Cari yogis, bentornati!

Dato che stiamo affrontando un percorso di alimentazione prettamente a base vegetale, mi sembra giusto dare la giusta attenzione ai fondamentali proteici: i legumi. Ho pensato quindi di dedicare ad ognuno di loro la giusta attenzione, dedicandogli degli articoli speciali.

Ho deciso di iniziare con i ceci, perché prima di cambiare alimentazione, non li conoscevo, non sapevo come cucinarli e quindi li evitavo. Poi durante i viaggi mi sono innamorata dei falafel e ho deciso di iniziare a sperimentarli e li ho amati.

Ecco qui alcuni dei miei must. Bon appétit!

Vellutata di ceci, porri e cavolfiore

INGREDIENTI:

  • 250gr di ceci già cotti
  • 1 porro
  • 1 cavolfiore
  • 3 patate
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Mondate il cavolfiore e tagliatelo a pezzetti, fate la stessa cosa con le patate e lessate in abbondante acqua. Nel frattempo rosolate il porro tagliato a rondelle e i ceci.

Quando cotti, scolate le patate e il cavolfiore e trasferiteli in una ciotola, aggiungete il porro e i ceci, aggiustate di sale e frullate il tutto.

Se risulta troppo liquida potete rimettere la vellutata sul fuoco fino a raggiungere la densità desiderata. Servite la vellutata ben calda.

A seconda dei vostri gusti, potete usare delle spezie a piacere. Curry e curcuma sono le mie preferite!

Pasta e ceci

Pasta e ceci è un tipico piatto della cucina del Sud Italia di origine molto antica. È un primo piatto povero, ma molto nutriente.

INGREDIENTI:

  • 200gr di pasta integrale corta
  • 400gr di ceci già cotti
  • 200ml di panna di soia
  • foglie di alloro
  • olio evo
  • pepe

PREPARAZIONE:

Lasciate i ceci in ammollo tutta la notte, sciacquateli bene e poi fateli cuocere per ca. un’ora in abbondante acqua (il doppio del loro volume, quindi ca.800ml) e con un paio di foglie di alloro.

Una volta cotti, mettete da parte un terzo dei ceci e frullate quelli rimasti nella pentola. Aggiungete ai ceci frullati la pasta e i ceci interi e fate cuocere, finché la pasta non sarà pronta. Se serve, aggiungete nuovamente dell’acqua.

A fine cottura aggiungete la panna e alzate la fiamma fino a far evaporare l’acqua e raggiungere la densità desiderata. Servite con un filo d’olio a crudo e una spolverata di pepe.

Falafel agli spinaci

Rivediamo ora uno dei miei piatti etnici preferiti: i falafel! Io li adoro e quindi vi ripropongo la versione invernale con gli spinaci, in combinazione perfetta con il tortino di patate e cipolle. Bon appétit!

INGREDIENTI:

  • 350gr di ceci già cotti
  • 300gr di spinacino
  • 1 cipolla dorata
  • 1 spicchio di aglio
  • farina di ceci o pangrattato
  • prezzemolo
  • cumino
  • sale
  • pepe
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Lessate gli spinaci, scolateli e quando si sono raffreddati, strizzateli bene per eliminare il liquido in eccesso.

Scolate i ceci e metteteli nel mixer. Aggiungete gli spinaci, la cipolla tagliata a pezzetti, lo  spicchio di aglio, il prezzemolo, un cucchiaino di cumino e due cucchiai circa di pangrattato o di farina di ceci. Regolate infine di sale e pepe.

Frullate il tutto per un paio di minuti, finché tutti gli ingredienti si saranno amalgamati.

Formate ora delle polpette  (a me piacciono belle tonde) e passatele nel pangrattato o nella farina di ceci. Spennellatele con l’olio e disponetele sulla teglia del forno ricoperta con la carta da forno.

Fate cuocere i vostri falafel in forno caldo a 190° per circa 20/25 minuti, finché non saranno dorati.

Tortino di ceci, patate e spinaci

INGREDIENTI:

  • 250gr di ceci già cotti
  • 2 patate
  • 1 cipolla dorata
  • spinacino
  • timo
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Lavate e sbucciate le patate e la cipolla, tagliatele a fettine sottili e fatele rosolare in una padella con l’olio e il timo per una decina di minuti. Aggiungete infine i ceci già cotti e fate cuocere per altri 3-4 minuti a fuoco moderato. A parte fate saltare con un filo d’olio lo spinacino.

Con un coppapasta create 4 tortini, uno su ogni piatto, facendo la base di patate, cipolle e ceci e lasciando sopra gli spinaci. Decorate con dei semi di sesamo.

Hummus

Last, but not least: Sua Maestà, l’hummus!!

Cari yogis, se non ne siete già dipendenti, lo diventerete presto, non ho dubbi! Ricetta mediorientale, originaria della tradizione culinaria araba. Perfetta spalmata su pane e crostini, per accompagnare verdure crude in pinzimonio, oppure servito insieme ai nostri falafel. L’hummus è diventato il re indiscusso dei miei aperitivi in casa e, facendolo sempre in abbondanza, è stato più volte il salvavita per i pranzi dell’ultimo minuto.

Vediamo ora la ricetta originale, poi sbizzarritevi…io ne ho fatte mille versioni, ma le mie preferite sono quella con le olive e quella al basilico.

INGREDIENTI:

  • 500gr di ceci già cotti
  • 50gr di tahina
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 limone
  • olio evo
  • sale

PREPARAZIONE:

Frullate i ceci aggiungendo la tahina, l’aglio, l’olio, il limone e il sale. La crema che dovrete ottenere dovrà essere densa e senza grumi.

Se è troppo asciutta, per renderla più cremosa, potete aggiungere un po’ di acqua di cottura dei ceci o l’acqua dei ceci in scatola.

Servitelo con un filo di olio e decoratelo con i semi di sesamo e la paprika.

**Ceci secchi

Se volete usare i ceci secchi, al posto di quelli in barattolo, ecco a voi il procedimento.

Mettete in ammollo i ceci per 12 ore nel doppio del loro volume (es. 250gr di ceci in 500ml di acqua). Potete metterli a bagno la sera, per utilizzarli la sera seguente.

Trascorso questo tempo, scolateli, sciacquateli molto bene e metteteli a cuocere per circa 2 ore in abbondante acqua. Una volta cotti, sciacquateli nuovamente sotto l’acqua corrente.

 

Lara Salacucina a sentimento perché non peso, non doso, ma provo, assaggio e ritocco mentre cucino.

Yogini da qualche anno, grazie a Michela che mi ha fatto innamorare di questa disciplina e che ogni tanto cerco di corrompere con qualche esperimento culinario. 😉 Vegetariana, amo mangiare, ma amo altrettanto cucinare per me e per i miei cari ed amici. 

Spero di “soddisfare” i vostri palati e di farvi scoprire che cambiare alimentazione non è assolutamente limitativo, anzi c’è tutto un mondo da scoprire! Ancora oggi, dopo quasi dieci anni di vegetarianesimo, non sono caduta nella monotonia in cucina.

Vi chiedo di seguire le ricette, ma di seguire anche il vostro istinto e le vostre papille, sperimentando! Io sarò assolutamente felice di sentire le vostre opinioni e vedere le vostre rivisitazioni. 

 Vuoi chiedermi qualcosa? Ecco come metterti in contatto con me:

Lara Sala

Lara Sala

Quando ho scelto di intraprendere il percorso di osteopatia finito il liceo ancora non sapevo cosa volesse significare utilizzare le proprie mani come strumento di cura. Ancora oggi quando mi approccio per la prima volta ad una persona ci sono sensazioni nuove che le mie mani non hanno mai conosciuto. Ogni volta è un’esperienza diversa ed unica.

L’entrare in contatto con il campo fisico di una persona è un’azione che ha una risonanza non solo nella persona che viene toccata, ma anche nel terapeuta che sta toccando. La particolarità del tocco sta proprio nella sua caratteristica di reciprocità e di bilateralità:

“Non puoi toccare senza essere toccato, non puoi essere toccato senza toccare”
La pnei e le discipline corporee: il tocco e l’interocezione di F. Cerritielli e G. D’Alessandro

La modalità con cui le mani dell’operatore entrano in contatto con il corpo fisico della persona va ad attivare vie neurologiche differenti, che a loro volta possono attivare schemi di risposta diversi. A seconda di come si tocca la risposta del sistema corpo-mente-spirito, quindi, cambia.

Cosa ci dice la scienza?

Ad oggi sappiamo che esistono due tipi di tocchi differenti: uno chiamato discriminativo ed uno chiamato affettivo.

Il primo viene distinto in quel tocco che regola l’organizzazione di un atto motorio come l’afferrare un oggetto o il camminare, il secondo, invece, come dice la parola è il tocco legato alla sfera psico-affettiva.

Il nostro corpo è così intelligente da aver costituito due binari nervosi diversi a seconda di come veniamo toccati. Un tocco più leggero, ad esempio, attiverà il nostro sistema affettivo e riconosceremo quel tocco che evocherà tutta una serie di reazioni psico-emotive a seconda della nostra storia personale immagazzinata e registrata nel corpo. Un tocco più deciso e forte eliciterà il nostro sistema discriminativo, disattivando, in parte, quelle vie nervose legate alle nostre emozioni. È chiaro che questa distinzione non è così netta, in quanto i due sistemi neurologici rimangono in continua comunicazione ed integrati fra loro.

