Familiari e Sistemiche

Chiamate anche Movimenti Consapevoli, perché ci permettono di muoverci nella vita in modo più attento, responsabile, seguendo più la nostra vera natura che i condizionamenti o imposizioni esterni.

Prima di inoltrarci nella teoria, vi voglio raccontare la mia esperienza personale in questo campo così affascinante.

Sono passati oltre 10 anni da quel primo incontro. Nata, cresciuta e formata in ambito medico, confesso che avevo grosse resistenze verso una tecnica chiamata Costellazioni. Me ne parlava spesso una cara amica. Sì, una di quelle amiche un po’ matte e stravaganti, attirata da tutte quelle cose “strane”. E quando me ne parlava, la guardavo perplessa, come se parlasse un’altra lingua.

Poi una mattina appena sveglia, ho sentito la chiamata, dentro di me. Aprendo gli occhi ho realizzato che in quel momento della mia vita stavo vivendo qualcosa che non mi apparteneva. Ho sentito subito che si trattava di qualcosa di mia madre. Non mio.

Sorpresa, incredulità, stupore. Eppure era chiaro dentro di me. Cosa fare?

Chiamo subito la mia amica “pazzerella”: “dove e quando ci sarà un weekend di Costellazioni?
E lei, più incredula di me nel sentire la mia richiesta: “domani, nelle Marche. Ma è impossibile trovare posto, è pieno da oltre 2 mesi!”
Non mi arrendo, chiamo il numero che mi ha segnalato, e la risposta da una voce femminile calda e squillante con accento marchigiano: “Una signora è ammalata. C’è un posto libero“.

Devo aspettare la sera per partire, ho pazienti fino a tardi, e per tutta la giornata fremo. Non so cosa mi aspetta, non so cosa dovrò fare, non ho nemmeno mai letto nulla su questo tema… se solo avessi ascoltato con più attenzione la mia amica tutte le volte che me ne ha parlato!

Viaggio di notte, trovo un incidente, resto al volante per otto ore, dormo due ore nel parcheggio prima di entrare in un vecchio casolare disperso tra i campi, lontano da tutto e da tutti.
Non sento paura, e nemmeno stanchezza. Una voce dentro di me dice che sono nel posto giusto.
Vengo accolta calorosamente, e presto mi ritrovo seduta in un cerchio con moltissime persone, di ogni età, tutti così diversi l’uno dall’altro. Eppure lì insieme, uniti da qualcosa che ancora non conosco. Tutti parlano di cose totalmente sconosciute per me. E durante le rappresentazioni delle Costellazioni, si muovono nello spazio. Mossi da cosa?

Il primo giorno resto in osservazione. La mia testa non comprende cosa accade. Tuttavia sento qualcosa di profondo dentro di me: fiducia per il conduttore, Praful.

Praful. Che nome è? Pensavo fosse straniero, chissà da quale luogo lontano. E’ italiano, di Roma. Questo è il suo nome spirituale. Certamente un bell’uomo. Eppure non è questo che mi colpisce.

Dal primo istante sento così tanta gentilezza, amorevolezza, accoglienza, comprensione, rispetto, presenza. Mai provato nulla di tutto questo prima di quel momento. Soprattutto da parte di un uomo.

La seconda mattina la decisione è istintiva. Prima ancora di iniziare sono già seduta accanto a Praful per la mia prima Costellazione. Difficile raccontare a parole questa esperienza così profonda.

Il mio tema: il rapporto con il maschile. Non c’è bisogno di parlare molto, mi sento ascoltata e compresa. Mi viene chiesto di scegliere una rappresentante per me stessa, uno per mio padre, una per mia madre. E dentro di me mi chiedo: “sono tutti sconosciuti, cosa ne sanno loro della mia famiglia?” Nel giro di pochi minuti resto a bocca aperta, con le lacrime agli occhi. Non solo si dispongono in un modo a me familiare. Dalla posizione in cui mi trovo, esterna alla scena, vedo dei dettagli nuovi su come è la relazione con mio padre, e il ruolo di mia madre. Sento qualcosa dentro di me che fa subito click, come un pezzetto di puzzle che torna al suo posto. E da lì il costellatore non muove i rappresentanti, non forza nulla, non decide lui. Fa dire alcune frasi ai rappresentanti, semplici e dirette, e qualcosa accade: iniziano a spostarsi, fino a raggiungere delle posizioni di equilibrio, che sento io dentro di me, e tutti si rilassano, tutto diventa più leggero, soprattutto in me.

Solo nella pausa pranzo mi ritrovo a scambiare due parole con gli sconosciuti che ho scelto come rappresentanti. Il “padre” era ancora commosso. Stava vivendo una situazione estremamente simile alla mia con sua figlia, e durante la mia Costellazione aveva compreso la vera causa delle loro tensioni. Anche il tema portato dalla “madre” e dalla mia rappresentante erano così simili. Com’è possibile? Cosa mi ha fatto scegliere queste persone? O meglio: Com’è possibile che ci siamo ritrovati tutti in questa stanza a vivere questa esperienza?

Le sorprese sono andate avanti. Durante la giornata sono stata chiamata a rappresentare la figlia di molti costellati. Ho così esplorato diverse sfaccettature di questo ruolo.

Come rappresentante, cosa mi muove? Io sono perfettamente cosciente, sveglia, in me, eppure… Percepisco come una spinta dentro, che non solo mi fa muovere nello spazio, sento attrazione verso qualcuno o repulsione, e affiorano emozioni chiaramente non mie. E quando Praful mi fa dire alcune semplici frasi, tutto si trasforma, si chiarisce, si alleggerisce. L’esperienza che mi ha colpito di più quel giorno come rappresentante è stata essere la figlia di uno degli uomini presenti, che a pelle non mi era piaciuto molto, nelle pause tenevo le distanze, sentivo una certa antipatia. Eppure, rappresentando la figlia, che sorpresa sentire sì dentro di me queste cose, e quasi istantaneamente guardarlo con occhi innamorati, e provare un amore così grande, amore incondizionato, che non avevo mai provato in tutta la mia vita. L’amore di una bimba per il suo papà.

Sono tornata a casa con molti doni preziosi, con il cuore leggero, e tanta gratitudine verso di me e i miei genitori. E pensavo finisse qui questa esperienza.