Il tocco affettivo è quel tocco che viene sviluppato dal concepimento ai primi anni di vita e che fa da base alla relazione madre-figlia/o. Si è visto, infatti, come il contatto materno provochi degli effetti sulla gestione e sulla risposta allo stress da parte del neonato e come un’assenza di questo contatto od una precoce separazione provochi un’alterazione di tutto questo asse, influenzando la nostra capacità di gestione dello stress anche nella vita adulta. Questo è solo uno degli aspetti che la scienza evidenzia riguardo la relazione di contatto madre-figlia/o. Centrale è il fatto che la relazione di contatto è la base per lo sviluppo del nostro equilibrio fisico, affettivo e psichico.

“Si può considerare il contatto affettivo come lo stimolo per il sistema nervoso-vegetativo e quello neuro-ormonale e quindi come necessario alla creazione di un repertorio senso-motorio omeostatico plastico che risponde adeguatamente agli stimoli ambientali: in una parola adattamento.”
La pnei e le discipline corporee: il tocco e l’interocezione. F. Cerritielli, G. D’Alessandro

Le nostre mani, quindi, sono i veicoli di una comunicazione non verbale, sottile ed emotiva. Pensate a quando siamo sconfortati ed un amico ci mette una mano sulla spalla e ci dà una “strizzatina”, in quel momento sentiamo un sostegno che arriva nel profondo, che appunto ci conforta; pensate a cosa si muove dentro quando la persona per cui iniziamo a provare un sentimento ci sfiora la pelle; pensate ancora a quella persona con cui non abbiamo nessun legame che ci tocca e dentro ci sentiamo come se avesse invaso i nostri confini.

Tutto questo viene portato in modo silenzioso dalle nostre mani e solo se sappiamo ascoltarci ed ascoltare possiamo connetterci davvero con ciò che evocano.

Nell’ambito terapeutico osteopatico una delle grosse differenze è quando l’operatore adopera un tocco consapevole oppure inconsapevole (di cui è stata vista la differente attivazione cerebrale di uno rispetto che dell’altro). Ciò significa che se io operatore nel momento in cui vado a contattare con le mie mani l’altra/o non sono connesso con il mio corpo e con il mio respiro, ma pensando ad esempio a cosa dovrò fare una volta finita la sessione, la mia efficacia terapeutica, la mia capacità di sostenere quel sistema sarà deficitaria per una mancanza di presenza corporea.

A volte le mani sanno dove andare e cosa fare senza che la mente ne conosca il motivo. Sono mosse dall’istinto e dal cuore ed è in quei momenti che la cura e la guarigione avvengono come per magia sia per la persona che sta ricevendo che per la persona che sta dando.

Il tocco affettivo terapautico, in realtà, non è solo quello che un osteopata, un massaggiatore ayurvedico o shiatsu o quello di altri terapisti che utilizzano il veicolo delle mani possono donare. Infatti, si è visto che già di per sé il tocco umano è in grado rassicurare il nostro sistema mente-corpo-spirito diminuendo il livello di ansia, dolore e preoccupazione.

Una delle cose meravigliose che possiamo fare per sperimentare il significato del tocco affettivo è quella di imparare ad auto-toccare il nostro corpo, a portare consapevolezza e gentilezza nelle nostre mani quando entriamo in relazione con noi stessi per sviluppare la nostra capacità di sentire, quella che la scienza chiama interocezione. La prima cosa da notare è anche quanto permettiamo a noi stessi di percepire con le mani il nostro corpo, quante volte tocchiamo il nostro viso, le nostre spalle, la nostra pancia con amore?

L’auto-palpazione ha anche la forte capacità di aiutarci ad auto-regolarci, ad esempio è un ottimo strumento per quando si scatena dentro di noi una sensazione di ansia o di paura. Il toccare il nostro corpo con presenza, forza, sostegno ed amore ci permette di abbassare i livelli di stress e di modulare il nostro sistema nervoso.

 

Provate a fare questo esperimento:

Sedetevi e trovare una posizione comoda. Iniziate a connettervi con il vostro respiro che sorge spontaneo nell’addome. Dopo circa una decina di respiri portare le vostre braccia attorno al vostro torace, come se voleste auto-abbracciarvi e state lì sempre in connessione con il respiro profondo e lento. Rimanete in questa posizione ed osservate cosa si manifesta dentro di voi. Qualunque sia l’emozione o la sensazione che si presenta rimanete in questo lungo contatto con voi stessi ad osservare cosa questo fa emergere. Osservate se vi sentite a vostro agio oppure se offrite delle resistenze a voi stessi irrigidendo il resto del corpo oppure se è proprio ciò di cui avevate bisogno. Non c’è una risposta corporea corretta o sbagliata, c’è solo quello che questo gesto di affetto nei vostri confronti fa emergere in voi. Rimanete con quello c’è. Poi quando ve la sentite, in modo lento, sciogliete l’abbraccio e con calma risollevate la testa. Rimanete ancora un attimo con gli occhi chiusi, fate tre bei respiro, espirando completamente dalla bocca e riaprite gli occhi.


In una società in cui il sentire è stato messo da parte per privilegiare un approccio mentale è necessario recuperare questa capacità di ascolto di noi stessi e dell’altro, in quanto l’ascoltare il nostro corpo ci permette di ascoltare meglio anche l’altro ed entrare in una relazione autentica. Le mani per noi tutti, quindi, possono essere uno strumento di guarigione e di riconnessione con noi stessi dandoci la capacità di percepire zone corporee che avevamo dimenticato o che non abbiamo mai conosciuto, permettendoci di stare presenti a noi stessi e alla nostra vita.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

366 3402454
val.vavassori@gmail.com
www.valentinavavassoriosteopata.com
osteopatia-Valentina Vavassori

Quando subiamo un grande dolore generalmente è perché abbiamo perso qualcosa: la fiducia in una persona a noi cara, una certezza che era alla base delle nostre credenze quotidiane, un legame affettivo od un’amicizia, una persona vicina che è uscita dalla nostra vita, un animale domestico e qualsiasi cosa o legame che rappresentava per noi un mattoncino fondamentale nella nostra esistenza. 

Un grande dolore corrisponde ad un lutto da elaborare: qualcosa è stato perso, o si è allontanato, e noi dobbiamo ricominciare senza quel pezzo che fino ad oggi ci caratterizzava: è importante recuperare quella parte di noi che era strettamente connessa a ciò che abbiamo perso, in quanto possiamo tollerare la perdita di un oggetto d’amore, ma non possiamo perdere dei pezzi vitali di noi stessi.

Come farlo?
Cercando di non identificarsi con l’oggetto perduto, bensì lavorare quanto più possibile sul riconoscere la propria identità, autonoma e funzionante.

Prima o poi ognuno di noi è invitato a farci i conti, all’inizio ci sentiamo persi e ci sembra impossibile continuare e trovare le forze, tornare ad amare o avere fiducia. Importante è non negare l’emozione, ma restarci in contatto, percepirla e lasciare che si esprima, coi suoi tempi e le sue modalità, diverse per ognuno di noi.

Ritengo importante sfatare il mito per il quale ci siano delle tappe fondamentali e imprescindibili per affrontare il dolore, ma al contrario credo non vi sia nulla standardizzabile: la cosa più importante nei momenti di grande sofferenza è non lasciarci influenzare da quello che “dovremmo sentire” o “dovremmo fare”, bensì ascoltarci e fare quello che sentiamo possa farci star bene, anche se è diverso da quello che ha fatto la nostra cara amica “che ci è già passata e ci assicura che ci farà star meglio”, “fidati di me!”.. Piuttosto fidiamoci di noi stessi! Questo non vuol dire isolarci, perché spesso il supporto e la vicinanza delle persone care è di grande aiuto nei momenti di transizione e rinascita.

Anche i nostri amici cristalli possono venirci in aiuto con le loro energie sanatorie e riequilibranti. Il consiglio è quello di indossare e portare la pietra con noi durante le varie fasi di guarigione. I tempi variano e, se riusciremo a stare in ascolto, ci verrà facile comprendere quando siamo pronti per lo step successivo. 

Photo credit: géry60 on Visual hunt / CC BY-ND

A livello temporale, dopo una grave perdita, la RODONITE è il primo cristallo che ci può essere d’aiuto. Anche conosciuto come “cristallo rescue”, “pietra del pronto soccorso” o “pietra della riappacificazione”: in caso di traumi o shock aiuta a superare lo stato confusionale e donare sostegno morale. Inoltre la Rodonite ci aiuta a superare le ferite, donandoci la forza per andare oltre i torti subiti, liberando l’animo da rabbia e dolore. Non da meno, questo cristallo ci sostiene nel mantenere il controllo nelle situazioni di pericolo o crisi, mostrandoci come la vendetta non sia la soluzione a prevaricazioni o aggressioni.  

Quando sentiremo di aver superato la frustrazione, la forte rabbia, la delusione, riuscendo ad osservare la situazione di perdita realmente per quello che è stato, il suggerimento è quello di passare alla MALACHITE. Essa ci porta in contatto con le nostre reali emozioni, rimuovendo le inibizioni e favorendo l’espressione delle proprie emozioni. Questa pietra ci induce la capacità di osservare più attentamente, anche mettendoci nei panni degli altri per meglio comprenderne pensieri e sentimenti.  Inoltre, cosa non da poco, stimola il gusto per l’estetica e la ricerca del bello. E’ buona alleata anche per lo spirito dell’amicizia e della giustizia, ottimi compagni nel processo di guarigione.

A  questo punto, quando iniziamo nuovamente ad accorgerci che il mondo intorno a noi è bello, che ci sono persone meritevoli del nostro affetto e cause per cui vale la pena continuare a vivere ed investire energie, è il momento per indossare la RODOCROSITE: con lei l’ottimismo entrerà nella nostra vita dalla porta principale, portando con sé amore incondizionato per ogni cosa. E’ bene ricordare che prima di poter amare qualcun altro il primo passo sarebbe amare la vita, i piccoli doni della quotidianità, ma soprattutto amare noi stessi. Per questo la rodocrosite è un buon aiutante, perchè ci induce quelle energie per godere appieno della vita rendendoci attivi, spontanei e dinamici. Rasserena l’animo, rende fluida l’espressione dei propri sentimenti, stimola nuove idee e facilita il lavoro.

Il processo di rinascita è al pieno, siamo persone nuove che abbiamo avuto il coraggio di affrontare il dolore, sanarlo per poi volgere nuovamente lo sguardo a ciò che c’è di bello nella vita. 

Ed è a questo punto che, se lo si desidera, ci si può affacciare ad un nuovo amore, completo, con il valido supporto del QUARZO ROSA. Da secoli considerato la pietra della fertilità, esso è in assoluto la pietra che rafforza la capacità di amare, se stessi e gli altri. Dona elasticità mentale, generosità, apertura, positività e capacità di identificarsi con gli altri: tutte caratteristiche fondamentali per poter stare in sintonia con chi ci circonda.

Importantissimo, lasciare da parte il giudizio e se sentite che il dolore è troppo forte ricordatevi le parole di una mia carissima amica psichiatra che ci tiene a dirvi “di ricordarsi che non siamo soli e che in alcuni momenti occorre chiedere aiuto, occorre farsi accompagnare per un piccolo pezzo di strada per poi poter tornare a camminare da soli. Piangere, soffrire, provare rabbia, non sentire più nulla, non sono sinonimi di follia. Ricordiamoci che siamo una rete, un sistema che può funzionare solo se ci tendiamo la mano. Non sempre si può superare tutto da soli. Rivolgersi ad un professionista della salute mentale con cui parlare e trovare insieme la soluzione per uscire dal buio è una possibilità da considerare nei momenti in cui la vita sembra aver perso i suoi colori.”

Non abbiate fretta, donatevi tutto il tempo necessario e godetevi la vostra guarigione, ve lo meritate fino nel profondo! 

 

Silvia Lorenzini – detta Sisa. Laureata in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica, insegnante yoga e incurabile appassionata di tutto ciò che mi fa vibrare il corazón!
Vuoi chiedermi qualcosa, collaborare con me o acquistare le mie creazioni? Ecco come metterti in contatto con me:

info@yogaconsisa.it
Los colores de Sisa
Yoga con Sisa
www.yogaconsisa.it

Una volta iniziato il mio percorso verso un’alimentazione a base vegetale è diventato naturale interessarmi anche alla qualità dei cibi che acquisto e mangio. Vi chiederete, ma come, prima non lo facevi? No, ad essere sincera no!

Ho quindi iniziato a fare un po’ di ricerche e a parlarne con gli amici, e il primo passo è stato quello di andare al mercato per l’approvvigionamento di cibi freschi. Una volta visto che potevo permettermi di fare la spesa ogni 2 o 3 settimane, perché la verdura e la frutta si conservavano tranquillamente, non ho più messo piede al supermercato per l’acquisto dei prodotti freschi. Ovviamente dovrete farvi un po’ l’occhio e imparare a scegliere i banchi con i prodotti più freschi.

Nel frattempo mio padre ha iniziato a dedicarsi all’orto e tuttora mi rifornisce di verdura in estate ed autunno. Non potrei esserne più felice e mi ritengo immensamente fortunata! E consiglio vivamente, a chi ne ha l’opportunità, di fare un piccolo orto, sarà una grande soddisfazione e anche il vostro palato vi ringrazierà!

Ho comunque continuato a fare ricerche, finché ho scoperto il magico mondo della spesa a filiera corta. In cosa consiste? Nel fare la spesa dai produttori locali. Che dire? Fantastico! Fantastico per tanti motivi: per una questione di freschezza, per il rispetto della stagionalità e della varietà.

Non dimentichiamoci che in qualsiasi dieta sana ed equilibrata non possono mancare frutta e verdura, alimenti estremamente benefici, perché ricchi di elementi utili a tante funzioni del nostro organismo. Ormai però si sottovaluta l’importanza di mangiare frutta e verdura di stagione, perché siamo abituati a poter usufruire di fragole e frutti di bosco in pieno inverno, delle arance in piena estate, ecc.

Seguire la stagionalità degli alimenti ci assicura però una dieta varia e ben bilanciata per il nostro organismo. La natura ha, anche in questo caso, un ciclo perfetto: ad esempio, d’estate ci offre frutti ricchi d’acqua e rinfrescanti, mentre d’inverno prodotti ricchi di vitamina C per prevenire i malanni di stagione.

Quindi nei mesi in cui non avevo la verdura dell’orto di papà, ho iniziato a fare la spesa direttamente nell’azienda agricola, dove vengono coltivate frutta e verdura. Vi chiederete come ho fatto a trovarla…è vero che da ragazza di campagna cammino ore ed ore col mio cane per prati e boschi, ma non ho trovato l’azienda agricola per caso, né ho passato in rassegna tutti i casolari del territorio. Ho trovato l’azienda agricola grazie al sito Considero Valore, in cui trovate una mappatura di piccole aziende agricole e altre realtà di artigianato alimentare, che la sua fondatrice Antonella Gallino continua ad aggiornare ed arricchire. Antonella, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, crede molto nel suo progetto che porta avanti dal 2014 con immensa scrupolosità ed attenzione, andando personalmente a conoscere i produttori. https://www.considerovalore.it

L’ultimo passo fatto, di cui sono molto soddisfatta, è stato iscrivermi ad un Alveare, che ha come punto di ritiro il centro sociale a 100mt da casa mia e che per me è come una seconda casa. Il fatto che abbiano deciso di aderire a questa rete di acquisto mi ha resa molto felice ed orgogliosa, e ancor più vedere che molte persone vi aderiscono. Finalmente la gente si sta svegliando!

Tramite l’alveare, tutte le settimane potete fare la vostra spesa online (dal sito o dalla app) scegliendo i prodotti disponibili al momento (frutta, verdura, legumi secchi, riso, pane e farine, carne, formaggi, marmellate, vino, ecc..) e ritirarli nel giorno stabilito direttamente dalle mani dei produttori. Per maggiori informazioni, consultate il sito https://alvearechedicesi.it/it

Ci tengo anche a sottolineare che fare una spesa a filiera corta significa anche dare il proprio contributo all’ecosostenibilità. Perché?

Innanzitutto per la provenienza: acquistando prodotti locali si riduce in modo sostanziale il proprio impatto ambientale riducendo le emissioni causate dal trasporto (inoltre, dopo un lungo trasporto i prodotti avranno perso parte dei loro importanti nutrienti).

Per il packaging: facendo la spesa dai produttori locali riusciamo a ridurre i nostri rifiuti, perché non hanno bisogno di imballi e usano packaging solo se costretti (es. barattoli di vetro per yogurt, marmellate e salse) e spesso ne accettano persino il reso. Per frutta e verdura, per esempio, riutilizzano cassette di legno o al massimo sacchetti di carta (ottimi per conservarle in frigorifero). Carne e formaggi vengono avvolti solo in fogli di carta per alimenti, quindi niente vaschette di plastica o polistirolo e pellicole aggiuntive. Inoltre potete portare le vostre borse riutilizzabili e ritirare il tutto.

Quindi cosa aspettate? Abbandonate i supermercati affollati e andate a conoscere i produttori vicino a casa vostra, non ne rimarrete delusi!

 

Lara Salacucina a sentimento perché non peso, non doso, ma provo, assaggio e ritocco mentre cucino.

Yogini da qualche anno, grazie a Michela che mi ha fatto innamorare di questa disciplina e che ogni tanto cerco di corrompere con qualche esperimento culinario. 😉 Vegetariana, amo mangiare, ma amo altrettanto cucinare per me e per i miei cari ed amici. 

Spero di “soddisfare” i vostri palati e di farvi scoprire che cambiare alimentazione non è assolutamente limitativo, anzi c’è tutto un mondo da scoprire! Ancora oggi, dopo quasi dieci anni di vegetarianesimo, non sono caduta nella monotonia in cucina.

Vi chiedo di seguire le ricette, ma di seguire anche il vostro istinto e le vostre papille, sperimentando! Io sarò assolutamente felice di sentire le vostre opinioni e vedere le vostre rivisitazioni. 

 Vuoi chiedermi qualcosa? Ecco come metterti in contatto con me:

Lara Sala

Lara Sala

 

Sangue, fluisci dal mio ventre.

Sangue di vita, Sangue di morte, Sangue Sagrado.

Sangue di memorie, Sangue di dolore, Sangue di passione.

Insegnami ad onorare il ritmo della vita.

Con te, restituisco alla terra, una parte di me.