Tornata a casa (già da oltre dieci anni non vivevo più con i miei genitori), una strana serie di eventi mi ha portata a vivere tre giorni nella casa che era dei nonni, con i miei genitori e mio fratello, notando quanto qualcosa fosse profondamente cambiato. Certamente dentro di me. E posso dire, anche attorno a me, nel relazionarmi con loro.

Da quella prima esperienza di Costellazioni ne ho fatte molte altre, soprattutto da rappresentante. Ho esplorato molte sfaccettature dell’essere Donna, in un momento in cui stavo crescendo, centrandomi nel mio femminile. Ho rappresentato antenati, defunti, la morte stessa, la malattia, il tradimento, la vergogna, il segreto, il successo, il denaro, e tanto altro che mi ha portato maggiore comprensione sull’essere umano.

Che meraviglia l’essere umano.
Quante idee, preconcetti, condizionamenti… spariti da questo spazio di presenza, amorevolezza e verità. Ed è tutto molto più semplice di quello che ho sempre pensato!

E’ sufficiente ritrovare il proprio posto nella famiglia (di origine e attuale) e anche nelle relazioni di amicizia, e lavorative. Quando c’è una tensione, solitamente c’è un fuori posto, cioè ci stiamo muovendo inconsciamente occupando energeticamente il posto di qualcun altro, e questo genera sofferenza, tensioni, incomprensioni.

Per questo si chiamano anche Movimenti Consapevoli. Possiamo finalmente far luce su quei meccanismi inconsci che si creano quando ci relazioniamo con gli altri. Per poi vivere in modo consapevole, autentico e rispettoso, verso noi stessi e gli altri.

Dopo qualche anno, ho sentito un’altra chiamata: fare il percorso di formazione in Costellazioni Familiari e Sistemiche, con Praful. Per tre anni su e giù da Roma: un viaggio meraviglioso dentro di me, con compagni di viaggio che sono diventati parte importante della mia vita, con cui ho esplorato ogni sfaccettatura di me, e con cui ci siamo supportati a vicenda in momenti delicati e trasformativi.

Da lì ho deciso di provare anche con altri costellatori, per trovare il mio modo di lavorare con le persone e con i gruppi.
A malincuore devo dire che ho vissuto anche esperienze negative: costellatori che “forzano” movimenti, guidati più dalla teoria e dal proprio ego, che dal rispetto dell’individuo che hanno accanto. Ho visto situazioni in cui il costellatore non sapendo come muoversi (invece di farsi da parte e lasciare al campo la possibilità di mostrarsi), faceva entrare figure immaginarie per sbloccare la situazione. E molto altro, che mi ha lasciato con l’amaro in bocca.

Uno degli insegnamenti più importanti che ho ricevuto da Praful è l’umiltà.

L’umiltà di essere l’ultima nel campo, di essere lì a facilitare dei movimenti, non a guidarli con il mio ego. L’umiltà di non sapere cosa sia giusto per il cliente, e di non sapere dove deve arrivare alla fine della Costellazione, o nella vita. Chi sono io per sapere dove mettere un altro essere umano? Io posso solo sostenerlo nel suo viaggio, essergli accanto anche senza sapere dove andiamo, fidandomi di qualcosa di più grande che si mostra durante le Costellazioni.

Cos’è questo “qualcosa di più grande”? Cosa ci muove durante le Costellazioni? Cosa unisce tutti i partecipanti presenti? Cosa ci permette di scegliere determinati rappresentanti?

Ho partecipato a centinaia di Costellazioni, e posso dire con certezza che… non lo so.

C’è chi lo chiama campo cosciente, campo morfogenetico, subconscio collettivo, divino, madre terra… Ognuno può dargli il nome che vuole. La realtà è che non sappiamo cosa sia. Nemmeno il creatore di questo metodo, Bert Hellinger, ha saputo definire questa forza.

Io so solo che funziona. L’ho provato su di me. L’ho visto su persone care e sconosciuti. Ho visto i benefici su così tante persone. E l’unica cosa che mi sento di fare, è proporre questo tipo di eventi il più possibile, per aiutare e sostenere più persone che posso, in Italia e all’estero.

Con profonda gratitudine per i miei genitori che mi hanno dato il dono più grande, la vita, per l’uomo che mi ha insegnato tutto quello che sa in questo campo, Praful, maestro e amico, e per tutte le persone che in fiducia vengono ai miei eventi.

In futuro vi scriverò anche di teoria e esperienze pratiche su questo tema, e anche molti altri. Questa volta mi sembra giusto raccontarvi la mia esperienza personale. Anche per presentarmi nel modo che sento più autentico.

Vi aspetto per provare questo meraviglioso strumento, le Costellazioni Familiari e Sistemiche!

 

Deva Daniela Spagnoli – Da 15 anni sono consulente di alimentazione e medicina tradizionale cinese, con un occhio particolare verso intolleranze e detossificazione.
Nel 2011 ho creato Equilibrium, centro di discipline bionaturali, per essere circondata da un qualificato team multidisciplinare di professionisti, per garantire ai clienti il massimo supporto nel ritrovare salute e benessere.

Sono anche counsellor olistico e oltre alle sessioni individuali propongo gruppi di costellazioni familiari e sistemiche, di meditazione, di crescita personale e spirituale, cerchi di donne e per coppie, sia in Italia che all’estero.
Faccio inoltre parte del team internazionale di Deepdive, un importante e profondo percorso di crescita interiore.

3479737255

daniela.spagnoli@gmail.com

Centro Equilibrium

Ciao Yogis!

Quando alla fine dell’estate sento le prime avvisaglie dell’autunno, la prima cosa a cui penso sono le passeggiate nel bosco che ti avvolge, mentre il sole tiepido filtra tra gli alberi. C’è qualcosa di magico nell’autunno, che si tinge di colori nonostante tutto si stia per addormentare.