 

Come per la maggior parte di noi donne, il mio primo contatto con il sangue mestruale è avvenuto con la scoperta del sangue di mia madre. Mi ricordo che già da piccola identificavo i giorni del sangue come giorni particolari del mese, quelli in cui accadeva qualcosa. Un po’ per quelle storpiature di nomi che si è solite fare da bambine, ma forse anche perché già insita in me una consapevolezza antica, inconscia e collettiva l’ho sempre chiamato il signor Maestro.

Ed è proprio così, il nostro sangue mestruale è un maestro di salute corporea perché ci insegna qual è il nostro colore interno che abbiamo vissuto in quel mese o che stiamo vivendo nell’anno. La sua tonalità di rosso, la sua quantità, la sua densità e la sua durata sono per noi i segnali che ci fanno capire come sta la nostra pancia, il nostro cuore, la nostra testa ed il nostro spirito.

Nella mia pratica lavorativa mi è capitato di confrontarmi con molte donne, che alla parola sangue mestruale inorridivano o non volevano affrontare l’argomento, come se fosse un qualcosa di cui vergognarsi, un qualcosa di cui liberarsi in fretta perché sporco e schifoso. Il fatto di avere ribrezzo per il proprio sangue mestruale non fa parte della nostra natura femminile, ma nasce da quei condizionamenti maturati con l’instaurarsi, circa 6000 mila anni fa, di modelli socio-politici moderni: i patriarcati. Non a caso in parallelo a questo anche l’interpretazione della spiritualità, mutata in religione monoteista, predicava una visione della donna come essere inferiore ed impuro. Ad esempio nell’ebraismo, c’è il divieto di contatto tra uomo e donna quando questa ha le mestruazioni oppure per il cristianesimo il sangue delle perpuere è ritenuto più nocivo, tanto che queste neo madri necessitano di una pratica di riconciliazione e purificazione per la ri-ammissione ai luoghi di culto. Riferimenti di questo tipo li troviamo anche nella religione dell’Islam.

Tutto questo, però, è in contrasto con ciò che c’era in precedenza. Noi, uomini e donne, non discendiamo da questa visione distorta della natura femminile.

Durante l’era matriarcale, a cui dedicheremo degli articoli a parte per capire la loro organizzazione, la fase mestruale della donna era vissuta come un altissimo momento di sacralità e di potere. È vero le donne si isolavano, si ritiravano in luoghi in cui gli uomini non erano ammessi, non per i motivi denigratori, ma perché era un momento così intimo da poter essere condiviso solo con altre donne. Donne di tutte le età si trovavano a mestruare insieme nelle cosiddette tende rosse e condividevano sensazioni ed emozioni in un’ottica di crescita femminile comune. Capitava che tutte le donne della comunità mestruassero nello stesso momento e contemporaneamente alla fase di luna nuova (non vi è mai capitato di allinearvi con il ciclo di un’amica o di una sorella?). La magia di questi momenti consisteva nel fatto che le donne più anziane potevano trasmette alle più giovani il loro cammino di vita, la loro esperienza e le più giovani potevano trovare uno spazio sacro in cui condividere i dubbi o i timori per la loro nuova avventura di donne adulte.

Il menarca era considerato come l’iniziazione della donna, l’ingresso nel suo potere femminile. Anche gli uomini avevano dei riti di passaggio  per celebrare la fine dell’età puberale e l’inizio dell’età adulta. E sapete come creavano questi riti? L’elemento principale che veniva utilizzato era proprio il sangue attraverso il sacrificio. Non c’è forse un parallelismo in questo? Con la differenza che per noi questo rito fa parte della nostra natura. Nella società matriarcale dei Cuna, un popolo dell’America Centrale, il menarca non solo segnava questa acquisizione di consapevolezza femminile, ma “l’iniziata”, ossia la ragazza che mestruava per la prima volta, era considerata la personificazione e la reincarnazione di una delle sue antenate del clan. Da qui la tradizione di onorare la fertilità delle donne non solo per la capacità di dare alla luce, ma anche per la capacità di rinascita, onorando il potere alchemico femminile di trasformare la morte in vita.

Altra cosa affascinante: in queste strutture sociali matriarcali il sangue mestruale non veniva gettato. Oggi abbiamo un’idea distorta del nostro sangue a causa dell’uso degli assorbenti interni ed esterni che trasformano anche l’odore stesso in un qualcosa di davvero orripilante. Per chi, invece, ha già optato per un metodo di raccoglimento del sangue, quale ad esempio la coppetta mestruale (che oltre a farci rendere conto che non c’è nulla di schifoso è anche un metodo ecologico) può scoprire da sola che il sangue mestruale non puzza. E non c’è niente di schifoso nel guardarlo, odorarlo o toccarlo. È sangue. Come se ci tagliassimo un dito. Cambia la zona da cui esce, la nostra amata vagina, un luogo che ancora oggi rimane tabù. Ancora abbiamo vergogna a nominare la parola mestruazione in presenza di altre persone.

Ritornando al sangue che non veniva gettato… e allora cosa ne facevano? Il sangue, oltre ad essere maestro è anche magico. Veniva riutilizzato come offerta per i rituali di ringraziamento dedicati alla Madre Terra, come tintura per dipingere, decorare utensili conferendo e celebrando quotidianamente sacralità alla vita. A scuola ci hanno insegnato che nell’arte rupestre erano riportate scene di caccia… Sapete, invece, quante scene sono state riconsiderate e si è visto che altro non sono che scene di guarigione femminile o scene di parto? Addirittura troviamo raffigurazioni di figure femminili che mestruano o ancora ritroviamo proprio il sangue come colore principale per queste incisioni rupestri.

Ed oggi, sulla magia del nostro sangue mestruale abbiamo delle conferme di questo sapere antico intuitivo dalla ricerca scientifica, visto che noi occidentali senza certezze matematiche non sappiamo vivere. Il nostro sangue mestruale contiene delle proteine uniche e da lui si può attingere per estrarre le tanto preziose cellule staminali. Quindi, ecco la sua magia e il potere che noi donne portiamo. Il nostro sangue è un sangue di procreazione, contiene in sé una sua vitalità che può essere riutilizzata. Potrebbe essere questo il motivo che spiega il perché le nostre antenate lo utilizzassero anche negli impasti del pane. Che lo sapessero già?

Ricollegarmi alla storia antica delle nostre ancestrali ha creato in me delle consapevolezze, dei gesti spontanei che nessuno mi ha insegnato, ma che erano lì, che attendevano solo di essere risvegliati. Il donare il sangue ogni mese mi è venuto spontaneo, l’osservarlo, gioire del suo colore rosso sono tutte cose che sono maturate dopo essermi riconnessa con la storia femminile dalla quale deriviamo.

Il sogno, che si apre dal mio cuore, è che sempre più questa magia venga risvegliata in altri cuori, che tutte noi possiamo riconnetterci a questa natura intuitiva che sta lì in attesa di essere accolta e sentire quanto farlo sia necessario in questo momento per la nostra guarigione personale, per la guarigione del rapporto che abbiamo con il maschile e per permettere di accogliere nuove vite che non debbano essere anche loro vittime di queste memorie di dolore che si perpetuano e si protraggono di generazione in generazione. Partiamo dalla cura e dall’accoglienza dalle memorie del nostro ventre, del nostro utero e del nostro sangue e sanare, pulire, purificare per poi espanderci con amore nel cuore.

 

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Cari yogis, bentornati!

Questo mese lo tingiamo di verde!

È uno dei miei colori preferiti in tutte le sue varianti e, secondo la cromoterapia, ha effetti calmanti e dona senso di equilibrio. Non so voi, ma io ne ho un estremo bisogno dopo una fine dell’anno molto intensa e un inizio che lo è altrettanto.

Ho scelto di concentrarmi su broccoli e spinaci, anche se so che molte persone non amano questi due ortaggi. Perciò vorrei che li guardaste con occhi nuovi, diamogli un’altra chance!

Inoltre non dimentichiamoci che hanno importanti proprietà antiossidanti e aiutano a rinforzare il sistema immunitario e per il basso contenuto calorico sono ottimi se non si vuole aumentare di peso!

Broccoli alle mandorle

INGREDIENTI:

  • 300gr di broccoli
  • 1 spicchio d’aglio
  • mandorle a lamelle
  • sale
  • pepe
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Mondate i broccoli, sciacquateli bene e divideteli in cime piccole. In una padella fate rosolare lo spicchio d’aglio, aggiungete le cime e mezzo bicchiere d’acqua. Lasciate cuocere per ca.15 minuti con il coperchio. Spegnete il fuoco quando i broccoli saranno morbidi, senza che si sfaldino. Aggiungete quindi le mandorle a lamelle.

Potete mangiare questi broccoli come contorno oppure con del riso integrale semplicemente bollito.

Muffin ai broccoli

INGREDIENTI per 6 muffin:

  • 200gr di farina di farro
  • 300gr di broccoli
  • 90gr di panna di soia
  • 1 bustina di lievito per salati
  • semi di sesamo
  • sale
  • pepe
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Mondate i broccoli e divideteli in cime piccole. Sbollentateli in acqua leggermente salata per 5 minuti. Scolateli subito e lasciateli raffreddare.

In una ciotola unite la farina e il lievito, mescolate bene e poi aggiungete la panna di soia e ca. 100gr di olio. Amalgamate tutti gli ingredienti mescolando energicamente per qualche minuto, e infine aggiungete i broccoli.

Riempite gli stampini per muffin con il composto e decorate la superficie con i semi di sesamo. Cuocete in forno caldo a 200° per ca. 25 minuti. Prima di toglierli dal forno fate la prova dello stecchino!

Falafel agli spinaci

Passiamo ora ad uno dei miei piatti etnici preferiti: i falafel! Non so voi, ma io li amo! Qui ne vediamo una versione gustosissima con gli spinaci e un paio di modi in cui mangiarli.

INGREDIENTI:

  • 350gr di ceci (già cotti o in barattolo)
  • 300gr di spinacino
  • 1 cipolla
  • 1 spicchio di aglio
  • farina di ceci o pangrattato
  • prezzemolo
  • cumino
  • sale
  • pepe
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Lessate gli spinaci, scolateli e quando si sono raffreddati, strizzateli bene per eliminare il liquido in eccesso.

Scolate i ceci e metteteli nel mixer. Aggiungete gli spinaci, la cipolla tagliata a pezzetti, lo  spicchio di aglio, il prezzemolo, un cucchiaino di cumino e due cucchiai circa di pangrattato o di farina di ceci. Regolate infine di sale e pepe.

Frullate il tutto per un paio di minuti, finché tutti gli ingredienti si saranno amalgamati.

Formate ora delle polpette  (a me piacciono belle tonde) e passatele nel pangrattato o nella farina di ceci. Spennellatele con l’olio e disponetele sulla teglia del forno ricoperta con la carta da forno.

Fate cuocere i vostri falafel in forno caldo a 190° per circa 20/25 minuti, finché non saranno dorati.

Vediamo ora come possiamo mangiarli.

Variante 1

Accompagnate i falafel con del riso basmati, semplicemente bollito e condito con filo d’olio. Perché il piatto non risulti troppo asciutto, aggiungete una salsa a piacere. Le mie preferite? Salsa alla senape* oppure salsa yogurt**

Variante 2

Perché non usare i falafel avanzati per il pranzo del giorno dopo? Non ci resta che prendere una piadina o un panino, aggiungere la salsa a nostra scelta, dell’insalata e dei pomodori o altre verdure. 

*Salsa alla senape

INGREDIENTI:

  • 100ml di latte di soia o di riso
  • 50ml di olio di semi
  • 1 cucchiaino di succo di limone
  • 2 cucchiaini di senape
  • sale
  • pepe

PREPARAZIONE: Unite tutti gli ingredienti e mescolate.

**Salsa yogurt vegana

INGREDIENTI:

  • yogurt bianco di soia
  • 1 cucchiaino di succo di limone
  • 2 cucchiaini erba cipollina
  • 2 cucchiaini di olio di semi
  • sale
  • pepe

PREPARAZIONE: Unite tutti gli ingredienti allo yogurt e mescolate.

Plumcake agli spinaci

INGREDIENTI:

  • 150gr di spinacino
  • 150 gr di farina di ceci
  • 20gr di amido di mais
  • 6gr di bicarbonato
  • 120gr di latte vegetale (non zuccherato, mi raccomando!)
  • 40gr di semi di zucca
  • 20gr di mandorle spelate
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Lavate lo spinacino e fatelo saltare in padella per un paio di minuti con un filo d’olio. Lasciatelo raffreddare e poi strizzatelo con le mani per togliere il liquido in eccesso, trasferitelo in un mixer con i semi di zucca e le mandorle e frullatelo.

Aggiungete gli ingredienti secchi, il latte vegetale e un paio di cucchiai d’olio  e frullate fino a rendere il composto omogeneo.

Foderate con carta da forno uno stampo da plumcake e versate il contenuto. Decorate la superficie con i semi di zucca, che avrete tenuto da parte.

Cuocete in forno caldo a 180° per ca. 35 minuti. Prima di toglierlo dal forno fate la prova con uno stecchino.

Tortino di spinaci e patate

INGREDIENTI:

  • 2 patate o 4/5 patate novelle
  • 250gr di spinacino
  • 250gr di radicchio
  • timo
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Lavate e sbucciate le patate, tagliatele a fettine sottili e fatele rosolare in una padella con l’olio e il timo per una decina di minuti.

A parte fate saltare con un filo d’olio lo spinacino e il radicchio, che avrete tagliato sottilmente, con un filo d’olio.

Con un coppapasta create 4 tortini, uno su ogni piatto, alternando patate, spinacino, radicchio. Servire i tortini ancora caldi.

 

Lara Salacucina a sentimento perché non peso, non doso, ma provo, assaggio e ritocco mentre cucino.

Yogini da qualche anno, grazie a Michela che mi ha fatto innamorare di questa disciplina e che ogni tanto cerco di corrompere con qualche esperimento culinario. 😉 Vegetariana, amo mangiare, ma amo altrettanto cucinare per me e per i miei cari ed amici. 

Spero di “soddisfare” i vostri palati e di farvi scoprire che cambiare alimentazione non è assolutamente limitativo, anzi c’è tutto un mondo da scoprire! Ancora oggi, dopo quasi dieci anni di vegetarianesimo, non sono caduta nella monotonia in cucina.

Vi chiedo di seguire le ricette, ma di seguire anche il vostro istinto e le vostre papille, sperimentando! Io sarò assolutamente felice di sentire le vostre opinioni e vedere le vostre rivisitazioni. 

 Vuoi chiedermi qualcosa? Ecco come metterti in contatto con me:

Lara Sala

Lara Sala

L’attenzione rivolta oggi al respiro è presente in tantissime pratiche corporee, da quelle più orientali come lo yoga e la meditazione a quelle occidentali come la mindfullness, il training autogeno…

Quello che però noto tra le persone che si rivolgono a me, che anche praticano queste discipline, è la mancata integrazione del respiro durante la quotidianità. Magari ci rendiamo conto che non respiriamo, ma è come se ci dimenticassimo l’importanza che questa mancanza determina nella nostra vita. È come se ignorassimo che tutto parte dal lì. Dal primo soffio che emettiamo quando usciamo dal grande utero materno, il respiro è il nutrimento principale del nostro corpo. Attraverso di lui tutto si muove e tutto vive. Il respiro meccanico che conosciamo, e possiamo osservare dal nostro addome, è quello con cui più facilmente riusciamo ad entrare in contatto, ma tutte le nostre strutture respirano in modo più sottile, a partire dalle cellule.

Il respiro è ciò che ci permette di capire in che stato ci troviamo e ci permette, anche, di modificare questo stato. È il veicolo tramite il quale possiamo entrare in connessione con il sistema nervoso autonomo o vegetativo, che è involontario ed agisce durante la giornata svolgendo le nostre funzioni di base. È anche quel sistema che gestisce la nostra reattività a ciò che succede nell’ambiente esterno, modificando così il nostro ambiente interno. E’ quella bilancia che ci permette di meglio adattarci alle onde della vita, facendoci fluttuare tra stati in cui dobbiamo essere vigili e reattivi e stati in cui, invece, ci è concesso rilassarci.

Lo stile di vita lavorativo o gli eventi pregressi che hanno determinato la nostra crescita potrebbero bloccare questo sistema in uno stato di continua allerta, di continua reazione, portandoci a vivere in una condizione di perenne attivazione con tutta una serie di conseguenze a livello interno, tra cui l’iper-stimolazione del sistema dello stress, anche se l’evento stressogeno effettivo non è più presente. Quindi è come se vivessimo in uno stato di continua attesa che un qualcosa di terribile possa avvenire. Il nostro corpo non può che riorganizzarsi a questo stato inconscio profondo ed una delle prime risposte è proprio il cambiamento nella respirazione.

Pensate a quando accade un qualcosa che vi spaventa tantissimo o quando siete arrabbiati, com’è il vostro respiro? Dove state respirando nel corpo?

Di solito, in questi stati si utilizza una respirazione di tipo toracico, dove le strutture coinvolte sono quelle che dovrebbero essere di ausilio o essere attivate secondariamente rispetto alla struttura principale che dirige la respirazione. Il maestro dell’orchestra respiratoria è il diaframma, un muscolo affascinante sia per la sua anatomia di relazione che le sue molteplici funzioni.

L’etimologia del termine diaframma deriva dal greco: il suffisso dia significa attraverso, mentre fragma significa chiusura.

Questo enorme muscolo permette da una parte ad alcune strutture di passare attraverso di lui, come ad esempio l’esofago, la vena cava, l’aorta grazie a degli iati, dei buchi nei quali queste strutture decorrono, dall’altra però permette anche la separazione tra la parte superiore e la parte inferiore del nostro corpo. Divide, così, la parte toracica, da quella addominale. Da un punto di vista più sottile, può essere considerato come quell’elemento che separa ed unisce il sopra dal sotto, lo yin dalla yang, i centri energetici inferiori da quelli superiori.

AT Still, fondatore dell’osteopatia, disse: “Tutte le parti del corpo sono in relazione diretta o indiretta con il diaframma”. In effetti se osserviamo con attenzione l’anatomia di questo muscolo possiamo notare le sue infinite connessioni. In alto, la porzione della sua fascia di rivestimento più esterna entra in contatto con la fascia dei polmoni, le pleure, ed il rivestimento del cuore, il pericardio. Inferiormente e posteriormente contatta le prime tre vertebre lombari, le coste fluttuanti e due muscoli: l’ileo-psoas e il quadrato dei lombi. Al centro si attacca allo sterno e alle ultime sei coste. Tramite queste prime relazioni dirette entra poi in contatto con altre strutture più periferiche, per citarne alcune:

  • grazie al legame con la fascia dello psoas entra in relazione con la fascia renale,
  • alcune fibre del diaframma partecipano alla formazione della valvola che regola la chiusura tra esofago e stomaco, il cardias, contribuendo così ad una sua ipo o iper-tonicità.