Quest’anno anche se l’autunno tarda ad arrivare, o per lo meno arriva a giorni alterni, io ho già una voglia pazza delle prime cenette calde davanti al camino acceso. E la prima cosa che mi viene voglia di mangiare sono i funghi porcini! Ne sono davvero ghiotta! Quindi inizio a preparare il ragù di lenticchie e funghi porcini, che posso utilizzare per svariate ricette e che in parte surgelo in freezer, così lo posso utilizzare per delle cenette gustose anche quando ho poco tempo 😉

Ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • 200gr di lenticchie piccole secche (se preferite, potete usare quelle già lessate)
  • 500gr di passata di pomodoro
  • 40gr di funghi porcini secchi
  • 1 cipolla bianca
  • 1 carota
  • 1 dado vegetale
  • foglie di alloro
  • olio evo

PREPARAZIONE:

Fate rinvenire i funghi porcini mettendoli in ammollo in acqua tiepida per circa mezz’ora.

Tagliate a dadini la cipolla e la carota e rosolateli con un filo d’olio per qualche minuto a fiamma moderata, mescolando spesso per evitare che attacchino al fondo della pentola.

Scolate le lenticchie, che avrete lasciato in ammollo per una notte, sciacquatele bene e aggiungetele al soffritto insieme alle foglie di alloro e fatele saltare qualche minuto per insaporirle.

A questo punto aggiungete la passata di pomodoro, i funghi con la loro acqua (sarebbe un peccato buttarla, perché molto saporita) e il dado vegetale.

Mescolando di tanto in tanto, lasciate cuocere il ragù per ca.40 minuti a fiamma bassa, finché le lenticchie saranno ben cotte (ma non sfatte) e il sugo rappreso.

In questo periodo di transizione estate/autunno ho la fortuna di avere una quantità infinita di pomodorini dall’orto di mio papà, quindi ne approfitto e al posto della passata uso i pomodorini freschi.


Vediamo ora tutti i modi, in cui possiamo utilizzare questo gustoso ragù.

Lasagne con ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • Pasta per lasagne di grano duro (esiste anche senza uovo ed anche integrale)
  • Ragù di lenticchie

Per la besciamella:

  • 500ml di latte vegetale naturale (senza zuccheri aggiunti)
  • 50gr di farina integrale
  • olio evo
  • sale
  • noce moscata

Preparate la besciamella

Scaldate in una pentola l’olio con la farina, e cuocete mescolando con un cucchiaio di legno per 4 minuti. Aggiungete il latte poco alla volta, mescolando con una frusta per non fare grumi. Aggiungete noce moscata a piacere. Portate a bollore sempre mescolando, quindi spegnete. Tenetela abbastanza liquida, perché servirà a cuocere la pasta secca delle lasagne.

Preparate le lasagne

Versate un piccolo mestolo di besciamella calda sul fondo di una pirofila, quindi mettete uno strato di pasta secca, uno strato di besciamella e uno di ragù. Ripetete la sequenza degli strati fino all’esaurimento degli ingredienti. Coprite la pirofila con della carta stagnola e cuocete in forno caldo a 180° per 30 minuti. Togliete la stagnola e fate la prova con uno stuzzicadenti per verificare la cottura della pasta, se serve continuate la cottura.

Pasta al forno con ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • 300gr di pasta integrale corta
  • ragù di lenticchie**
  • 200ml di panna vegetale
  • olio evo

PREPARAZIONE:

Lessate la pasta, scolatela e mettetela in una pirofila precedentemente unta con un filo d’olio. Condite la pasta con il ragù e amalgamate con la panna vegetale.

Coprite la pirofila con della carta stagnola e cuocete in forno caldo a 180° per ca.20 minuti. Togliete la stagnola e continuate la cottura per altri 5 minuti accendendo il grill, in modo che si formi una crosticina croccante. Sfornate e servite.

Polenta con ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • 250gr di farina di mais
  • 1 litro d’acqua
  • sale
  • ragù di lenticchie**

PREPARAZIONE:

Portate a ebollizione l’acqua con il sale. Versate poi la farina di mais e servendovi di una frusta continuate a mescolare per evitare che si formino dei grumi. Cuocete a fuoco basso per 45 minuti. La polenta dovrà risultare liscia e omogenea. Servite la polenta ancora calda con qualche cucchiaio di ragù di lenticchie.

>> cosa fare se avanzate della polenta e del ragù?

Usate le formine dei pasticcini di pasta frolla o da muffin e fate dei cestini di polenta con il ragù di lenticchie e funghi nel mezzo e scaldateli in forno 😉

 

Sempre grazie all’orto di papà, in questo periodo ho anche una gran quantità di peperoni, lui coltiva i corno, quelli che hanno proprio la forma del corno napoletano! Quindi non avendo voglia di fare sempre la peperonata, una sera mi sono inventata questa ricettina: ho estratto dal freezer una porzione di ragù di lenticchie e funghi e ho fatto i peperoni ripieni! Cenetta equilibrata e completa, e veloce!

Peperoni ripieni con ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • 4 peperoni corno
  • ragù di lenticchie**
  • olio evo

PREPARAZIONE:

Aprite i peperoni in senso verticale e togliete i semi e le parti bianche filamentose. Riempite i peperoni e disponeteli in una pirofila precedentemente unta con un filo d’olio e lasciate cuocere in forno caldo a 180° per ca. 30 minuti. Controllate che i peperoni risultino morbidi, ma non si sfaldino.

 

Un altro ingrediente autunnale che invece ho imparato ad apprezzare solo recentemente è la verza. Sarà che mi ricordava la cazzuola o piatti simili, che non ho mai mangiato, ma non l’avevo mai considerata! Ho invece scoperto che mi piace molto, sia cotta che cruda! Eccovi qui, una ricettina veloce, completa e tutta autunnale!

Involtini di verza con ragù di lenticchie e funghi

INGREDIENTI:

  • 200gr di riso basmati
  • foglie di verza
  • ragù di lenticchie**
  • olio evo

PREPARAZIONE:

Portate ad ebollizione abbondante acqua e lessate il riso. Scolatelo e conditelo con il ragù di lenticchie.

Nel frattempo mondate la verza e staccate delicatamente le foglie che vi servono e  sbollentatele in acqua bollente per qualche minuto. Fate attenzione, dovrete mantenerle croccanti e intatte.

Una volta raffreddate, mettete al centro di ogni foglia un po’ di riso e arrotolatele.

Disponete gli involtini in una teglia unta con un filo di olio evo e scaldate in forno preriscaldato a 180° per una decina di minuti.

 

Bon appetit yogis!

 

Lara Salacucina a sentimento perché non peso, non doso, ma provo, assaggio e ritocco mentre cucino.

Yogini da qualche anno, grazie a Michela che mi ha fatto innamorare di questa disciplina e che ogni tanto cerco di corrompere con qualche esperimento culinario. 😉 Vegetariana, amo mangiare, ma amo altrettanto cucinare per me e per i miei cari ed amici. 

Spero di “soddisfare” i vostri palati e di farvi scoprire che cambiare alimentazione non è assolutamente limitativo, anzi c’è tutto un mondo da scoprire! Ancora oggi, dopo quasi dieci anni di vegetarianesimo, non sono caduta nella monotonia in cucina.

Vi chiedo di seguire le ricette, ma di seguire anche il vostro istinto e le vostre papille, sperimentando! Io sarò assolutamente felice di sentire le vostre opinioni e vedere le vostre rivisitazioni. 

 Vuoi chiedermi qualcosa? Ecco come metterti in contatto con me:

Lara Sala

Lara Sala

‘’Con la mano di ferro della volontà sbarrai il cancello della memoria chiudendo fuori il passato con tutte le sue vecchie idee. La mia anima assunse un’attitudine ricettiva, il mio orecchio si mise in sintonia con la ritmica armonia della Natura… […] Il mio spirito era travolto dall’incommensurabile grandezza del piano divino su cui è costruito l’universo.’’

Andrew Taylor Still
Dalle aride ossa all’uomo vivente – John Lewis

 

Incontrare l’osteopatia è stata la mia porta d’accesso alla comprensione che il nostro corpo, ossia la materia di cui siamo fatti, è animata da un qualcosa d’immenso, la Vita,  che la malattia è solo una manifestazione dello scompenso di questo sistema materia e spirito, e che il corpo stesso possiede tutti gli elementi necessari per la propria guarigione.

Fu da questi presupposti che nacque la filosofia osteopatica. Alle dieci del mattino del 22 giugno 1874, AT Still, medico allopatico americano, ebbe un’illuminazione, che avrebbe rivoluzionato il suo modo di aiutare le persone.

Di famiglia metodista, nato durante la guerra di secessione americana, Still rifiuta subito l’idea di adottare i trattamenti medici allopatici dell’epoca, che prevedevano usi di alcolici o chirurgia d’amputazione. Osservando la Natura degli elementi, studiando con ossesso il binomio anatomia e fisiologia umana, vivendo per un periodo a stretto contatto con gli Indiani d’America del territorio del Nebraska che gli trasmettono una visione unitaria della Vita e la concezione di macrocosmo nel microcosmo, capisce che per aiutare le persone a guarire ed avere una qualità di vita in salute e soddisfacente, non ci si può soffermare al sintomo di dolore che la persona riporta e valutare solo l’area in cui questo si manifesta.

Per l’epoca in cui vive, dove i paradigmi filosofici orientano la filosofia della scienza verso visioni sempre più meccaniciste e riduzioniste, in cui il corpo, cioè la materia, viene denigrato a favore dell’intelletto e della mente, i concetti di unione che Still propone lo fanno apparire come uno stregone ed un ciarlatano, tanto che l’ambito scientifico dell’epoca scredita il suo lavoro.

Nonostante questo, Still continua le sue ricerche. Intuisce come il sistema nervoso e il sistema immunitario riescano a comunicare e come tutto il corpo fisico si basi su sistemi di comunicazione a feedback, anticipando ad esempio la moderna psico-neuro-immuno-endocrinologia.

‘’Noi parliamo di malattia quando dovremmo parlare di effetto; perché la malattia è l’effetto di un cambiamento nelle parti di un corpo fisico. La malattia in un corpo anormale è tanto naturale quanto la salute se tutte le parti sono al loro posto.’’ 

Osteopatia, ricerca e pratica – AT Still

Questi i fondamenti da cui parte per giungere poi alla scoperta che caratterizzerà i principi filosofici della sua pratica osteopatica. Quello che nota è che quando il corpo sviluppa una patologia, questa presenta non solo segni interni (come quando abbiamo la polmonite che ad un esame radiografico si evidenziano i segni di sofferenza polmonare), ma comporta delle modificazioni strutturali di ossa, muscoli, legamenti, tessuti fasciali, visceri, ossia di tutte quelle strutture che entrano in relazione con la zona malata e che, quindi, trattando queste alterazioni si può risolvere la patologia presentata. Nota anche che il processo può svilupparsi al contrario, ossia dopo un traumatismo (come una caduta sul sedere o un incidente in auto) le modificazioni della struttura causate dall’energia accumulata dal corpo in seguito all’impatto possono facilitare o predisporre l’esordio di una patologia in cui quella zona del corpo non sta funzionando più in modo fisiologico.

Questo l’altro grande pilastro osteopatico, la funzione collegata alla struttura. Che cosa significa? Significa che qualsiasi alterazione della struttura del corpo ne altera anche la funzione e alternandone la funzione, se ne modifica conseguentemente la struttura, esitando in patologia.

‘’Aggiustamento osteopatico significa sistemazione del corpo in modo che la normale attività sia sufficiente a dare forza nervosa uguale alla domanda per la costruzione e a mantenere il corpo o l’organo in buone condizioni di salute eliminando tutte le impurità prima che diventino oppressive o per quantità o per cambiamenti chimici distruttivi e mortali derivanti dal ristagno di liquidi del corpo.’’

Osteopatia, ricerca e pratica – AT Still

Ad oggi l’osteopatia sta subendo una ‘’denaturazione’’ della sua struttura originaria riducendola ad una terapia manuale che si ferma alla generica manipolazione dei tessuti, trascendendo l’individuo come uno e il suo benessere come mantenimento della comunicazione, del movimento e della fisiologia di tutte le parti che lo compongono.

L’evidenza che una malattia, un dolore o un sintomo del nostro corpo fisico non siano altro che la risposta sommatoria a tanti fattori differenti, non dipendenti solamente dal corpo stesso, è una visione ancora molto lontana. Siamo abituati a pensare che se un mattino mi sveglio e ho dolore al ginocchio, allora il mio problema sarà nel ginocchio. Il vecchio paradigma filosofico-scientifico affonda ancora le sue radici nella nostra cultura occidentale, che definiamo avanzata. Non siamo ancora istruiti sul fatto che il dolore al ginocchio possa dipendere da una problematica dell’anca, oppure da una patologia pregressa al rene che ha lasciato un’ipomobilità nella zona o dalla resistenza che sto offrendo emotivamente a muovermi in una certa direzione o al mese pregresso in cui ho vissuto di birra e hamburger.