Quando osservate l’anatomia pensate sempre a come un deficit di una zona può ripercuotersi sull’altra, così diventa più semplice riuscire a capire la causa più profonda del dolore che sale in superficie. In questo caso un’ipo-mobilità diaframmatica o un suo “blocco” può portare ad un ipo-mobilità delle strutture con cui si relaziona. Il diaframma risulta centrale nel contribuire alla nostra stabilità posturale. Se non respiriamo bene ed abbiamo i pilastri posteriori del diaframma “di marmo”, sarà normale avere delle vertebre lombari che non riescono a muoversi e magari iniziare ad avvertire mal di schiena. Però potrà essere anche vero il contrario, per mantenere una buona libertà respiratoria, le arcate di psoas e quadrato dei lombi non dovranno essere in tensione, pena il freno della respirazione stessa.

Un altro aspetto importante del diaframma è che con la sua azione di discesa durante l’inspirazione e risalita durante l’espirazione, come uno stantuffo va ad aumentare le pressioni nell’addome, spremendo così gli organi nella cavità addominale e permettendo un ricambio linfatico-circolatorio ed un miglior ritorno di sangue al cuore. Anche qui, si può intuire come una congestione a livello addominale con problematiche di gonfiore, stitichezza o dolore possa essere determinata da un’incoordinazione di questo movimento a pompa.

La psico-neuro-immuno-endocrinologia descrive questo muscolo “come la struttura anatomica PNEI per eccellenza” (La Pnei e il sistema miofasciale: una struttura che connette – Chiera , Bottaccioli et al.). Gli studi sulla sua importanza sono davvero tantissimi poiché anche le sue funzioni sembrano andare oltre a quelle descritte in precedenza. Per esempio, alcuni esperimenti stanno dimostrando come un suo stato di iper-contrazione (come nel caso di una patologia manifesta quale l’asma) possa portare ad un aumento sia locale nel diaframma che sistemico, in tutto il corpo, di cellule infiammatorie, quali le citochine, coloro che danno un messaggio di attivazione ai globuli bianchi. Altri studi evidenziano come l’attività diaframmatica sia connessa a tutti quei centri cerebrali che regolano la gestione dello stress sia fisico che psichico.

Il diaframma è così il nostro centro di vita. Permette un buon mantenimento posturale, un buon funzionamento dei nostri organi ed una migliore regolazione del nostro sistema nervoso centrale. Tradotto: il diaframma ci permette di riequilibrarci attraverso la sua libertà di espressione funzionale, cioè il suo movimento. Respirare ci permette di allentare le tensioni corporee, di migliorare la nostra mobilità e contemporaneamente ci permette di attivare il sistema interno di regolazione della nostra attività psico-emozionale. È la struttura del corpo alla quale tornare in qualsiasi momento per poterci riconnettere a quello stato di calma che ci appartiene. Può essere visto un po’ come la nostra casa, la nostra isola e la nostra sicurezza che sta lì e ci accoglie o consola quando abbiamo bisogno di ritrovare, appunto, il nostro centro.

 

Valentina Vavassori – Osteopata Curandera (trattamenti osteopatici adulti, donne in gravidanza, neonati e bambini). Lavoro femminile di guarigione del ciclo mestruale singolo o a gruppi.

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Avete mai pensato di inserire i cristalli nella vostra meditazione?

Ormai abbiamo compreso come i cristalli possano essere dei veri e propri aiutanti nel nostro processo di crescita e guarigione, allora perché non inserirle anche nel cammino meditativo?

Scopriamo insieme come!

Possiamo avvalerci dei cristalli durante la meditazione con differenti obiettivi:

  1. entrare in profonda sintonia con la pietra, scoprire quali effetti provoca sulla nostra mente e sul nostro corpo, imparare a fermare la razionalità per aprire le nostre percezioni;
  2. lasciare che la pietra ci aiuti durante una meditazione mirata sui vari chakra.
  3. ricercare uno stato di benessere profondo attraverso il cerchio dei cristalli.

Entrare il relazione con le nostre pietre attraverso la meditazione

Possiamo andare nel nostro negozio di fiducia ed acquistare liberamente una pietra, quella che il nostro istinto sente di aver voglia di portare con sè. 

Una volta a casa, ricordatevi sempre di purificare i vostri cristalli, liberandoli dalle vecchie energie accumulate. Quando la nostra pietra sarà pulita e limpida potremo approcciarci alla pratica della meditazione. 

Fondamentale ritagliarci del tempo solo per noi, liberi da distrazioni e fastidi, teniamo lontano il cellulare e, se possibile, ogni fonte elettromagnetica. Troviamo un angolo di mondo in cui ci sentiamo comodi, al sicuro, sereni. Prendiamo tutto ciò che ci aiuta per creare l’atmosfera serena e quanto più comoda possibile. Troviamo una posizione seduta confortevole e appoggiamo la pietra sul palmo della mano destra, chiudiamo gli occhi e accogliamo senza giudizio ogni sensazione, fisica o mentale che sia. Ripetiamo con la pietra appoggiata sul palmo della mano sinistra.

Può esserci d’aiuto annotare a posteriori tutto ciò che abbiamo percepito, creando un vero e proprio manuale personale dei nostri cristalli preferiti! 

Possiamo dedicare qualche giorno ad ogni pietra, per poi cambiare e ritornare alla pietra con cui abbiamo iniziato il lavoro a distanza di tempo. Scopriremo quanto lavorare su noi stessi crei dei cambiamenti profondi che i cristalli sono in grado di farci osservare. 

Se abbiamo un amico o qualcuno di fidato, può essere interessantissimo fare lo stesso lavoro per poi confrontarsi e scoprire quali effetti sono comuni e quali ci caratterizzano personalmente.

Meditazione sui chakra

Come ben già sappiamo, ogni cristallo emana le sue vibrazioni; i chakra sono centri energetici del nostro corpo, sette dei quali sono i principali e li troviamo posizionati lungo la nostra colonna vertebrale, dalla sua base, tra coccige ed ano, fino all’apice della testa. Viene spontaneo immaginare come posizionando un cristallo in prossimità di un chakra, essi vadano a scambiarsi energie vibratorie. 

Per questo, per ogni chakra avremo dei cristalli più indicati di altri per poter andare ad equilibrare l’energia del chakra, la quale può essere carente, in eccesso, oppure bloccata. E’ bene ricordare che la situazione dei nostri chakra non è fissa, bensì mutevole, sia durante le ore della giornata, sia nei vari periodi della nostra vita: specifici

 eventi o situazioni possono influenzare l’energia del singolo chakra. 

Vi è una regola base, facile da ricordare, per poter aiutare i nostri chakra ad armonizzarsi con l’aiuto dei cristalli: mai posizionare pietre nere, rosse, arancioni e grigie dal cuore in sù. Altra scorciatoia facile, se sappiamo i colori dei chakra sarà facile abbinare le pietre delle stesso colore.

Ricordando che non tutte le pietre hanno lo stesso effetto in ognuno di noi, quindi è sempre bene restare in ascolto e cambiare pietra se questa ci genera del fastidio, qui di seguito vi riporto generalmente quali pietre sono in sintonia con gli specifici chakra.

  1. Muladhara: diaspro, tormalina, ematite, rubino, granato rosso, legno silicizzato, agata;
  2. Svadhisthana: opale di fuoco, crisocolla, corniola, granato;
  3. Manipura: quarzo citrino, rodonite, occhio di tigre, topazio imperiale;
  4. Anahata: tormalina bicolore, quarzo rosa, quarzo avventurina, smeraldo, unakite, amazzonite, malachite;
  5. Vishuddha: calcedonio, crisocolla, azzurrite, acquamarina, topazio blu, sodalite;
  6. Ajna: tormalina viola, lapislazzuli, ametista, corindone viola;
  7. Sahasrara: selenite, quarzo ialino, pietra di luna, labradorite, diamante.

Per effettuare questa meditazione il consiglio è di sdraiarsi e posizionare la pietra a ridosso del chakra. Per un lavoro più completo sarebbe bene lavorare su tutti i chakra, partendo dal basso e risalendo fino al settimo, magari dedicando qualche giorno per ognuno di loro. Per un’armonizzazione completa si possono posizionare insieme tutte le pietre lungo i nostri chakra. 

In entrambi i casi il consiglio è quello di rimanere almeno 30 minuti in contemplazione, durante i quali possiamo associare visualizzazioni relative il singola chakra sul quale stiamo lavorando energeticamente.

Il cerchio delle pietre

Un altro tipo di meditazione potente che possiamo fare con l’utilizzo dei cristalli è il cerchio delle pietre.  L’obiettivo è quello di ritrovare uno stato di benessere profondo, rigenerando e pulendo le nostre energie lasciandoci aiutare dalle vibrazioni sanatrici dei cristalli.

Questa volta ci conviene trovare uno spazio ampio, di nuovo sereno e libero da ogni influsso per noi negativo o disturbante.