Tutto questo è ciò che un osteopata prende in considerazione durante il primo colloquio con la persona che lo contatta: partendo dal messaggio che il corpo mostra, ossia il sintomo, cerca di risalire alla causa originaria indagando il funzionamento del sistema mio-fasciale, cranico, viscerale e fluidico nel suo insieme in relazione al sistema di vita della persona.

E come lo fa? L’anamnesi, ossia la ‘’chiacchierata’’ che si fa ad inizio della sessione, può essere utile per indirizzare l’idea di trattamento, ma sono le mani, gli strumenti che l’osteopata usa per capire cosa il corpo sta comunicando. Il primo contatto, quindi, è l’ascolto del paziente, non con le orecchie, ma con il tocco. Solo attraverso il tocco, l’osteopata è in grado di capire di cosa il corpo necessita. Ed è per questo che se andate dall’osteopata ed avete mal di schiena, ad esempio, è probabile che vi tratti il cranio o viceversa. Il nostro corpo è ricco di connessioni, la postura della persona parla del suo vissuto, di come è stata fino a quel momento, di come si è curata ed amata. Il nostro corpo all’esterno manifesta come sta il nostro interno.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

366 3402454
val.vavassori@gmail.com
www.valentinavavassoriosteopata.com
osteopatia-Valentina Vavassori

Il magico mondo delle pietre

Le pietre nascondono in sé proprietà di cui la scienza canonica solitamente non ci parla. Non è una scoperta nuova, infatti già gli antichi utilizzavano le pietre come potenti amuleti di guarigione o protezione.

Come ogni abitante di questo pianeta, anche le pietre vibrano di energia propria. La classificazione delle pietre secondo le loro proprietà sottili si determina in relazione al soggetto che le utilizza, in quanto ogni cristallo si “sintonizza” con il campo energetico che incontra e produce effetti differenti per ognuno di noi. Nonostante questo, grazie ad esperimenti su grandi gruppi di persone che utilizzavano contemporaneamente e per lo stesso periodo di tempo la medesima pietra, per poi riportare e confrontarsi rispetto ad ogni esperienza e sensazione ricevuta, si è potuto notare che, benché l’effetto vari da persona a persona, ci sono certe reazioni che coinvolgono la maggior parte di coloro che ci entrano in contatto.

La cristalloterapia si basa proprio su questo principio: il campo energetico emanato dal cristallo interagisce con quello della persona che lo indossa, andando ad influenzare i diversi piani dell’esistenza: fisico, mentale, spirituale ed emotivo. I cristalli e le pietre vibrano naturalmente e divengono uno strumento in grado di modificare le energie sottili del soggetto che le indossa, amplificandole, calmandole o donando loro nuove vibrazioni. 

Come iniziare il percorso con le pietre

Per iniziare il nostro processo di autoguarigione in compagnia dei cristalli vi consiglio alcuni semplici passi:

  • Innanzitutto trovate un negozio vicino a voi che sia affidabile. Andateci un giorno in cui non avete fretta e potete donarvi il tempo necessario per osservare e toccare le pietre, lasciando che sia il vostro istinto a guidarvi nella scelta! Le pietre entrano in sintonia col nostro campo energetico e spesso veniamo attratti proprio da quelle che ci completano o che compensano le nostre carenze energetiche. Vi stupirete nel vedere come in diverse fasi della vita ci attraggono pietre che in altri momenti mai avremmo acquistato.
  • Trattate le pietre con rispetto: sono vostri alleati, non meri strumenti. Prima di utilizzarle purificatele. Per farlo esistono diversi metodi che variano anche in base alla composizione del cristallo. Quelli più veloci e adatti per tutte le pietre sono passarle sopra il fumo del palo santo o della salvia bianca, oppure immergerle nella vibrazione di una campana tibetana. Ripetete questa purificazione almeno una volta alla settimana, oppure prima di utilizzarle, per ridonare loro la vibrazione naturale e ricaricarne l’energia.
  • Non abbiate fretta, né di utilizzarle, né di vedere i risultati. Prima di lavorarci dobbiamo entrare in sintonia col nostro cristallo. Sediamoci comodi, liberiamo la mente e abbandoniamoci alla compagnia del cristallo, percependo ed annotando tutto ciò che ci trasmette. Sarà lui stesso, giorno dopo giorno, ad indicarci come, dove e su quale aspetto può lavorare al meglio insieme a noi. 
  • Prendetevi tutto il tempo per lasciare che la relazione col cristallo dia i suoi risultati. Passeranno i giorni, le settimane, i mesi e quando avrete completato il lavoro con lui lo saprete (sarà un lavoro d’istinto, non di razionalità!) e potrete dedicarvi al prossimo!

Per ottenere gli effetti benefici di un cristallo possiamo semplicemente indossarlo, come ciondolo o braccialetto, oppure tenerlo con noi in tasca (in un sacchettino di fibre naturali per non alterarne le capacità vibratorie) o tra gli indumenti. 

Con l’aiuto di una persona esperta, invece, possiamo provare l’esperienza di una seduta di terapia, durante la quale i differenti cristalli combinati tra loro collaborano al riequilibrio dell’energia dei principali chakra, indagando eventuali blocchi, sovraccarichi o punti deboli. Durante una seduta possiamo ritrovare un equilibrio profondo e completo, armonizzando tutti i chakra, e lasciando che un supporto esperto ci guidi oltre i nostri blocchi per immergerci un poco più nel profondo di noi stessi. 

Come tutte le terapie vibrazionali, anche la cristalloterapia non si propone di curare una malattia, bensì si dona come uno strumento volto alla prevenzione di squilibri, al sostegno dei processi di guarigione e di recupero. Come ben sappiamo, i processi di guarigione sono sempre complessi, difficili e spesso dolorosi. Ognuno di noi è un mondo a parte, ed è per questo che tenerci aperti alla scoperta di nuovi strumenti può solo aiutarci, donandoci nuovi spunti e punti di vista.