Stendiamo a terra un telo, una coperta od un tappeto sul quale ci stiamo completamente sdraiati e iniziamo a disporre le nostre pietre a cerchio, partendo dai quattro punti cardinali:

  • NORD: luogo di conoscenza e saggezza, vi posizioniamo una pietra bianca;
  • SUD: luogo del passato e dell’innocenza, vi poniamo una pietra rossa;
  • EST: luogo della lungimiranza e della chiarezza, vi posizioniamo una pietra gialla;
  • OVEST: luogo dell’introspezione, vi poniamo una pietra nera;
  • CENTRO: luogo della quiete, con una pietra verde.

Durante la prima parte della meditazione, quella più attiva ed intenzionale, il consiglio è quello di stare seduti, con le spalle rivolte verso il punto cardinale sul quale ci accingiamo a meditare. 

Partendo il viaggio meditativo possiamo portare le nostre attenzioni verso la pietra posizionata al SUD, lasciando ci guidi nella scoperta di tutti quegli aspetti del passato che ci ancorano a vecchie credenze, per poi lasciarli andare, liberandoci da attaccamenti e dipendenze che non giovano al nostro presente.

Più leggeri, portiamo la nostra attenzione verso OVEST, ove la pietre nera ci indicherà la via verso il cambiamento, verso nuovi inizi. Ogni trasformazione rappresenta una morte ed una nuova rinascita, superando la paura della morte poco a poco si apre dinnanzi a noi la strada verso il nostro reale Sè.

Ad EST risiede il nostro spirito. Portando la nostra attenzione alla nostra pietra gialla ci apriamo a ricevere nuove rivelazioni, vedendo la vita in una prospettiva più ampia attraverso amore e fiducia.

Passando a NORD entriamo in contatto con la saggezza e la conoscenza, qui possiamo lasciare che la pietra cristallina ci sia d’alleata per confluire tutte le energie verso quel nuovo Sè che abbiano iniziato ad intravedere e desideriamo poco a poco si formi. 

Infine, ci fermiamo al CENTRO, ove la meditazione si sposta verso le azioni e la concretizzazione di tutto ciò che è giunto a noi durante la pratica meditativa. Immagini, sensazioni e percezioni si sedimentano e si dimensionano, mostrandoci il sentiero da percorrere nella vita reale.

Il consiglio, qui, è di prendere ancora qualche istante. Sdraiarsi al centro delle pietre e passare alla parte meditativa passiva, ove lasciamo che tutto ciò che è emerso nella prima parte della meditazione possa sedimentare in noi fino nel profondo del nostro inconscio. 

 

Silvia Lorenzini – detta Sisa. Laureata in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica, insegnante yoga e incurabile appassionata di tutto ciò che mi fa vibrare il corazón!
Vuoi chiedermi qualcosa, collaborare con me o acquistare le mie creazioni? Ecco come metterti in contatto con me:

info@yogaconsisa.it
Los colores de Sisa
Yoga con Sisa
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Buon 2020 a tutti. Se avete seguito la nostra rubrica sulla salute vi sarete accorti che stiamo affrontando una serie di tematiche che hanno come soggetto principale il nostro corpo. Vi sarete anche accorti che tendiamo ad avere una visione olistica della persona e quindi a considerarla nei sui tre aspetti fondamentali: il corpo, la mente, lo spirito. E avrete anche notato che a me piace prendere spunto da espressioni comuni e modi di dire per spiegare processi fisiologici più o meno complessi.

Oggi, dopo il periodo natalizio e quindi il consueto carosello di pranzi cene e riunione tra parenti vorrei accogliervi con un detto più che mai famoso: “Quando c’è la salute c’è tutto!”. Vi vedo, avete annuito e sorriso perché non è la prima volta che lo sentite, soprattutto tra quelli che si stanno lasciando alle spalle il periodo scanzonato e spensierato della giovinezza. Ma sarà vero che quando c’è la salute c’è tutto?

Possiamo fare qualcosa per questa salute o siamo in balia del caso, della fortuna, della genetica, di comportamenti adeguati e chi più ne ha più ne metta?

Personalmente sono convinta che sia necessario un buon mix di tutti i componenti che ho citato sopra per avere una vita lunga e in salute ma che anche quando questi ingredienti non siano stati proprio a nostro favore sono convinta si possa scegliere di stare bene. Non ci credete? Proviamo a ragionare insieme.

Nella terminologia medica il corpo fisico viene definito Soma. La parola  σόμα (Soma) deriva dal greco e significa “corpo, aspetto”. Non a caso la parola cromosoma indica una struttura che rappresenta una caratteristica identificativa di una persona e la mappa cromosomica indica tutte le caratteristiche che fanno di quella persona un individuo unico ed irripetibile. Il corpo è la parte più solida del nostro individuo, è ciò che ci mette fisicamente in relazione con gli altri e con il mondo esterno. Ciò che caratterizza il corpo è la presenza di una serie di strutture e meccanismi, di cui siamo più o meno consapevoli, che ci permettono di svolgere tutte le nostre funzioni fondamentali.

Quando tutte le strutture del corpo sono integre (non hanno danni) e tutti i processi fisiologici del corpo funzionano correttamente abbiamo uno stato di salute ottima, stiamo bene e lo deduciamo dal fatto che il nostro soma, il nostro aspetto, è bello in tutti i suoi aspetti, dalla testa ai piedi ed inoltre il nostro umore è sereno e ci sentiamo pieni di energia e di voglia di vivere. Si dice infatti (per fare il verso ad una nota pubblicità) belli fuori puliti dentro.

Può capitare che, a causa di molteplici fattori, sul nostro corpo comincino a comparire alcuni segni che indicano che il nostro stato di salute si sta modificando. Come ad esempio alcuni segni attorno agli occhi, un aspetto diverso della cute in alcuni punti, la presenza di piccole alterazioni all’interno dell’occhio, piccole callosità ai piedi.

In questi casi forse non avvertiamo altri cambiamento importanti, per esempio nell’umore e nella nostra energia vitale, e definiamo il nostro stato di salute buono e andiamo avanti. Potrebbe poi capitare che cominciamo ad avere qualche piccolo dolore articolare o qualche disturbo a carico di un organo ma solo sporadicamente e dando colpa al tempo, alle cattive posizioni o a volte anche all’età, andiamo oltre senza fermarci a capire cosa sta succedendo.

Succede poi che un giorno uno dei nostri dolori cominci a farsi più insistente, che una delle nostre articolazioni si gonfi, che un disturbo organico si manifesti quotidianamente e magari accompagnato da febbre o dolore, spaventandoci e costringendoci a modificare il nostro modo di muoverci o comportarci. Quello è il momento in cui cominciamo ad andare dal medico iniziando un balletto di visite e controlli per verificare il nostro stato di salute. Non in tutti i casi si approda ad una diagnosi, ovvero ad individuare una patologia che causa i nostri sintomi, quello che però accade è che chiediamo che il medico ci prescriva qualcosa per far cessare quel disturbo. E questo, magia delle magie, nella maggior parte delle volte avviene. Torniamo a svolgere tutte le nostre attività in maniera spensierata e (sempre per fare il verso ad un’altra famosa pubblicità) senza perdere nessuna lezione di tennis o l’aperitivo con le amiche.

Accade poi ancora che una mattina, o un pomeriggio o una sera, il nostro dolorino o disturbo ricompare, i soliti rimedi non funzionano più e siamo costretti a fermarci per indagini più approfondite. Scopriamo che ora siamo obbligati a cambiare alcune nostre abitudini perché le ginocchia si gonfiano sempre più spesso, perché la schiena ha i dischi rovinati, perché lo stomaco non può più digerire il nostro cibo preferito e via dicendo. E allora cominciamo ad identificarci con i nostri disturbi, la nostra salute e il nostro umore dipenderanno sempre più strettamente dal comportamento dei nostri malanni (vi inviterei a riflettere sulla parola malanni che a me suggerisce così tanto mali anni, mali negli anni, anni nei mali… insomma vedete voi).

Un processo che potrebbe andare via via sempre aggravandosi e, in alcuni casi, anche a manifestare malattie molto importanti e invalidanti. Sto per caso dicendo che se trascuriamo le occhiaie possiamo arrivare ad avere un tumore? Naturalmente no, ma vi invito ad approfondire il mio ragionamento. Quando la nostra salute peggiora tiriamo in ballo tutto, fisiologia, età, familiarità, stress e via dicendo, accusando il nostro peggioramento della salute a fattori esterni, interni a noi ma che non dipendono dalla nostra volontà. Non decidiamo se invecchiare o se siamo figli di diabetici, cardiopatici, se siamo nati con alcune alterazioni fisiologiche etc. Ma possiamo verificare che non tutti i figli dei diabetici diventano diabetici, non tutte le persone della stessa età hanno gli stessi acciacchi e via dicendo.

In realtà quello che accade è che il nostro corpo (ma anche la mente e lo spirito) ci parlano, ci mandano dei segnali. A me piace pensare che il nostro corpo prima sussurri, poi cominci ad alzare la voce e poi gridi.  Quello che fatichiamo a capire è che il dolore, il gonfiore o la febbre sono dei messaggi e non la malattia stessa. Quante volte diciamo sono malato perché ho la febbre e assumiamo antipiretici come cura? Questo è un atteggiamento errato. Quante volte davanti ad un dolore prendiamo un antinfiammatorio e passato il dolore non ci curiamo più di cosa ci stava accadendo? Non imbrogliate, vi vedo che dite io no io no. Diciamocelo chiaro, a nessuno piace avere la febbre, avere male, non potersi muovere o dover rinunciare ad una fetta di pizza perché abbiamo mal di stomaco e quindi cerchiamo al più presto un modo per spegnere il sintomo. Ma spento il sintomo il corpo ce ne manda uno ancora più importante perché tutti noi abbiamo un meccanismo inconscio di autodifesa molto attivo.