 

Silvia Lorenzini – detta Sisa. Laureata in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica, insegnante yoga e incurabile appassionata di tutto ciò che mi fa vibrare il corazón!
Vuoi chiedermi qualcosa, collaborare con me o acquistare le mie creazioni? Ecco come metterti in contatto con me:

info@yogaconsisa.it
Los colores de Sisa
Yoga con Sisa
www.yogaconsisa.it

“La natura è il medico delle malattie.
Il medico deve solo seguirne gli insegnamenti.” 

Ippocrate

Nella cultura orientale il corpo fisico è da sempre considerato in relazione ad un campo più sottile ed energetico, che tutto permea, e che lo avvolge come un secondo corpo. E’ questo corpo energetico ed invisibile che regola il sistema fisico ed è a sua volta strettamente influenzato dallo stato psichico/emotivo dell’individuo.

In oriente dunque la salute viene da sempre considerata nel complesso dei diversi sistemi che costituiscono l’essere umano. Corpo, mente ed emozioni lavorano in sinergia, influenzandosi a vicenda, in un complesso sistema di interazioni che rendono impossibile valutare uno senza coinvolgere l’altro.

La nostra medicina al contrario, tende a curare il sintomo in una sempre più accurata ricerca alla specializzazione, scordandosi la visione d’insieme. Non è strano da noi che un medico altamente specializzato non sia in grado di vedere “oltre il suo naso” inteso come il suo campo di competenza. Per questo ci ritroviamo spesso a venir “sballottati” da un medico all’altro, da un esame all’altro, sotto gli occhi impersonali di chi osserva il sintomo che stiamo manifestando o la cartella clinica scordando di guardare la persona che ha davanti.

 

Ma è sempre stato così?

Se diamo uno sguardo al passato alle origini della medicina troviamo che sia in Grecia che in Cina era frequente che i medici fossero al tempo stesso filosofi e viceversa, che filosofi e letterati avessero una forte cultura medica (come Aristotele).

La medicina greca aveva un approccio alla prevenzione e alla terapia chiamato diaita, ovvero “modo di vita”, o “regole di vita”, che introduceva l’idea di fondo di orientare la vita del paziente nella sua interezza e non semplicemente nel dare consigli limitati a periodi di malessere o convalescenza. Questo comportava l’intenzione di pianificare la vita, soprattutto alimentare, secondo il trascorrere dell’anno.

Questo approccio lo possiamo trovare in molte opere di Ippocrate, che accusava la vecchia medicina di limitarsi alla farmacologia e di non dire niente su quelle attività che hanno una forte influenza sulla salute: l’alimentazione, i bagni, gli esercizi per il corpo e per la mente, il sonno, l’attività sessuale. Ippocrate sosteneva l’idea che il corpo umano fosse animato da una forza vitale volta al costante riequilibrio delle disarmonie del corpo e che per questo la guarigione da una malattia andava ricercata nello stimolare questa forza vitale e non sostituirsi ad essa. Secondo questa concezione, sia la malattia che la salute di una persona dipendevano da circostanze insite nella persona stessa.

E’ famoso il detto di Ippocrate: “Prima di guarire  qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare.”

Anche in Cina seguivano questo stesso approccio chiamato da loro yangshen, “nutrizione della vita”, che riguardava la salute dell’individuo durante tutto l’arco della vita e non come qualcosa a cui riferirsi nel caso di comparsa della malattia.

E’ noto il detto cinese che dice “il medico viene pagato solo se la persona che ha in cura non si ammala”.

I pilastri fondamentali della salute per i cinesi sono:

  • il rispetto dei ritmi naturali, di cui il sonno svolge un ruolo centrale
  • la gestione delle passioni tramite l’uso di tecniche di respirazione, meditazione e visualizzazione
  • l’esercizio fisico sotto forma di movimenti che facilitano la circolazione dell’energia (il qi) sbloccandone i ristagni e gli accumuli. Questi esercizi venivano chiamati daoyin in epoca antica e più recentemente hanno dato vita a pratiche come il Qi Gong e il Tai Ji Quan
  • l’alimentazione, secondo l’idea che noi siamo quello che mangiamo
  • il controllo della sessualità, inteso nel suo equilibrio (e non come astinenza)

Le analogie nell’approccio medico sia in Grecia che in Cina non finiscono qua. Ritroviamo infatti che:

  • per entrambi la capacità del medico di saper curare gli altri era strettamente collegata alla capacità della cura di sé
  • le dinamiche dell’organismo umano venivano viste da entrambe le medicine in modo unitario, vedendo il proprio paziente come un individuo e cioè, come dice il nome, come un essere intero e “non divisibile”
  • il cibo e l’attività fisica secondo i greci potevano alterare l’attività mentale ed emozionale, mentre secondo i cinesi modificano la circolazione dei liquidi e dell’energia (diversi nel concetto ma non nella sostanza)
  • per entrambi, se la malattia era caratterizzata da un eccesso occorreva drenare, se da un deficit invece tonificare. Il drenaggio veniva fatto sia in Grecia che in Cina con l’utilizzo dello stesso strumento: le ventose, utilizzate ancora oggi nella medicina tradizionale cinese nella tecnica della coppettazione
  • la scelta degli organi da trattare dipendeva dai sintomi, letti da un sistema di corrispondenze che in Grecia era quello dei 4 umori e in Cina dei 5 movimenti

Un’altra analogia forse inaspettata e interessante è l’utilizzo della meditazione come tecnica di vita.

La parola meditazione, che è presente nei testi di Epicuro e di altri filosofi greci antichi, deriva dal latino meditatio, che è la traduzione della parola greca meléte, che significa cura, attenzione, esercizio, collegata al verbo meletào, che significa “ho cura di“, “mi occupo di“, entrambi collegati al verbo mélo che significa “ho a cuore“, “mi prendo cura di“.

Per i greci antichi quindi meditare significava prendersi cura di sé, con l’obiettivo di liberare la mente dagli automatismi, dalla schiavitù delle passioni e incamminarsi lungo una via di  saggezza tramite esercizi mentali e di respirazione di cui abbiamo testimonianze in tutto l’arco dell’antichità, da Socrate a Marco Aurelio.