Cosa sto dicendo? Che tutti noi siamo fatti per stare bene e quando il corpo si sente in pericolo, sente che qualcosa potrebbe rovinare il suo equilibrio (fisico ma anche mentale) manda un s.o.s., via via sempre più importante in modo da allontanare il pericolo.

Provo a farvi un esempio: avete prenotato una vacanza invernale in un luogo tropicale e gli amici (invidiosi) vi intimano di non tornare bianco latte come quando siete partiti. Promettete di godervi il sole il più possibile visto che sono un paio di anni che non riuscite ad andare al mare per svariati motivi. Arrivate e vi piazzate al sole, nonostante siate passati dai 5 gradi della pianura padana ai 27 della spiaggia tropicale. Vi idratate, fate il bagno e vi proteggete con una buona crema. La sera tornate in stanza vi sentite accaldati e arrossati ma niente vi impedirà di godervi la serata.

Il giorno dopo stesso copione solo che nel primo pomeriggio cominciate ad avere un pochino di prurito e qualche puntino rosso sulla pelle. Fate qualche commento sul sole che non è più quello di una volta e sul mare che forse contiene qualche sostanza che vi ha creato allergia e magari quei gamberetti che avete mangiato all’aperitivo la sera prima vi hanno creato una piccola reazione allergica, magari siete intolleranti. Per fortuna avete la vostra pomata anti allergica e via. Ve la spalmate e vi rimettete al sole.

Il terzo giorno cominciate ad essere molto arrossati e avete anche un pochino di mal di pancia con qualche scarica poco simpatica e pensate di aver preso un virus intestinale e correte subito a bloccare questo disturbo con un farmaco adatto. Ma siete ai tropici e non potete rinunciare al sole, al bagno e a quell’aperitivo dolce a bordo piscina con la musica e il ballo. Conclusione il quinto giorno avete la febbre e dovete passare il resto della vacanza in camera. Tornate e raccontate che nei paesi tropicali non ci si può fidare a bere l’acqua del rubinetto e che forse la cucina internazionale non fa per voi.

Quello che in realtà è accaduto è che non eravate pronti per una esposizione prolungata al sole, eravate stanchi e magari anche con le difese immunitarie basse. Il sole ha fatto da vivaio a batteri e virus che già avevate e la scarsa cautela nella esposizione ha innescato un meccanismo a catena che voi avete ignorato in nome della meritata vacanza e del divertimento. Ma il corpo ha vinto perché davanti alla febbre vi siete fermati. Avevate demandato la salute a rimedi farmacologici (naturalmente corretti e benvenuti) ma avete evitato di cambiare le vostre azioni e le vostre abitudini. Non avete agito in maniera attiva ed efficace a preservare la vostra salute.

Naturalmente ho esagerato ma il nostro corpo si comporta così se noi siamo irresponsabili, cioè se non vogliamo assumerci le nostre responsabilità. Se siamo

stanchi dobbiamo riposare, se abbiamo fame dobbiamo mangiare, se un alimento ci fa male dobbiamo evitarlo e se una persona è nociva per noi dobbiamo allontanarci.

Ma allora cosa significa quando c’è la salute c’è tutto? Come possiamo far avverare questa affermazione? Naturalmente ascoltandoci, essendo consapevoli di come funziona il nostro corpo e di quali sono le attenzioni che dobbiamo avere nel momento in cui ci manda qualche segnale. Facendo molta attenzione ad accogliere gli s.o.s. che ci manda in modo da non trovarci in difficoltà peggiori solo perché abbiamo ignorato i primi sintomi. Ascoltarsi significa decidere di affrontare il problema alla radice senza spegnere il sintomo. Significa divenire consapevoli della presenza di una disarmonia e agire attivamente per riequilibrare il sistema  senza demandare ad altri o altro la nostra salute. Prenderci cura di noi stessi significa capire cosa non sta funzionando e agire di conseguenza per riportare l’organismo alla salute.

Nel mese di febbraio affronteremo proprio il tema dell’infiammazione, di come evitare che un dolore muscolare o articolare organico si trasformi in una lesione cronica o addirittura irreversibile.

 

Mara Delaini – Fisioterapista e insegnante di yoga per bambini e adulti. Vive la vita alla ricerca della morbidezza e della leggerezza intesa come capacità di essere lievi anche nelle difficoltà.

maradelaini@gmail.com

Mara Delaini

GENNAIO: detox!

Buon anno Yogis!

Come avete passato queste feste? Di sicuro passando molto tempo a tavola, vero?? Quindi questo primo appuntamento del 2020 lo dedichiamo a qualche ricetta sana e a basso contenuto calorico per depurare un po’ il nostro organismo, senza però fargli mancare nulla!

Vellutata di finocchi

INGREDIENTI:

  • 2 finocchi
  • 1 porro
  • 2 patate
  • 500ml di brodo vegetale
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Soffriggete con un filo d’olio il porro affettato sottilmente. Unite poi i finocchi, precedentemente puliti, lavati e tagliati a pezzetti e le patate. Versate circa mezzo litro di brodo vegetale e cuocete per circa 20 minuti. Frullate il tutto e rimettete sul fuoco fino a raggiungere la densità desiderata. Servite la vellutata ben calda con un filo di olio.

Vellutata di cavolfiori

INGREDIENTI:

  • 1 cavolfiore
  • 2 cipolle bianche
  • 500ml di brodo vegetale
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Mondate il cavolfiore e tagliatelo a pezzetti, fate la stessa cosa con le cipolle. Rosolate le verdure con l’olio per ca. 5 minuti, coprite poi con il brodo vegetale e fate cuocere per ca. 20 minuti. Frullate il tutto e rimettete sul fuoco fino a raggiungere la densità desiderata. Servite la vellutata ben calda con un filo di olio e crostini di pane.

Io di solito affetto a dadini del pane integrale o ai cereali e li faccio saltare a fuoco moderato in una padella con un filo d’olio ed erbe aromatiche a piacere.

Insalata di finocchi

INGREDIENTI:

  • 1 finocchio
  • 1 mela
  • olive taggiasche
  • noci
  • olio evo
  • sale
  • pepe

PREPARAZIONE:
Pulite il finocchio e tagliatelo a fettine sottili e fate la stessa cosa con la mela (a me piace lasciare la buccia!). Disponeteli nel piatto e aggiungete gherigli di noci e le olive tagliate a pezzetti. Condite ora con un filo d’olio, sale e pepe.

Se volete fare il pieno di vitamine, potete aggiungere anche un’arancia tagliata a fettine.

Potreste aggiungere anche un legume a piacere, io sceglierei i ceci.

Cavolfiori al curry

INGREDIENTI:

  • 1 cavolfiore
  • 2 cucchiaini di curry
  • riso integrale
  • mandorle
  • olio evo

PREPARAZIONE:
Mondate il cavolfiore e suddividetelo a cime. Fatelo cuocere in una padella con olio e un bicchiere d’acqua in cui avrete sciolto i due cucchiaini di curry. Cuocete per ca. 15 minuti, finché le cime saranno morbide senza sfaldarsi.

Potete mangiare i cavolfiori come contorno oppure con una porzione di riso integrale con l’aggiunta di mandorle a lamelle. Bon appétit!

Dopo tutti questi pranzi, cene e merende con sovrabbondanza di dolci, è difficile rinunciarci tutto d’un tratto, quindi il metodo migliore è trovare delle alternative più sane: frutta e frutta secca. Un’ottima variante potrebbe essere la frutta cotta. Vediamo come.

Mele cotte con cannella

INGREDIENTI:

  • mele
  • cannella
  • mandorle

PREPARAZIONE:
Tagliate le mele a pezzetti, mettetele in una pentola con un po’ d’acqua e la cannella. Lasciate cuocere a fuoco moderato per ca. 15 minuti.

Una volta cotte potete decidere se passare le mele con il minipimer o se mangiarle a pezzetti, con una spolverata di cannella e una manciata di mandorle a pezzetti.

 

Lara Salacucina a sentimento perché non peso, non doso, ma provo, assaggio e ritocco mentre cucino.

Yogini da qualche anno, grazie a Michela che mi ha fatto innamorare di questa disciplina e che ogni tanto cerco di corrompere con qualche esperimento culinario. 😉 Vegetariana, amo mangiare, ma amo altrettanto cucinare per me e per i miei cari ed amici. 

Spero di “soddisfare” i vostri palati e di farvi scoprire che cambiare alimentazione non è assolutamente limitativo, anzi c’è tutto un mondo da scoprire! Ancora oggi, dopo quasi dieci anni di vegetarianesimo, non sono caduta nella monotonia in cucina.

Vi chiedo di seguire le ricette, ma di seguire anche il vostro istinto e le vostre papille, sperimentando! Io sarò assolutamente felice di sentire le vostre opinioni e vedere le vostre rivisitazioni. 

 Vuoi chiedermi qualcosa? Ecco come metterti in contatto con me:

Lara Sala

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