Medicina e meditazione, quindi, partendo dalla stessa radice med, indicano la cura degli altri e la cura di sé, strettamente intrecciate, a Oriente come a Occidente.

Ma cos’è accaduto che ci ha portato oggi ad avere una visione medica e riguardo alla salute così diversa rispetto a quella antica?

Il nostro sistema medico attuale ha iniziato a nascere con la fine dell’antichità, nel V-VI secolo d.C, con la comparsa e l’influenza della Chiesa cattolica che ha portato una visione dualistica dell’essere umano, non più inteso come un insieme di sistemi sinergici, ma dove anima e corpo diventano invece elementi separati l’uno dall’altro. Quest’idea ha dato origine a una visione meccanicistica che ha portato a considerare il corpo come se fosse una macchina che la scienza aveva il compito di studiare, scomponendolo e analizzandolo secondo modelli matematici.

Oggi però la ricerca medico-scientifica occidentale ci sta riportando ad una visione olistica dell’essere umano, comprendendo com’è riduzionista separare i sistemi dell’organismo.

La nuove scoperte ci dicono infatti che i sistemi psichici e biologici si condizionano reciprocamente. I sistemi di regolazione del nostro organismo, il nervoso, l’endocrino, l’immunitario e la psiche, lavorano ognuno in maniera autonoma e allo stesso tempo in una integrazione reciproca al fine di garantire l’unità dell’organismo e quindi la sua stessa esistenza.

Siamo giunti dunque ad una nuova fase dove più che mai è richiesta un’integrazione, per raggiungere e poter mantenere uno stato di salute a 360°, nel corpo e nella mente. Integrazione fra i sistemi del corpo, tra la visione d’insieme e la specializzazione, tra oriente ed occidente.

Perché, come definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1948, “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità.”

 

Michela Aldeghi – ideatrice di vivoYOGA e E.Motion Artist, artista delle emozioni e dell’energia in movimento.
Studentessa e insegnante di yoga e meditazione, curiosa esploratrice e instancabile viaggiatrice.

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Una ritrovata prospettiva del ciclo mestruale
Perché abbiamo il ciclo mestruale? Che significato gli do? Come vivo la mia ciclicità durante il mese? Che cosa le mie antenate mi hanno trasmesso riguardo le mestruazioni?

Queste ed altre domande sono alcuni degli interrogativi su cui noi tutte dovremmo riflettere ad un certo punto della nostra vita. Ci istruiscono e cresciamo, di conseguenza, con l’idea tanto angosciante quanto superficiale che il ciclo mestruale sia la nostra condanna mensile. Ma come biasimarci… La tradizione socio-culturale-religiosa degli ultimi secoli è proprio questo che ci ha comunicato, facendoci vivere le mestruazioni come una punizione ed un’impurità. I condizionamenti radicati, profondi ed inconsci sono così lontani dalla realtà che necessitano di un nuovo paradigma, che ridia valore alla figura della donna ed al Femminile in senso più ampio.

Un detto dei Nativi Americani dice: “Al menarca la donna entra nel proprio potere, con le mestruazioni pratica il suo potere, in menopausa diventa il proprio potere.”

Questa è stata una delle prime frasi che ho incontrato all’inizio del mio percorso di consapevolezza mestruale e che mi ha fatto riflettere sulla mia intima e personale relazione con le mestruazioni e la ciclicità mensile.
Beh, di intimo e personale non c’era proprio un bel nulla, se non una seccatura! Quante volte vi è capitato di pensare o dire alle amiche durante le mestruazioni: “Eh ho le mestruazioni (con tono avvilito)…” e loro rispondere: “Ah povera te…”

Così ho iniziato a nutrire dei dubbi sull’idea che il lines seta ultra ci debba far sentire libere e felici come una farfalla senza vergognarci o che le mestruazioni vadano vissute come se non esistessero o che addirittura con un comodissimo assorbente interno quando mestruo posso farmi un ultra trail nel deserto.
Da questi paradossi ho iniziato ad indagare e a scavare nel passato per capire se ci fosse un visione diversa che sapesse darmi una motivazione del perché noi donne mestruiamo (e se la Natura è l’architetto per eccellenza, dubito che sbagli a darci una cosa tanto scandalosa!)

Con mio stupore scavando e cercando ho trovato, appunto, un’altra versione della storia che a noi donne non hanno raccontato. Anzi, diciamo proprio che a tutti questa storia ce l’hanno raccontata un po’ come hanno voluto, omettendo di qua e di là.

Se andiamo indietro con la memoria, oltre questi ultimi secoli patriarcali di guerra, violenza e dominio, in cui la svalutazione del Femminile ha visto la donna assumere due ruoli o quello di Madre Vergine o quello di prostituta, scopriamo delle civiltà cosiddette Matriarcali, chiamate anche società di pace, dove al contrario di come viviamo oggi, la figura della donna era centrale.

Ma cosa c’entra questo con il nostro ciclo mestruale?
Ebbene, la donna era ritenuta sacra proprio per il potere che possedeva grazie al ciclo mestruale. Il suo sanguinare ogni mese era visto come una morte ed una rinascita simbolica. Diciamo che la donna era la rappresentazione in miniatura di un più grande mistero di Vita, Madre Terra.

Come Madre Terra che quotidianamente si riposa con il giorno e la notte ed ogni tot mesi con l’alternarsi delle stagioni si rigenera, cresce, si espande, appassisce, muore di nuovo per rinnovarsi, anche noi donne siamo in grado ogni mese di ripercorre i cicli stagionali a seconda della fase mestruale che il nostro utero, le nostre ovaie e noi con loro stiamo vivendo.

Riscoprendo questa tradizione lontana che risiede nelle nostre memorie cellulari, la nostra ciclicità assume un altro sapore, un altro odore, un’altra emozione. Il ciclo mestruale è, quindi, ciò che più ci connette alla Natura ed è il riflesso di ciò che accade in essa.

E allora se sappiamo accogliere questa magia e sappiamo vivere rispettando questa bellezza di cui siamo portatrici, il ciclo mestruale diventa un potente strumento di guarigione, di connessione con noi stesse e con i ritmi della Natura.

La nostra ciclicità ed il nostro sangue ci parlano di quello che sta accadendo dentro di noi. Sono come delle voci interiori gentili che se siamo disposte ad ascoltare ci possono aiutare a capire come stiamo mentalmente, fisicamente ed emotivamente. Il ciclo mestruale è l’indicatore della nostra salute di donne. Ci parla di cosa tratteniamo, di come ci alimentiamo attraverso il cibo e in senso più ampio con cosa ci nutriamo attraverso la nostra quotidianità, le nostre relazioni, le nostre emozioni ed i nostri pensieri. Ci parla di quello che desideriamo e di quello che, invece, vogliamo lasciare andare. Ci aiuta a coltivare la nostra creatività e la nostra bellezza di donne.

Spetta a noi ora Donne di questo nuovo millennio risvegliare una consapevolezza tanto antica. Risvegliamola, però, non solo nella nostra testa, ma anche nel nostro corpo per fare pulizia di quelle memorie, di quei retaggi e condizionamenti che adesso categoricamente non possono più far parte di noi.
Una volta trovata la nostra guarigione con il nostro femminile, non potremo che trovare l’equilibrio interno tra il nostro maschile ed il nostro femminile e questo potrà riflettersi all’esterno di noi, permettendo al maschile che ci sta a fianco di fare lo stesso con il nostro aiuto e nutrimento.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

366 3402454
val.vavassori@gmail.com
www.valentinavavassoriosteopata.com
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Quando ci si può considerare “avanzati” nello yoga, quindi non più dei principianti?

Ovviamente quando si conoscono i nomi in sanscrito delle asana, le sequenze dei saluti al sole a memoria e si è capaci di portarsi il piede dietro la testa (meglio se entrambi) e di fluttuare da una posizione all’altra passando sempre da un handstand.

E’ vero?!

This is not, of course 🙂

Se così fosse, i ballerini o i ginnasti sarebbero i migliori yogis al mondo!

Se saper stare in equilibrio sulle mani non fa di me uno studente avanzato, allora cosa fa la differenza?

Uno dei messaggi più difficili da far comprendere a chi inizia a frequentare le lezioni di yoga è l’importanza dell’ascolto e del rispetto di se stessi e del proprio corpo durante la pratica.

L’idea che lo scopo dello yoga sia di dover raggiungere la posizione finale spesso si insinua nella mente del praticante diventando un ostacolo lungo il percorso.
Ma come tutti gli ostacoli, anche quest’idea può diventare nostra maestra e insegnante.

Oggi che siamo nell’era dei social, dell’apparenza e dell’immagine, è ancora più facile che il tappetino yoga diventi il luogo dove tornano a galla le nostre insicurezze, spesso con radici nella nostra infanzia, che ci spingono inconsciamente a dover dimostrare di essere bravi abbastanza o anche migliori degli altri. Per far questo siamo disposti ad esasperare la posizione pur di dimostrare che non siamo da meno o semplicemente per poter dire: “ecco, ce l’ho fatta anch’io!”

Ci confrontiamo con le altre persone nella stanza – o sui social – ma in realtà la vera battaglia è con noi stessi e divenirne consapevoli è il primo passo, perché la pratica dello yoga è anche e soprattutto un cambiamento interiore ed uno studente “avanzato” è colui che inizia a sperimentare questo cambiamento, da fuori a dentro.’

L’obiettivo dello yoga infatti non è mai la meta, ma il viaggio in sé.

Perciò, da cosa si riconosce uno yogi “avanzato”?

  1. Rispetta il suo corpo nel momento presente

Uno yogi ha imparato ad ascoltare e riconoscere i bisogni del proprio corpo, consapevole che ogni giorno è diverso essendo soggetto a più fattori, sia emotivi che fisici. Può essere che ieri arrivava a toccarsi la punta dei piedi e oggi arriva con le mani alle ginocchia.. lo yogi è in pace con questo e si gode il semplice fatto di allungarsi, a prescindere da dove arrivano le sue mani 🙂

  1. La sua attenzione durante le asana va al respiro

Lo yoga è una pratica di consapevolezza e la prima attenzione va al nostro respiro. Per questo durante la pratica, il primo intento dello yogi è quello di tenere l’attenzione quanto più a lungo nella respirazione, lasciando che sia lei a guidare il movimento. Ogni volta che si accorge che non sta respirando, semplicemente ne prende atto e ritorna con la consapevolezza nel respiro e nel corpo.

  1. Si confronta solo con se stesso

Il viaggio attraverso cui lo yoga ci accompagna rimane sempre soggettivo, dipende dal punto di partenza, dalle proprie esperienze passate, dalle ragioni che ci hanno spinto in primo luogo a salire sul tappetino. Per questo lo yogi non si confronta con gli altri, perché è consapevole che ognuno ha un’esperienza interiore diversa. Semmai, lascia che gli altri siano un’ispirazione!

  1. Si gode il viaggio

Lo yoga è un viaggio che dura tutta la vita, ogni pratica ci porta sempre più profondamente a scoprire noi stessi, rivelandoci chi siamo nel corpo e nella mente. Non esiste punto d’arrivo, è una costante evoluzione e cambiamento. Per questo lo yogi ha imparato a godersi il viaggio, scoprendo in esso la vera essenza della pratica.

  1. Ama se stesso

L’amore per se stessi non è argomento facile, al mondo d’oggi viene spesso scambiato per egoismo. Bisognerebbe prima amare gli altri, giusto?
Lo yoga porta poco a poco a riscoprire un genuino amore per se stessi, per chi si è, a prescindere dalle cose che si fanno, da come si appare, dagli obiettivi raggiunti o dalle proprie capacità. Lo yoga ci fa fare pace con noi stessi, ci mostra buio e luce dentro di noi e con la pratica costante, ci dona la capacità del perdono e dell’accettazione.

Uno yogi avanzato si riconosce perché ha imparato a rispettare i propri limiti, a celebrare i propri successi e a godersi il viaggio della vita in compagnia innanzitutto di se stesso.

E tu sei d’accordo? Hai iniziato a sperimentare qualcuno di questi cambiamenti? O magari degli altri? Fammi sapere!

Enjoy your journey.

Namastè

 

Michela Aldeghi – ideatrice di vivoYOGA e E.Motion Artist, artista delle emozioni e dell’energia in movimento.
Studentessa e insegnante di yoga e meditazione, curiosa esploratrice e instancabile viaggiatrice.

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